Disagio a New York

Paolo Mastroianni



Personaggi principali

Janusz RIBAK,
età: 31,
luogo di nascita: Otwock - Polonia,
cittadinanza: americana,
professione: collaudatore di dispositivi elettronici,
luogo di residenza: Manhattan (SoHo) - USA.

Celinska RIBAK,
età: 29,
luogo di nascita: Albany - USA,
professione: centralinista,
luogo di residenza: Manhattan (SoHo) - USA.

New York, 9 Marzo 1993, ore 19.30
Non aveva nemmeno più forza per continuare ad odiarsi. I milioni di tentativi per accettarsi, amare, sperare di essere amato o almeno accettato, erano dietro di lui, infinitamente distanti. A nulla sarebbe valso provare di nuovo. Così, lo sguardo fisso verso l’asfalto bagnato per evitare gli sguardi della gente del posto, varcò il portoncino marrone. Salì i cinque piani ansimando per l’obesità, aprì la porta e si precipitò nella sua stanza, dove l’insofferenza e il disgusto per se stesso continuarono a crescere. Nervosamente cominciò ad agitarsi nell’angusto spazio tra scrivania, letto e finestra, e al culmine della tensione si allungò verso lo stereo con uno scatto goffo e rabbioso, selezionò un disco con cui spesso s’era illuso di essere un duro, e andò a sedersi sul letto. Ma la musica che invase la stanza gli giunse indifferente ed estranea. Allora cercò una bottiglia di whisky in cucina, ne bevve un lungo sorso d’un fiato, poi ancora un altro, e poi un altro ancora. Finché tossì, diventò livido e poi ancora tossì sputando via tutto il tormento che aveva. Col respiro affannoso che ridiventava normale, sentì espandersi dentro il benessere di una tregua; in quello stato insperato di calma gli venne in mente la strada… il fioraio sotto casa, il fruttivendolo con pochi clienti, i passanti da cui, nella stanza con la porta serrata, si sentiva al riparo. Presto però una vampata violenta prese a diffondersi sul suo faccione dai lineamenti infantili, dal collo sul petto e sul resto del corpo. Si sbottonò la camicia, ma il fuoco gli sembrò insopportabile: meglio il freddo e la strada.

Fuori era buio. Mucchi sporchi di neve, ammassati ai bordi dei marciapiedi, testimoniavano la rigidità dell’inverno. Immunizzato dall’alcol, riuscì a pensare al belvedere di Brooklyn, di fronte allo skyline di Manhattan dove spesso si era sentito rilassato e leggero, come quella volta al tramonto, quando sulla sua stessa panchina si era seduta una signora dall’aria distinta che, prima di immergersi nella lettura, gli aveva sorriso con giovialità. Era stata l’unica volta in cui si era sentito a suo agio vicino a un estraneo, tanto che era rimasto fino a che lei era andata via salutandolo con un nuovo delicato sorriso.
A passo svelto raggiunse la metropolitana, e in meno di quaranta minuti si portò dall’altro lato del fiume. Un vento gelido tagliava l’aria fischiando: godere dell’incantevole panorama sarebbe stato impossibile. Infatti non c’era nessuno, nemmeno una coppia di giovani amanti. Deciso a restare, si poggiò alla ringhiera, ma l’alcol che aveva bevuto non bastava a sconfiggere il gelo che gli stringeva la fronte; allora si arrese, e ansimando tornò alla stazione, dove poche persone aspettavano nella penombra del sottosuolo; sarebbero tutti saliti sul prossimo treno lasciandolo solo, così pensò di fermarsi, individuò una panchina, e dopo pochi minuti il primo treno passò. Finalmente avrebbe potuto smaltire l’affanno ed il freddo del fiume. E il suo sguardo iniziò a scivolare liberamente: prima sulle rotaie, sulle chiazze d’olio lasciate dai treni, quindi su un cartellone pubblicitario sulla parete oltre i binari: un giovane con gli occhiali da sole si stagliava imponente contro un cielo azzurrissimo: magari le lenti celavano uno sguardo femmineo che stonava con l’asprezza della mascella; o forse il ragazzo era cieco, con gli occhi spenti, chiari e ondeggianti nell’incapacità di aggrapparsi a un bersaglio. Ma a quel punto fu distolto da un rumore di passi: un uomo di mezza età camminava su e giù guardandosi intorno. Oppresso da quella sola presenza, Janusz salì sul treno in arrivo.

Indeciso se rientrare o continuare a vagare, avvertì l’aria calda del treno che si diffondeva negli arti gelati, l’alcol frattanto tornava a rallentare i pensieri. Associando l’insperato benessere al moto del treno, pensò che non sarebbe più sceso, e senza accorgersene si fuse al vagone, ai corrimano e ai sedili in un’interminabile corsa lungo il buio dei tunnel. Finché qualcosa dentro di lui lo allertò: ancora qualche fermata ed il treno sarebbe entrato nel quartiere di Harlem dove finiva la corsa. Scoraggiato dall’istintivo timore per quella zona off limits, scese a Times square, l’immensa piazza illuminata a giorno dalle enormi insegne pubblicitarie. Infastidito dalla folla chiassosa e dai taxi, si allontanò lungo Broadway, finché dopo l’angolo Sud/Ovest del Central Park tutto divenne desolato e più scuro. Erano quasi le 11 e l’effetto dell’alcol incominciava a dissolversi; senza la protezione dei grattacieli, il vento soffiava con prepotenza, allora si decise a rientrare. Per ripararsi dal vento, imboccò una traversa che sembrava deserta, ma dopo pochi isolati scorse un gruppo di sudamericani intenti a tramare qualcosa davanti a un’edicola fatiscente: da quel punto iniziava un territorio diverso, in cui le luci, i turisti e i venditori di biglietti per i mille entarteinement di Broadway, cedevano il posto alle insegne fioche di locali ambigui. Non impiegò molto a capirlo e istintivamente pensò di far marcia indietro, ma l’idea di passare di nuovo davanti ai sudamericani lo fece esitare: stavolta avrebbero notato la sua goffa andatura. Così proseguì, e al primo peep shop tre buttafuori di colore, col compito di adescare passanti, uscirono sul marciapiedi aspettando che si avvicinasse. A loro non aveva pensato. Col fiato sospeso ed il cuore in tumulto continuò a camminare, ma inaspettatamente il suo sguardo diventò fermo, il suo incedere apparentemente sicuro. Uno dei tre buttafuori lo invitò a entrare, ma di fronte alla sua indifferenza nessuno insistette.
Schermandosi allo stesso modo riuscì a proseguire, superando alla fine la zona a luci rosse. La notte ridiventava silenziosa e deserta, lo stato d’allerta sembrava finito. Invece all’altezza della 40St, un’ombra gli scivolò accanto. Tremò, ma appena distinse lo sguardo infreddolito e smarrito di un’esile ragazzina di colore si tranquillizzò: non avrebbe potuto fargli del male; con un tono quasi interrogativo, lei salutò:

- ciao!
E poiché lui non rispose, lei pensò si trattasse di uno straniero in difficoltà con la lingua; allora, scandendo ogni sillaba, gli chiese:

- da dove vieni? - con un tono così delicato che lui sentì di doverle rispondere.
Per un po’ si sforzò di cercare parole e tono appropriato, e quando il silenzio iniziò a farsi pesante, gli venne in mente l’accento polacco della madre morta da anni. Imitandolo disse:

- dalla Polonia.
E lei, con la stessa dolcezza:

- come ti chiami?

- Janusz. – rispose lui pronunciando per intero il suo nome di battesimo polacco:

- vuoi venire con me? – lei disse.
Forse perché era poco più che una bambina, o forse perché non era mai stato con una donna, lui disse:

- mi spiace... non ho soldi.
Ma, aldilà del significato delle parole, la sua voce sgorgò piena di umanità. Nessuno mai le aveva riservato un tono del genere, e lei con uno sguardo pieno di speranza ripeté:

- ti prego vieni con me.
E il cuore di lui sobbalzò: per la prima volta qualcuno aveva bisogno di lui, per la prima volta la propria esistenza avrebbe potuto acquisire un significato: non doveva fallire; restava solo da stabilire dove amare quella donna bambina, come e dove abbracciarla e capirla, proteggerla e poi consolarla. Ma l’attimo prima di accettare l’invito, fu travolto dalla sfiducia di sempre in se stesso, dal terrore che lei si accorgesse della sua debolezza, della sua obesità.

- Non ho soldi. – disse stavolta con un tono di secco rifiuto.
Ed infatti, senza speranze residue, lei si allontanò in fretta, lasciandogli appena il tempo di scorgere il luccichio delle lacrime che le bagnavano gli occhi. Come paralizzato, Janusz sperò di aver preso una svista: tanto le lacrime quanto la richiesta d’aiuto erano il frutto della sua immaginazione; e mentre indugiava su questo pensiero, la notte inghiottiva la ragazzina. Soltanto quando trovarla sarebbe stato impossibile, sentì che la sofferenza che le aveva scorto negli occhi era autentica e che i pensieri che lo avevano paralizzato erano stato un espediente vigliacco per guadagnar tempo. Sconfitto, con lo sguardo fisso nel buio, iniziò a camminare. Si odiava... avrebbe camminato al freddo per tutta la notte fino allo sfinimento, ma con una smorfia di disappunto pensò che l’unica punizione efficace sarebbe stata costringersi faccia a faccia con la sua miseria, nell’immobilità opprimente della sua stanza.
Dopo il veloce tragitto in taxi aprì la porta dell’appartamento immerso nel sonno da un pezzo. La cucina che aveva lasciato sotto sopra per cercare il whisky era stata ordinata; nella sua stanza, con la porta serrata, regnava il disordine. Si sdraiò senza nemmeno svestirsi, e inquieto si rigirò nel letto fino al mattino, quando la sveglia, puntuale, suonò.

Erano le sette e tre quarti quando raggiunse il lunghissimo treno per Long Island. Sollevato dal fatto che difficilmente qualcuno gli si sarebbe seduto vicino, si fermò in una carrozza vuota. E puntuale il convoglio partì. Era il momento più sereno della giornata, che spesso riempiva immaginando, all’interno delle abitazioni che scorrevano fuori dal finestrino, esistenze serene ed armoniose. Quella mattina toccò a una giovane coppia. Era sera, e sorridendo lei accoglieva il marito che rincasava; nonostante la stanchezza di una giornata assai intensa, anche lui sorrideva, posava la ventiquattrore e si sfilava la giacca; poi si versava un bicchiere di birra e iniziava a raccontarle qualche episodio simpatico accaduto al lavoro. La donna immaginata si apprestava a preparare la cena, quando, a un paio di sedili da Jan, un bicchiere di carta scivolò dalle mani di un giovane sulla ventina; assecondando la pendenza del pavimento, il cappuccino caldo iniziò a scivolare in direzione dei piedi di un uomo di mezza età, mulatto, dal fisico muscoloso; allora il giovane prese un tovagliolo di carta e si chinò con agilità per arginare il liquido.

- Mi scusi – gli disse.
E il mulatto sorrise sdrammatizzando:

- cose che capitano.
E mentre seguiva la scena, a Jan venne d’immaginare che il bicchiere fosse scivolato dalle sue mani… il cappuccino che velocemente scorreva, il suo corpo grasso in difficoltà a chinarsi, il conseguente imbarazzo, il mulatto che esprimeva fastidio sbuffando. Assalito da un istinto di fuga, guardò la porta, e come se dovesse alzarsi davvero irrigidì i muscoli, ma una donna che entrava dalla carrozza adiacente lo riportò alla realtà.

Il treno raggiunse Farmingdale dopo circa venti minuti; c’era già un autobus in attesa, che dopo un breve tragitto tra strade costeggiate da folte file di alberi, lo lasciò accanto al piccolo edificio dell’azienda per cui lavorava. Con un cenno della mano salutò l’anziano usciere, e dopo un paio di corridoi raggiunse il suo ufficio-laboratorio.
Odiava quel posto, l’odiava, sebbene l’avesse amato con intensità per molti anni, quando raccogliendosi in un religioso silenzio aspettava di scoprire i misteri di un nuovo dispositivo elettronico. Ogni mattina, a quell’epoca, con trepidazione prendeva uno in consegna, lo liberava dall’imballaggio con solennità, poi lo montava. E quando finalmente il collaudo iniziava, il tempo diveniva uno spazio vuoto senza pareti, dove le ore volavano. Soltanto a lavoro ultimato con gli occhi arrossati, orgoglioso e eccitato, Jan si accorgeva che magari era notte, che gli altri uffici erano vuoti da un pezzo, e che, terminate le corse degli autobus, non gli restava che tornare a casa in taxi per riposare almeno poche ore.
Finché, all’improvviso, all’inizio di una primavera, qualcosa era cambiato. Come dopo un letargo, un fremito strano - l’attrazione nuova e piena di apprensione per l’altro sesso - l’aveva sorpreso. Sensazioni confuse, accompagnate da turbamento, speranza, smania di confidarsi… con un amico che candidamente aveva iniziato a cercare, ma che in anni non aveva trovato. Tutt’altro, ad ogni tentativo, sempre più nitidamente, aveva imparato a leggere noia, fastidio, premura d’andare. Era proprio cercando una persona amica che s’era accorto che qualcosa in lui non andava... che gli altri trovavano il suo corpo grasso, i suoi movimenti goffi e sgradevoli, i suoi discorsi noiosi. Ma era tardi per riuscire a cambiare, troppo tardi la primavera lo aveva richiamato fuori dal laboratorio, che, a poco a poco, da amato, totalizzante focolare e ragione di vita, era finito sotto accusa, simbolo e causa della sua infelicità.

Anziché scostare le tende, accese una lampada, e i pochi metri quadrati pieni di antenne e altri aggeggi elettronici uscirono dall’oscurità. Sul tavolo era poggiata la scatola col kit di pezzi dello strumento che quel giorno avrebbe dovuto testare. Si trattava di un ricevitore con cui catturare e analizzare su dei piccoli monitor i segnali invisibili che riempivano l’aria: da quelli telefonici a quelli radio televisivi, da quelli usati per le comunicazioni aeroportuali a quelli riservati a polizia, ambulanze, pompieri, e poi ai taxi, ai treni e a mille altri utenti.
Con la velocità della sua lunga esperienza, dispose tutti i pezzi in fila sul tavolo, e la fase di montaggio iniziò. Erano le due quando ebbe ultimato il lavoro, finalmente poteva iniziare le prove, ma prima pensò di riposarsi qualche minuto, si sedette e la stanchezza di una notte insonne alle spalle lo avvolse.
Lo travolse insieme al ricordo della prostituta bambina, dei suoi occhi neri, del suo tono dolce e della sua espressione addolorata e delusa dal suo estremo rifiuto. Col cuore contrito, Janusz strinse le palpebre, e visto che il rimpianto stagnava, decise di iniziare le prove. Con pigrizia accese l’interruttore, e la stanza fu invasa da un ronzio debole e uguale nel tempo, che in breve ipnoticamente indebolì tutto il suo corpo. Incapace di opporsi, si addormentò.

Non poté accorgersi, quindi, che dopo circa dieci minuti il fruscio terminava, sostituito da un suono di voci. Sintonizzato per caso sulla banda telefonica, il ricevitore aveva iniziato a captare il racconto dei giochi di due bambini. Poi era ripreso il fruscio, interrotto dopo pochi secondi da un’altra telefonata. Poi di nuovo silenzio, in una sequenza che andò avanti per altre due ore, fino a quando, dopo un sonno popolato da immagini rapide e confuse, Janusz si svegliò. Una cappa d’intontimento gli impediva di capire il senso della telefonata in corso. Apaticamente guardò il segnale luminoso e verdastro che oscillava sul piccolo schermo del dispositivo; poi lentamente iniziò a distinguere le voci di due compagni di scuola che discutevano dei compiti per casa, e a turno parlavano di un personaggio televisivo, di un professore o di un amico. Poi uno dei due cominciò a raccontare le proposte oscene che aveva avanzato a una compagna, una che coi maschi si dava da fare; e la naturalezza con cui parlava di sesso lasciò Jan dapprima confuso, poi gli illuminò con una luce avida gli occhi: quell’apparecchio gli avrebbe consentito di spiare il mondo che si intratteneva al telefono. Intanto due donne incominciarono a dire prima della noia per le cose da fare, poi della tosse di un figlio, infine di un uomo che sarebbe stato bello scoparsi. Trattenendo il respiro, Jan lasciò che la telefonata finisse, e al pensiero che effettivamente dietro quelle parole ci fosse una coppia di madri, rabbrividì.

In quel modo l’ascolto continuò, con gente che chiacchierava senza niente di concreto da dirsi, discutendo cose banali che però lui mai aveva immaginato potessero essere pensate; poi con amici, fidanzati sdolcinati, annoiati, autoritari, diversi in modo ipocrita durante la telefonata seguente con un altro interlocutore. Poi con amanti che tramavano per raggirare mogli o mariti, servendosi quasi sempre dei figli per trovare scuse: c’era da accompagnarli in palestra e aspettare, oppure si doveva andare, per loro, in giro a fare compere.
Come ai vecchi tempi, quando la tecnica lo incantava, il tempo nel laboratorio volò. Fino alle sette, quando l’uomo delle pulizie aprì leggermente la porta, ma visto che la stanza era occupata non entrò. Soltanto allora Jan guardò l’orologio, e indifferente al fatto di non aver nemmeno iniziato il collaudo, staccò la corrente, prese il cappotto, ed uscì lentamente dalla fabbrica semi deserta.

Una luna splendente illuminava la notte. L’autobus arrivò senza tardare, lasciandolo in attesa del treno nella stazioncina poco affollata, dove una ragazza, appoggiata a una staccionata di legno, tirava fuori dalle corde di una chitarra, solo per sé, flebilmente, sonorità country. Poi arrivò il treno, a quell’ora corto e affollato rispetto a quello mattutino. Aggredito dall’illuminazione al neon, si sedette nell’unico posto libero della carrozza, poggiò la borsa sul pavimento, poi girò la testa verso il finestrino per isolarsi. Ma nel buio indistinguibile fuori dal treno, il vetro gli presentò le figure riflesse di tre ragazze che ridevano e chiacchieravano. Tracciando ampie scie con le mani, la più carina, che era mulatta, iniziò ad imitare le movenze d’una donna sensuale; di tanto in tanto si portava indietro i capelli liberando la fronte e i luminosi occhi verdi, poi sorrideva ammiccando con sensualità. Protetto dall’intimità del finestrino, Jan continuava a seguire lo spettacolo, quando fu invaso dalla sensazione che lei si fosse accorta di lui e anziché intimidirsi calcasse i suoi gesti. Imbarazzato e sorpreso, arretrò istintivamente la testa e, al posto dell’adolescente, scorse riflesso nel vetro il proprio corpo pesante, la propria espressione ottusa e ignara di vita. Era così umiliante il contrasto che gli vennero in mente le telefonate ascoltate nel pomeriggio: oltre a discutere degli argomenti più spinti, sicuramente tutti passavano ai fatti con la medesima disinvoltura; sicuramente dietro la recita dell’adolescente c’era un’esperienza consumata di nudità esibite e guardate, di carezze ed amplessi disincantati. "Coglione che era! Coglione!", si insultò con disprezzo, e con uno scatto spostò lo sguardo sulla maglia della mulatta, esattamente in corrispondenza del seno, bloccò il capo e rimase a guardare. E senza controllo l’eccitazione montò spezzandogli il fiato e infuocandolo dal desiderio di spogliare la giovane donna con un misto d’odio e libidine, quindi di stenderla, sdraiandosi sopra di lei a lungo e con brutalità.
Presto però, da un angolo della memoria diverso, emerse il dubbio che talvolta lo tormentava della sua virilità mai provata; spaesato, confuso, vide le immagini di sesso farsi meno rabbiose, più lente, annebbiarsi, fino a svanire del tutto sostituite da un ricordo d’infanzia: una volta in cui litigò con Celinska, un futile battibecco tra fratellini che giocano, che però non si era concluso con uno sbotto e una successiva rappacificazione, poiché la madre, come sempre in circostanze del genere, li aveva interrotti con severità. Senza ascoltare ragioni, si era scagliata contro di lui, contro di lui solamente, perché lui era maschio e avrebbe dovuto proteggere Celinska da grande: "non devi urlare con tua sorella, non osare farlo mai più!". E lui che non aveva alcuna intenzione di maltrattare Celinska, si era sentito mortificato e ingiustamente ferito, poi piangendo si era convinto di avere sbagliato.
Il treno terminò la sua corsa. Le tre ragazze sgusciarono via, e lui restò solo, immobilizzato e svuotato dal suo senso di colpa. Soltanto l’urlo di un ragazzo che chiamava un amico, dopo un poco lo scosse. S’incamminò a occhi bassi, e a un certo punto gli venne in mente la prostituta bambina. Addolorato dall’occasione perduta, ma incapace di considerare l’idea di recarsi a Times Square per cercarla, continuò a camminare.

Dopo aver disattivato la sveglia, il mattino seguente, scoprì di sentirsi riposato e tranquillo, in una condizione mai provata, diversa… come se fosse altrove, in un mondo senza tracce d’angoscia, di colpa o tristezza. Così, invece di scattare come ogni mattina, rimase steso nel letto. Soltanto dopo un’ora si alzò, e per la prima volta da sempre rimase a guardarsi allo specchio per buoni dieci minuti senza avvertire disagio e vergogna. Poi tornò in camera, guardò i vestiti che lo attendevano, e con assoluta certezza sentì che quell’equilibrio insolito sarebbe franato andando al lavoro. Così, con espressione pensosa, si vestì lentamente ed uscì. Attraversò Thompson Street, senza apprensione entrò nella stazione della metropolitana, salì sul vagone, e diversamente dalle altre mattine proseguì fino a Times Square, dove migliaia di persone uscivano, entravano o cambiavano linea freneticamente. Senza esitazione, cambiò per Grand Central.

Un pallido sole illuminava i grattacieli e le strade. Camminò a passo lento fino all’estremità di Manhattan, dove i cancelli della dogana, che si estendevano a perdita d’occhio, impedivano di affacciarsi sul fiume: a questo non aveva pensato. Allora decise di andare a sedersi su una panchine del piccolo parco adiacente la Public Library.

Per un poco rimase senza pensieri a guardare la cima degli alberi, quindi socchiuse gli occhi e sprofondò nel ricordo della madre rimasta vedova quando lui e Celinska avevano solo quattro e due anni: davvero doveva essere stato difficile andare avanti da sola in America. Pensando al suo volto sempre triste e nervoso, si domandò se fosse mai stata felice; d’istinto avrebbe detto di no, e quel pensiero lo addolorò con una fitta allo stomaco, al punto da indurlo a reagire: sicuramente sbagliava, sicuramente era stata felice da giovane, appena sposata. E con un brivido sottile di gioia gli parve di vedere un sorriso che illuminava il volto materno. Quindi si domandò come fosse stato il padre realmente, poiché gli era rimasto solo un ricordo infinitamente lontano… un sorriso sbiadito che si era sovrapposto e confuso nel tempo al sorriso dello zio professore. Chissà che volto aveva avuto suo padre, cosa lo aveva fatto gioire e soffrire. E chissà se era vivo lo zio professore che aveva incontrato quando erano andati per un mese a Varsavia, tre anni dopo la morte del padre, quello zio idealizzato e poi odiato, perché, quand’era morta la madre, quando lui e Celinska avevano undici e nove anni, non era venuto in America a prenderli né tanto meno a trovarli.

Per ore, immobile sulla panchina, Janusz fu assorbito da questi pensieri, fino a quando sentì che l’equilibrio con cui si era svegliato al mattino iniziava a incrinarsi. Mancava poco all’orario in cui solitamente usciva dall’ufficio, allora decise di andare. Camminando nuovamente a fatica, raggiunse la stazione della metropolitana, superò le barriere e arrivò sulla banchina, dove gruppetti colorati di persone attendevano che il treno arrivasse. Ragazzi, ragazze... forse scherzavano, qualcuno stava da solo, qualcuno forse lo derideva. Sebbene fosse pressato dal solito istinto di cercare un angolo libero, stavolta s’impose di rimanere dov’era. Ma presto uno spiffero freddo investì la sua fronte; come per ripararsi, si spostò tra la gente portandosi davanti ai binari. Frattanto la bocca nera del tunnel incominciava a vomitare il rumore del treno in arrivo. Con estrema lentezza voltò il capo catturando con gli occhi il bagliore ancora lontano dei fari del locomotore. E quando il treno spuntò fuori dal tunnel, il suo sguardo divenne dubbioso: come se il numero della linea fosse sbagliato. Con l’espressione immobile attese un istante. Poi, come in una scena immaginata al rallentatore decine di volte si lanciò sui binari.

Il treno seguente dovette fermarsi nel bel mezzo del tunnel prima di entrare in stazione. Che strano! La gente travolta e assuefatta ai ritmi della grande mela si sentì infastidita.
Senza perdersi d’animo, una ragazza provò a concentrarsi sul libro che teneva aperto con una sola mano.
Una donna di mezz’età, sul cui volto c’erano solo rughe e fatica, sprofondò nei soliti pensieri su figli e lavoro.
Poi, dopo poco, il treno si mosse, ma assai lentamente e lungo la direzione opposta a quella normale, cosicché facce interrogative si domandarono cosa stesse accadendo.
Si fermò nella stazione in cui già aveva sostato, e lì aprì le porte di nuovo, lasciando a qualcun altro la possibilità di salire e, a chi volesse, di scendere. Quindi gli altoparlanti annunciarono che, a causa di un problema tecnico, la corsa interrotta sarebbe ripresa al più presto.
Brusio, insofferenza. Finché, dopo un paio di minuti, una voce secca penetrò nei vagoni:

- Un suicidio! Stanno sgomberando i binari dal corpo!
Nell’aria risuonò un "ooohhh" collettivo di turbamento e stupore, dopo il quale, per alcuni istanti, ci fu profondo silenzio.
Un uomo anziano sentì un blocco gelido al petto, la sua mente fu agganciata dai pensieri tetri ricorrenti negli ultimi tempi; scrollò le spalle, come se liberarsi dalla morsa dei due corpi seduti ai suoi fianchi l’aiutasse a uscire dal tunnel di sensazioni opprimenti. Una elegante signora iraniana, moglie di un generale che un tempo s’era visto costretto a fuggire da Teheran, immaginò che a lanciarsi sopra i binari fosse stata esattamente una donna della sua età.
Quindi il treno ripartì. Lungo la direzione giusta stavolta.
E mentre gli umori dei passeggeri gradualmente mutavano ridiventando normali, gli altoparlanti annunciarono che la prossima fermata sarebbe stata saltata. Di nuovo brusio, stavolta soltanto da parte di quelli che avrebbero dovuto scendere proprio nella stazione in cui era avvenuto il suicidio. Ma non durò a lungo poiché il pensiero del cadavere che forse ancora giaceva sui binari riportò a bordo un rispettoso silenzio. Quindi, dopo il passaggio nella stazione fuori servizio che, a parte due poliziotti sulla banchina, sembrava avvolta dalla normalità, il convoglio raggiunse la fermata seguente.
Confusa tra corpi ingombranti, ne uscì una donnina dall’aria svanita che rapidamente guadagnò la banchina del suo ultimo treno. Ci vollero circa venti minuti prima che aprisse la porta di casa. Prima ancora di levarsi il cappotto, aprì un mobiletto per controllare se la bottiglia di whisky che aveva nascosto fosse stata scoperta. Fortunatamente era intatta, e pensando al periodo buio del fratello, si cambiò, e mentre si rimboccava le maniche per preparare la cena, si sentì fiduciosa: quella sera un argomento interessante ce l’aveva davvero: ingigantendo la cosa, avrebbe raccontato del suicidio che c’era stato in stazione. Come se vi avesse assistito, avrebbe inventato mille particolari e sarebbe riuscita a distrarlo. Dopo aver preparato con cura ogni cosa, si sciacquò le mani, accese il televisore e sprofondò nella poltrona. Per più di un’ora rimase incollata allo schermo, poi a un certo punto si sentì stanca e affamata, ma pensò di resistere. Cambiò un paio di volte canale, quindi il sonno l’avvolse, regalandole in sogno una passeggiata tra le vetrine del centro commerciale sotterraneo che si estendeva dietro la stazione. Era appena entrata in un negozio di borse quando il trillo insistente del telefono infranse il silenzio. Frastornata, si stropicciò gli occhi, e quasi barcollando raggiunse il telefono. Con l’autocontrollo con cui si annuncia una notizia funesta, una voce estranea partì con una breve premessa. Ma ciò che Celinska già sapeva fu sufficiente a capire. Pensando al presentimento lontano a cui non aveva mai voluto dare peso, non rimase sorpresa. E mentre la voce continuava a parlarle, immaginò passo per passo la scena che aveva costretto alla sosta il treno su cui si trovava. Adesso tutto era chiaro. Ma prima che un vortice sordo di sofferenza la risucchiasse, agganciò la cornetta. Era immobile, in piedi, con le braccia minute e conserte, quando le venne in mente la mamma: lei e Janusz bambini che le chiedevano di parlargli del padre; poi le vennero in mente i parenti in Polonia, lo zio professore che tante volte la mamma, per la passione comune per lo studio e la tecnica, aveva detto somigliante al piccolo Janusz. Ah, se fossero andati a Varsavia! Lo zio avrebbe guidato il fratello, avrebbe costituito per lui quel riferimento solido e sano che per la morte prematura del padre gli era mancato. Tutto questo non sarebbe successo.

AGGIORNAMENTI BIOGRAFICI

Janusz RIBAK
Dopo aver atteso invano che qualche parente si presentasse all’obitorio distrettuale, i suoi resti sono stati sepolti nel cimitero di Albany.

Celinska RIBAK E’ scomparsa dopo la tragica telefonata che le annunciava il suicidio del fratello. Invano, per tre giorni, hanno provato a contattarla per invitarla ad occuparsi dei resti di Janusz.
Al ventesimo giorno di assenza ingiustificata dall’ufficio, il responsabile del personale ha attivato la pratica di licenziamento. A questo si é aggiunta la denuncia del proprietario di casa, che dopo quaranta giorni di morosità ha scatenato un’indagine, archiviata senza esito dopo sei mesi.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica racconti il 23 ottobre 2006