Esule sulla luna

Carla Benedetti



Nel catalogo della Sellerio ci sono ora sette libri di Sergej Dovlatov, curati e ottimamente tradotti da Laura Salmon. Ho amato gli altri. Mi sono precipitata a leggere anche questo, che è altrettanto incantevole e bruciante.

La marcia dei solitari (pp. 230, E. 10,00) raccoglie gli editoriali scritti per "Il nuovo americano", un settimanale in lingua russa che Dovlatov fondò a New York agli inizi degli anni ’80 assieme a altri ebrei emigrati dall’URSS. Lo diresse per due anni, fino a che fu licenziato. Lo accusarono di non essere abbastanza anticomunista, di non aver risparmiato critiche a Solzenicyn, persino di essere troppo poco ebreo. La sua avversione per ogni semplificazione ideologica, da qualunque parte venisse ("La nostra esperienza è troppo amara per poter condividere qualsiasi idea in modo sconsiderato"), e per ogni "autoincensamento etnico", finì per metterlo in conflitto con la comunità dei dissidenti e con la potente testata "La nuova parola russa".

Così anche nella democratica America - che certo "non è una filiale del paradiso terrestre" - gli capita la stessa cosa che a Leningrado, dove fu più volte licenziato dai giornali per cui lavorava. Anche qui tendenza "a screditare l’avversario", censura, assenza d’informazione, trionfo della mediocrità, sudditanza e servilismo. Come scrive nell’"ultimo fondo": "Il totalitarismo siete voi". Solo che "dopo New York si può solo emigrare sulla luna".

Ciò che amo di Dovlatov narratore l’ho ritrovato anche in questi pezzi giornalistici. La capacità di disegnare in pochi tratti personaggi incredibili. Di raggiungere con il minimo sforzo verbale il massimo effetto emotivo e riflessivo. Una fedeltà antiretorica alla vita, compresa la propria, che mette sempre dentro alla pagina come un vincolo con la verità. E infine quel suo peculiare umorismo che già si avverte anche nel titolo: candido e insieme autoironico. Un’ironia che viene dalla pietà per la condizione umana. Per alcuni è classicamente russa. Certo non è la "classica" ironia italiana, senza candore e intrisa di cinismo.

Così anche nell’amarezza, mentre parla della nostalgia per i fiammiferi sovietici, degli scarafaggi americani, di Reagan e della possibilità di "analizzare qualsiasi pulsione umana" compreso il terrorismo, Dovlatov non smette mai di essere rigenerante.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica giornalismo e verità il 17 ottobre 2006