La NASA sul riscaldamento globale

Sergio Baratto



Quanto segue è la traduzione parziale di un articolo tratto dal sito del Goddard Institute for Space Studies (GISS), un ente della NASA [l’articolo originale e integrale si trova qui]. Si tratta della sintesi di uno studio recente (settembre 2006) sull’accelerazione del riscaldamento globale, sulle sue conseguenze visibili qui e ora e sui possibili scenari futuri.

Lo scienziato James Hansen, direttore del GISS e principale artefice dello studio in questione, ha recentemente rivelato di aver subito diversi tentativi di censura da parte della NASA su pressione della Casa Bianca (vedi qui).

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Un nuovo studio realizzato dagli scienziati della NASA rivela che la temperatura del pianeta sta raggiungendo un livello mai registrato da migliaia di anni.

Lo studio, condotto da James Hansen del Goddard Institute for Space Studies e da scienziati di altre organizzazioni, giunge alla conclusione che, a causa della tendenza a un rapido riscaldamento registrata negli ultimi 30 anni, la Terra sta raggiungendo e attraversando i livelli più caldi del periodo interglaciale attualmente in corso, che è durato quasi 12 000 anni. Si definisce "periodo interglaciale" una fase nella storia della Terra in cui l’area del pianeta ricoperta di ghiaccio era analoga o inferiore a quella attuale. Oggi il riscaldamento costringe le specie vegetali e animali a spostarsi verso il polo nord e il polo sud.

Lo studio si basa su una serie di temperature registrate in tutto il mondo nel corso del XX secolo passato. Secondo le conclusioni degli scienziati, questi dati hanno mostrato che, negli ultimi 30 anni, la Terra si è riscaldata all’eccezionale velocità di circa 0,2° Celsius (0,36° Fahrenheit) a decennio.

"Ciò significa che ci stiamo avvicinando a livelli pericolosi di inquinamento umano" ha dichiarato Hansen. Negli ultimi decenni, i gas serra sono diventati il principale fattore di cambiamento climatico. I gas serra intrappolano il calore nell’atmosfera terrestre e riscaldano la superficie del pianeta. Alcuni gas serra – come il vapore acqueo, il biossido di carbonio, il metano, l’ossido di azoto e l’ozono – sono presenti già in natura, mentre altri sono il prodotto delle attività umane.

Lo studio rileva che il riscaldamento del pianeta è massimo alle latitudini elevate dell’emisfero settentrionale e maggiore sulla terraferma che sopra le zone oceaniche. La causa di tale fenomeno viene attribuita all’azione del ghiaccio e della neve. Man mano che la Terra si scalda, la neve e il ghiaccio si sciolgono, scoprendo superfici più scure che assorbono più luce solare e aumentano il riscaldamento, in un processo chiamato "positive feedback". (…)

Il risultato più significativo raggiunto dagli scienziati mostra che il riscaldamento negli ultimi decenni ha portato la temperatura globale a circa un grado Celsius (1,8° F) dalla temperatura massima registrata nell’ultimo milione di anni. Secondo Hansen, "Ciò significa che un ulteriore riscaldamento globale di un grado Celsius definisce un livello critico. Se il riscaldamento globale viene mantenuto al di sotto di questa soglia, i suoi effetti possono essere relativamente gestibili. Durante i periodi interglaciali più caldi, la Terra era abbastanza simile a com’è oggi. Ma se si verifica un ulteriore riscaldamento globale di 2° C o 3° C, probabilmente assisteremo a mutamenti che renderanno la Terra un pianeta diverso da quello che conosciamo. L’ultima volta che si sono registrate tali temperature, nel medio Pliocene, circa tre milioni di anni fa, il livello dei mari era all’incirca di 25 metri superiore ad oggi".

Gli effetti del riscaldamento globale sulla natura cominciano ormai a farsi evidenti. Poiché gli animali e le piante possono sopravvivere solo entro certe zone climatiche, con il riscaldamento degli ultimi decenni molte specie hanno cominciato a migrare verso i poli. Uno studio apparso sulla rivista "Nature" nel 2003 ha dimostrato che nella seconda metà del XX secolo 1 700 specie tra vegetali, animali e insetti si sono spostate in direzione dei poli a una velocità media di 6 chilometri ogni dieci anni.

Tale velocità di migrazione non è abbastanza rapida da mantenersi al passo con l’attuale velocità di spostamento delle zone climatiche, che nel periodo 1975-2000 ha raggiunto all’incirca i 40 chilometri per decennio. Secondo Hansen, "La rapidità di movimento delle zone climatiche sta diventando un’altra causa di stress per la natura. Si aggiunge alla perdita di habitat derivante dallo sviluppo umano. Se non rallentiamo la velocità di riscaldamento globale, è probabile che molte specie si estingueranno. In effetti le stiamo buttando fuori dal pianeta".

[Trad.: s.b.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica emergenza di specie il 26 ottobre 2006