Uomini o struzzi?

Antonio Moresco



Un paio di settimane fa ho pubblicato un pezzo (La sproporzione) sull’emergenza che stiamo vivendo anche come specie. Tranne poche eccezioni, il silenzio è stato assordante. Eppure l’argomento -che prendeva le mosse dalle impegnative dichiarazioni di alcuni importanti scienziati e astrofisici- è della massima attualità e urgenza e ci riguarda ormai da vicino. Come mai più un problema è immediato e abnorme e più si cerca di non vederlo e c’è resistenza persino a parlarne? Come mai basta introdurre in rete qualche piccola diatriba e tutti si gettano nella mischia mentre per cose maledettamente importanti c’è solo il silenzio? Come mai -a differenza che negli scienziati- c’è una simile cecità e rimozione in quelli che dovrebbero essere gli intellettuali e gli scrittori e che si mostrano invece così irresponsabili e impari rispetto alla condizione in cui siamo?
Segnalo qui alcuni brani di un importante e documentato libro uscito per Nuovi Mondi Media, intitolato Cronache da una catastrofe, di cui consiglio vivamente la lettura. L’autrice è Elizabeth Kolbert, giornalista statunitense che scrive di attualità politico-scientifica sul "The New Yorker" e che è stata reporter del "New York Times". I suoi articoli figurano nelle raccolte dei migliori scritti scientifici d’America.

"In base alle stime più accurate, oggi il mondo è più caldo di quanto sia mai stato nei duemila anni precedenti e, se questa tendenza persiste, per la fine del secolo probabilmente sarà più caldo di quanto sia mai stato negli ultimi due milioni di anni."

"James Hansen, il funzionario della Nasa che negli anni ’70 diresse uno dei primi studi sugli effetti dell’anidride carbonica, ha affermato che, se non si arriverà a controllare le emissioni di gas serra in atmosfera, il processo di completa disintegrazione della calotta di ghiaccio che copre la Groenlandia potrebbe mettersi in moto nel giro di qualche decennio. Anche se potrebbe impiegare dei secoli per completarsi, una volta avviato tale processo si autorafforzerebbe, per cui sarebbe praticamente impossibile arrestarlo."

"Non solo sta aumentando la quantità di acque che defluiscono in mare dalle coste della Groenlandia, ma sta crescendo anche il volume d’acqua che i fiumi scaricano nel Mar Glaciale Artico. I dati raccolti dagli oceanografi che monitorano il Nord Atlantico provano che negli ultimi decenni la salinità delle sue acqua è significativamente diminuita."

"Se siamo nella situazione in cui un quarto delle specie terrestri potrebbe essere a rischio di estinzione per via del cambiamento climatico (…) e se abbiamo cambiato il nostro sistema biologico in misura così profonda, allora abbiamo il dovere di preoccuparci di verificare se tutte le attività, i servizi che gli ecosistemi naturali ci forniscono potranno continuare. Infine, tutte le piante che mangiamo sono specie biologiche; tutte le malattie che abbiamo sono specie biologiche; tutti i vettori di malattia sono specie biologiche. Alla luce di questa enorme massa di prove che le distribuzioni delle specie stanno cambiando, dobbiamo aspettarci esattamente la stessa cosa anche per i raccolti, i parassiti e le malattie." (Cheris Thomas, Università di York)

"Vi sono varie ragioni per cui il riscaldamento globale provoca inondazioni. La prima ha a che fare semplicemente con la fisica dei liquidi. L’acqua, riscaldandosi, si espande. In un piccolo corpo d’acqua, l’effetto è modesto; in un corpo d’acqua più grande, l’effetto è proporzionalmente maggiore. L’aumento del livello del mare previsto per i prossimi cento anni (…) dipende unicamente dall’espansione termica. Anche se i livelli di gas serra giungessero infine a stabilizzarsi, il livello dei mari continuerebbe ad aumentare per secoli a causa dell’inerzia termica degli oceani."

"I climatologi, quando discutono dei rischi che comportano le nostre scelte attuali, usano l’espressione "interferenza antropica pericolosa" o, in sigla D.A.I. (da dangerous anthropogenic interference). Il termine non si riferisce a un disastro in particolare, sebbene, si concorda in genere, siano molti gli scenari che potrebbero corrispondere alla definizione – un cambiamento climatico abbastanza drammatico da distruggere interi ecosistemi o causare estinzioni di massa o sconvolgere la produzione alimentare mondiale. Il disintegrarsi di una delle calotte di ghiaccio ancora presenti nel pianeta è spesso indicato come la catastrofe esemplare. La WAIS (da West Antarctic Ice Sheet, la zona occidentale della calotta antartica) è, a questo punto, l’unica calotta di ghiaccio marino del mondo, il che significa che poggia su terra al di sotto del livello del mare. Per questo motivo è considerata particolarmente vulnerabile al crollo. Se la calotta di ghiaccio della WAIS o quella della Groenlandia andasse distrutta, il livello dei mari in tutto il pianeta aumenterebbe di almeno cinque metri. Se entrambe le calotte si sciogliessero, l’aumento del livello dei mari sarebbe di almeno dieci metri."

"I leader europei non hanno fatto mistero del loro sbigottimento di fronte alla posizione presa dall’Amministrazione americana. ’E’ assolutamente chiaro che è iniziato un processo di riscaldamento globale’, ha dichiarato il presidente della Francia Jaques Chirac, nel 2004, al termine dei lavori del G8, il summit dei capi delle maggiori potenze industriali del mondo. ’Quindi dobbiamo agire in maniera responsabile e, se non faremo nulla, dovremo assumerci pesanti responsabilità. Ho avuto la possibilità di parlare di questo con il Presidente degli Stati Uniti. Dirvi che l’ho convinto sarebbe una totale esagerazione, come potete immaginare.’ Tony Blair, che ha presieduto i lavori del G8 nel 2005, ha passato i mesi precedenti l’inizio di quel summit a tentare di convincere Bush che, per usare le sue parole, ’il momento di agire è adesso’. ’E’ chiaro’, ha affermato Blair in un discorso sul cambiamento climatico, ’che le emissioni di gas serra stanno causando il riscaldamento globale con una velocità che all’inizio era significativa, ora è diventata allarmante e nel lungo termine è semplicemente insostenibile. E per lungo termine non intendo secoli. Intendo nel corso della vita dei miei figli certamente, e forse anche della mia. E per insostenibile non mi riferisco a un fenomeno che causa problemi di adattamento, ma a una sfida di portata così vasta nel suo impatto e irreversibile nella sua potenza distruttiva da cambiare radicalmente l’esistenza umana.’ Poche settimane prima del summit del 2005, che si tenne a Gleneagles, in Scozia, le accademie nazionali di tutti i paesi del G8, Stati Uniti compresi, insieme alle accademie delle scienze di Cina, India e Brasile, emisero una dichiarazione congiunta di notevole importanza, nella quale esortavano i leader mondiali ’a riconoscere che il pericolo del cambiamento climatico è evidente e sta crescendo.’"

"Qualche anno fa il chimico olandese Paul Crutzen, vincitore di un premio Nobel, ha coniato un nuovo termine in un articolo apparso su ’Nature’. Non dovremmo più pensare -egli scriveva- di stare vivendo nell’Olocene, perché ormai ha avuto inizio un’epoca diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta. Questa nuova era prende il suo nome da una creatura -l’uomo- che è diventata a tal punto dominante da essere capace di alterare il pianeta su scala geologica. Crutzen dava a quell’era il nome di Antropocene."

"Appena qualche grado in più e la Terra sarà più calda di quanto sia mai stata in qualsiasi altro momento della nostra evoluzione come specie. I circuiti a feedback identificati nel sistema climatico -il feedback ghiaccio-albedo, il feedback acqua-vapore, il feedback tra temperature e carbonio immagazzinato nel permafrost- tendono a far sì che piccoli cambiamenti siano introdotti nel sistema climatico e amplificati in forze molto più grandi. Forse, fra tutti, il feedback più imprevedibile è quello che vede coinvolto l’uomo. Con sei miliardi di persone che vivono sul pianeta, i rischi sono evidenti ovunque. Un cambiamento nelle stagioni dei monsoni, una variazione delle correnti oceaniche, una siccità molto prolungata – uno qualunque di questi fenomeni potrebbe produrre esodi in massa di milioni di persone. Man mano che gli effetti del riscaldamento globale diventeranno sempre più distruttivi, reagiremo arrivando infine a forgiare una risposta comune, globale? Oppure ci ritireremo in forme sempre più anguste e distruttive di egoistico interesse personale? Immaginare che una società tecnologicamente avanzata possa scegliere, sostanzialmente, di autodistruggersi può sembrare impossibile, ma questo è esattamente ciò che stiamo facendo."








pubblicato da a.moresco nella rubrica emergenza di specie il 18 ottobre 2006