Il colosso

Antonio Moresco



Caro Stefano,

ho letto la lettera aperta che mi hai indirizzato e -scusa la franchezza- mi sono cadute le braccia. Se voleva essere una confutazione di ciò che ho cercato di evidenziare nel mio scritto intitolato "La sproporzione", si è rivelata invece la dimostrazione più eloquente di quanto sia grande questa sproporzione.
Io ti conosco di persona e quindi so che sei molto più giovane di me. Come so che sei intelligente, simpatico e che hai scritto dei buoni libri. Altrimenti avrei pensato di avere di fronte il solito vecchio letterato ormai approdato al suo piccolo e rassicurante nichilismo cartaceo.
Come mai -mi domando- ci sono in questi anni un gran numero di persone di ogni genere e tipo, scienziati, tecnici, ricercatori, gruppi militanti, intere comunità e popolazioni sparse qua e là sul pianeta, persino uomini politici di primo piano che si stanno rendendo conto di quanto sta succedendo e si stanno ponendo in modo attivo e proporzionale di fronte a una situazione di questo tipo, cercando di contribuire a creare le condizioni per un cambio di direzione finché si è in tempo (compresi quelli che tu liquidi come ambientalisti sabotatori e Cassandre), e quando invece si arriva ai letterati saltano fuori questi tipi di atteggiamenti e posture? E’ questa -mi domando ancora- l’unica proiezione della cosiddetta cultura, di cui pure ti fai paladino? Ma cosa me ne faccio io della letteratura e della cultura se può arrivare solo a portarmi in questo piccolo scacco? Perché dovrei sforzarmi di trasformarmi in un mutante solo per trasmettere il suo patrimonio in un altro giro a vuoto a venire, assolutamente identico a quello di cui stiamo intravedendo la fine, se non posso portare al suo interno una nuova e proporzionale invenzione? E’ solo questa angusta postura e questa impotenza paludata da superiore consapevolezza che ci può venire da quella parte?
La situazione che abbiamo di fronte non è una pura fatalità, è il risultato -anche- di comportamenti ormai individuati, di responsabilità precise, di strutture che hanno preso il sopravvento sulla popolazione umana nel corso del tempo e che hanno generalizzato le loro finalità e scale di valori. Non vedi niente di tutto questo? Non te ne frega niente? Non puoi limitarti a dire: "Credo, d’altra parte, che sia troppo tardi per trattare la fine della specie come un problema seriamente culturale, di cui doversi occupare verbalmente. E’ già stato fatto e non è servito. Per questo il tuo intervento mi appare anacronistico." "Anacronistico"? Ma se questo problema non è mai stato così proporzionale e impellente! "Verbalmente"? Ma perché credi che la parola ormai non possa più nulla? E poi chi ti dice che io voglia occuparmene solo "verbalmente"? Perchè questa atrofia etica e creativa in così tanti "uomini di cultura" e scrittori che consegnano se stessi a questa impotenza e leggono retrospettivamente attraverso questa lente tutto ciò che è stato scritto e pensato, immaginato e creato da uomini e donne nel corso del tempo? Guarda che "siamo ormai fuori tempo massimo" lo si può dire sempre, in ogni contingenza e in ogni momento. Sei sicuro che -dall’alto di una stessa geriatrica e blindata sapienza- non si sarebbe potuto dire la stessa cosa anche ieri, anche l’altro ieri? Allora si può dire che ogni cosa è anacronistica e fuori tempo massimo. Lo sono tutti quelli che -ciascuno a suo modo- fronteggiano, testimoniano, creano. Pensa, per fare un solo esempio, al caso eclatante e attuale di Roberto Saviano. Secondo questo tipo di atteggiamento, come può apparire infinitamente "anacronistico" rischiare così tanto solo per scrivere un libro su quella piccola cosa maligna che è la camorra con tutto ciò a cui è inestricabilmente intrecciata, espressione di una sopraffazione e di un male che è sempre esistito in varie forme nel mondo, tanto più di fronte a una prospettiva di specie come quella che stiamo vivendo. Eppure queste cose continuano a succedere, è tutto legato, il fuoco continua ad ardere a dispetto di tutto sopra il ghiacciaio.
In quel mio piccolo scritto ponevo, tra le altre cose, alcuni interrogativi: Come mai, tra tutte le indentità, non si afferma anche quella di specie? Come mai non si creano ancora e più fortemente di quanto stia succedendo i primi embrioni che possono dare vita a un governo mondiale di specie? Cosa possiamo fare per contribuirvi? Perché parli di metamorfosi se poi non riesci neanche a immaginare la possibilità di un’ invenzione di specie? Credi che sia stato questo l’atteggiamento di molti degli scrittori che hanno dato vita alla "cultura" che anche tu ami e che vorresti tramandare, i quali hanno invece fronteggiato, ciascuno a suo modo (compresi i più pessimisti e i più isolati e i più disperati e forse soprattutto quelli), la potenza della vita e del "male"? Sostieni che l’unica cosa che possiamo fare a questo punto è "aiutarci a vicenda a morire nel modo più dolce possibile". Lo sai anche tu che questa è una frottola consolatoria. Non ci sarà nessuna dolce morte di massa. Sarà terribile. Io non so cosa farmene della tua dolce morte. Preferisco morire con la bava alla bocca ma dopo avere bruciato fino in fondo le mie potenzialità creative, cognitive e precognitive, in una situazione del tutto nuova, in questa accelerazione del "male" che non cessa di elargire a piene mani la leopardiana "natura", di cui siamo parte. E -per quanto riguarda Leopardi- guarda che in lui non c’è solo l’implacabile lucidità distruttiva, c’è anche l’elemento eroico, insurrezionale.
Non tutto si riduce -come sembrerebbe dal tuo scritto- alla possibile estinzione della folle e tumorale specie umana così come l’abbiamo conosciuta nel brevissimo tempo della sua apparizione su questo pianeta. In realtà questa specie sta trascinando molte altre forme viventi nella sua distruzione ed è smisurata la quantità di dolore che ha arrecato e che sta arrecando a ciò che vive nel mondo e a se stessa, dolore che grava sempre più sul filo dell’orizzonte di questo pianeta. Alle specie e alle forme che vivono ancora in nostra presenza e a quelle future, che vivranno esperienze distruttive ancora più grandi prima di rigenerarsi, forse, in altro inconcepibile modo e in nostra assenza. Non abbiamo nessuna responsabilità di fronte a tutto questo e a noi stessi? E verso le persone che verranno subito dopo di noi non abbiamo nessuna responsabilità? Qualcuno di noi ha anche dei figli, che non hanno chiesto di venire al mondo. Non abbiamo una responsabilità nei loro confronti? La nostra cosiddetta cultura può essere ormai solo umor nero? Cosa credi che penserebbero le persone che verranno dopo di noi, e che pagheranno senza colpa molto più di noi, se potessero leggere uno scritto come il tuo o di altri loro irresponsabili e rinunciatari antenati? E’ davvero così importante -ripeto- tramandare ad altre forme di vita una cultura e una letteratura (che pure io amo in modo intimo e incontenebile) depotenziata, che in molti si affannano a depotenziare perché non venga più percepita come in grado di porsi in modo proporzionale dentro la combustione della vita e del mondo e del suo tessuto creativo fisico-mentale? E -qui ed ora- quale dovrebbe essere da adesso in poi la nostra parte di scrittori? Quale dovrebbe essere la parte della letteratura che mettiamo al mondo? Quella di preparare delle rilassanti camomille al cianuro per procurarci l’un l’altro una dolce morte? A me pare invece -forse perché sono sprofondato nelle zone più ultimative e segrete di "Canti del caos"- che non debba e non possa (e non possa!) essere solo questa la nostra possibilità e la nostra parte, ma che sia possibile anche un sia pur disperato proporzionalizzarsi a tutto campo alle forze e alle potenze umane, assolutamente materiali e reali, genetiche e psicofisiche, cognitive e precognitive latenti, senza le quali non sarà possibile nessuna delle "metamorfosi" di cui tu parli.
In un celebre dipinto di Goya si vede un colosso che si erge sul filo dell’orizzonte, mentre uomini e bestie fuggono atterriti da tutte le parti. Noi siamo la prima generazione di uomini -e di scrittori- che stanno vivendo in una simile condizione e in una simile sproporzione e che stanno vedendo ergersi sopra di loro il colosso.

(Si può leggere questo pezzo anche qui. Qui la lettera aperta di S. Zangrando.)








pubblicato da a.moresco nella rubrica emergenza di specie il 29 ottobre 2006