Il bruciacadaveri

Sergio Nelli



Il signor Theodor Mundstock che il doppio passo degli editori ha tirato fuori dal cilindro nel 1997, riproponendo un autore, Ladislav Fucks, che aveva avuto un passaggio in Italia negli anni Settanta (con Il bruciacadeveri e Una buffa triste vecchina, ormai introvabili) è stata una bella sorpresa. Il tempo era maturo per un piccolo ebreo praghese che, ai tempi della shoah, finisce per preprogrammare esso stesso il proprio autoannientamento in un’oscillazione schizoide fra la speranza più improbabile e lo sguardo lucido sulle cose che stanno realmente per accadere. Il tratto caratteristico di Fuks consiste nel rovesciare le prospettive continuamente mettendo in campo un’umanità che vede il disastro ma possiede anche una tale incontenibile disposizione al rimedio, alla razionalizzazione, all’accomodamento, tanto da svariare sulle cadenze del comico, del patetico e del grottesco, prima di andare incontro alla tragedia. Il Signor Mundstock, in compagnia della sua gallina e della sua gentilezza, dopo aver compiuto un’infinità di esercizi di preparazione e di esorcizzazione (dorme anche su una panca per abituarsi al lager), dopo aver saggiato numerosi percorsi pratici e mentali (se un ebreo prende le botte da degli "squilibrati in divisa", per esempio, secondo il signor Mundstock, può mettersi dei denti finti in bocca e sputarli all’occorrenza per evitare altre percosse. Perché, si dirà, dovrebbe evitare così altre percosse? La risposa c’è, secondo Mundstock: "Chi centra il bersaglio smette.") e subito una propedeutica squalifica sociale, si avvia, alla fine, da solo, nel luogo di ritrovo in cui tutto sarà perduto.

Il libro del 1963, tradotto per la prima volta in italiano nel 1997, non so se è stato un buon affare editoriale. Spero che sia arrivato persino a quei lettori italiani di maggioranza che come in tutto il pianeta si passano i soliti cinque o sei libri e che peraltro poi se li rivedono subito al cinema, a riprova che viviamo in un mondo assai felice. Il signor Mundstock potrebbe infilarsi come una scheggia in questa piccola lista gioiosa.
Successo o no, è stato un doppio passo virtuoso a produrre quest’altro doppio passo virtuoso. Riavremo anche a breve Il bruciacadaveri, che è l’oggetto di questa anticipazione. Ladislav Fuks, nato a Praga nel 1923, ha finalmente sfondato, e senza aver beneficiato nei primi anni Ottanta dell’effetto Kundera. Ritroveremo sui banconi delle librerie, come per miracolo, Variace pro temnou strunu (1966), Smrt morcete (1969) e forse la saga di Vévodkyne a kucharka. Mentre di Mi sernovlasi brati è già pronta la traduzione col titolo I miei fratelli bruni.

Anche Il bruciacadaveri è la storia di un uomo schizzato: "l’immagine calcolatissima - scriveva Angelo Maria Ribellino, in una prefazione che sarà riproposta con le note del nuovo curatore -, di un benpensante ed ipocrita cerimoniere, uno schizoide impigliato nelle consuetudini di un macabro rituale, un saccente becchino-filantropo, che l’epoca incline alle stragi (il nazifascismo spadroneggia e siamo alla vigilia della seconda guerra) e la sicumera esequiale e la sciocca ambizione e la flaccidità del carattere e la tenerezza, sì, la tenerezza tramutano in un dispensiere di eutanasia".
Il signor Kopfrkingl è un bruciacadaveri, un crematore di professione. Non ha vizi e, benché nutra qualche sospetto, ha il dono di credere. Crede ai farmaci della vita, cioè per esempio, all’immortalità, crede alla bellezza, crede che sua moglie, la bruna ed ebrea Marie, che lui chiama Lakmé, sia rimasta identica a come era diciassette anni prima, immobile e ferma come l’amore vero, crede che i figli non si lasceranno traviare, crede che le minacce incombenti non la spunteranno e comunque lasceranno danni rimediabili, che i cattivi siano cattivi per il troppo poco amore, che le bestie soffrano ma poi si reincarnino come noi, che il matrimonio sia un unicum da non sciupare proprio come la morte… crede e vuole crede e assevera e parla con un’ossessività che è insopportabile. Perciò il romanzo si legge meglio in condizioni estreme, per esempio con calma e preferibilmente a letto.
Allora è possibile sciropparsi cose così:

"- Sa signor Strauss, - sorrise il signor Kopfrkingl guardando il tavolo illuminato dal sole, nascosto dietro la corona di un albero, - Iddio provvide benissimo agli uomini. Il fatto che alcuni soffrano è un’altra cosa, soffrono anche le bestie. Ho a casa uno splendido libro in tela gialla, un libro sul Tibet, sui monasteri tibetani, sul loro capo supremo, il Dalai-Lama, sulla loro incantevole fede, lo si legge come la Bibbia. La sofferenza è un male che dobbiamo rimuovere o almeno lenire, ridurre, ma è un male che commettono gli uomini, perché li circonda un male che impedisce loro di scorgere la luce. Iddio però provvide bene. Bene quando disse all’uomo, ricordati che sei polvere e polvere ritornerai. Quando lo creò dalla polvere, quando gli concedette misericordioso, dopo le sofferenze, e i tormenti che la vita gli ha portato ed elargito, dopo tutte le delusioni e la scarsezza d’amore… - guardò l’anziana signora occhialuta dinanzi al bicchiere di birra accanto all’impiantito, - quando gli concedette misericordioso di diventare di nuovo polvere. Un crematorio, signor Strauss, è in effetti una cosa gradita a Domineddio. Perché lo aiuta ad accelerare la metamorfosi dell’uomo in polvere. Pensi, se l’uomo fosse di una materia in fusibile. Ci pensi, la prego, - scrollò le spalle il signor Kopfrkingl, guardando l’anziana signora occhialuta dinanzi al bicchiere di birra accanto all’impiantito, - in quel caso non resterebbe che seppellirlo, ma l’uomo per fortuna non è infusibile. Sa quanto ci vuole perché un uomo sepolto diventi polvere? Vent’anni e in così lungo tempo lo scheletro non si dissolve del tutto. Nel crematorio, ora che hanno installato il gas al posto del coke, con tutto lo scheletro occorrono solo settantacinque minuti."

"… l’anima si libererà, si staccherà, volerà nell’etere, si reincarnerà, non andrà nell’urna. Non è creata per stare nella latta. Sì, la vita umana non è nient’altro che essere per la morte, signor Dvorak, - disse il signor Kopfrkingl, - bisogna tenerne conto, del resto ciò vale anche per gli animali, solo che non ne sono consapevoli, ma non è questo essere per la morte il senso della vita."

Nel credere buono del bruciacadaveri si schiudono però continuamente altre credenze, non proprio affidabili come i suoi libri preferiti. Preso nel vortice della storia, con il suo incedere iterativo ossessivo e loquace, il bruciacadaveri, a partire dall’incontro con l’amico "tedesco" e nazionalsocialista Willi, entra sempre più nella dimensione atroce che tutte le sue parole esorcizzano ed evocano. Si trasformerà in collaborazionista e carnefice, proprio nel momento in cui Praga viene invasa da Hitler. E non ci si ferma qui. All’antisemitismo, alla delazione, allo scatto di carriera nel suo Tempio della Morte, alla trasformazione in pura anima tedesca, alla promozione a Testatore di ben altri forni, si accoppia una vicenda che sembra un incubo, prima dell’ultimo sogno di rivelata autentica follia.

Egli termina anche la moglie - l’assassinio mascherato da suicidio è tutto da leggere -; e poi il figlioletto Mili, deviato e malaticcio come la madre ebrea, e sulla strada di diventare un patriota. Lascia in vita solo l’altra figlia Zina, perché innocua e manipolabile. Mentre dieci amanti bionde gli girano dintorno nei locali sfavillanti del reich.

Ecco la scena del penultimo omicidio:

"- Abbiamo, purissima, la vita dinanzi a noi. Abbiamo, celeste, il mondo aperto. Ci è aperto il cielo, - guardò e indicò il soffitto, come se facesse notare le stelle, uno splendido quadro o un’epifania, - il cielo sul quale, in tutti i diciannove anni che siamo stati insieme, non è passata neanche una nuvoletta, il cielo che vedo talvolta sopra il mio Tempio della Morte, nei momenti in cui non si brucia nessuno. Ma in bagno, me ne sono accorto, abbiamo un ventilatore rotto, domani devo farlo aggiustare. Intanto vi ho messo una corda con un cappio, perché il ventilatore si possa aprire salendo sulla sedia […]
Dopo cena il signor Kopfrkingl baciò la celeste e disse:
- Vieni, ineffabile, prima di spogliarci, prepariamo il bagno.
E prese la sedia ed andarono, la gatta li guardava.

- C’è caldo,- disse il signor Kopfrkingl nel bagno e posò la sedia sotto il ventilatore, forse ho esagerato col riscaldamento. Cara, apri il ventilatore.
Quando Lakmé si arrampicò sulla sedia, il signor Kopfrkingl le accarezzò il polpaccio, le buttò sul collo il cappio e con un soave sorriso le disse:
- E se ti impiccassi, mia cara?
Lei gli sorrise dall’alto, forse non aveva capito bene, anche lui sorrise, diede un calcio alla sedia, ed era fatta."








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 28 ottobre 2006