Gli esordi

Antonio Moresco



Come sono nati “Gli esordi”

Ho cominciato a scrivere “Gli esordi” nel gennaio del 1984 e ho continuato a lavorarci fino alla vigilia della pubblicazione nella primavera del 1998. Quindici anni. Quattro anni per la stesura, undici per revisioni e ribattiture a macchina, perché allora non avevo ancora il computer e dovevo ribattere tutto ogni volta.
Ho cominciato a sottoporre il libro agli editori nel 1990, a partire dalla prima versione che mi sembrava buona, di ottocentotrenta cartelle dattiloscritte, continuando poi a lavorarci e a riproporlo dopo ogni nuova revisione.
L’ho scritto giorno dopo giorno, a mano, su grandi fogli a quadretti, in casa, quando ero solo, sul tavolo di cucina. Ma prima di cominciarlo l’ho immaginato e sognato per anni, girando con le tasche piene di foglietti, biglietti usati, agendine su cui scarabocchiavo immagini, appunti, mentre ero per strada, di giorno e di notte, sul metro, nei supermercati, svegliandomi di soprassalto dal dormiveglia. Una miriade di appunti che poi ricopiavo su quaderni. Li ammucchiavo, li riprendevo in mano, li rileggevo. Lasciavo che si innestassero dei movimenti interni, dei vortici, delle strutture, intrinsecamente, verticalmente, non per una forzatura intellettuale indotta dalle consuetudini narrative ne per accumuli orizzontali, combinatori e automatici. Solo qualche piccolo strappo ogni tanto, quando una zona magnetizzata chiedeva di attirare a se altri spazi narrativi che prima non c’erano.
Rileggevo gli appunti, li riscrivevo di nuovo su altri quaderni, tracciandoci vicino dei numeri, delle sigle, quando la fisionomia del libro cominciava a emergere. Anche mentre avevo gia iniziato a scriverlo. Li cancellavo via via mentre avanzavo, per non dovermi rileggere tutto ogni volta. Fantasticavo i suoi movimenti interni e le sue tensioni anche attraverso dei disegni che buttavo giu qua e la. In “Lettere a nessuno”, il diario sotterraneo che tenevo in quegli anni, vengono riportati alcuni di questi disegni, che riproduco qui. Non so perche mi sono avvicinato anche cosi a questo libro, visto che non ho tendenza a geometrizzare, non ho una visione geometrica ne della letteratura ne della vita. Ci sono tre segmenti interrotti di retta, uno per ciascuna parte del libro, e dei segmenti altrettanto interrotti di linee curve che partono da alcuni degli estremi di questi segmenti di retta. In uno di questi disegni compare anche il punto di fuga dell’infinito.
«Capisco cosa vogliono dire le rette» mi ha detto Dario Voltolini quando mi ha chiesto queste righe per la sua rubrica intitolata “Martin Eden”, sull’“Indice”. «Ma che cosa sono le curve?»
Mi e difficile dare una risposta. Probabilmente non riuscivo a pensare questo libro in termini di puri concatenamenti e convenzioni narrative ma avevo bisogno di avvicinarmi anche attraverso la forza attrattiva delle sue curvature interne, che non sono collegamenti ma concave tensioni tra le parti in inconciliata separazione. Sognavo qualcosa che non fosse solo una retta o solo una curva, solo tempo o solo spazio, solo narrazione o solo contemplazione, ma che fosse nello stesso tempo una retta e una curva, che avesse dentro di se la retta e la curva. Non solo il movimento o solo l’immobilità, ma l’immobilità dentro il movimento e il movimento dentro l’immobilità.
Quando ho cominciato a scriverlo ho capito subito, fin dalle prime righe, che non sarebbe stato come gli altri libri che avevo scritto fino ad allora, che mi stavo cominciando a rompere, perché doveva passare un’onda piu lenta, piu sfondante, piu estesa, e che sarebbe stata una cosa molto piu rischiosa e piu lunga. Mi sono messo le mani nei capelli, perché nessuna delle mie cose, neppure la piu breve, era stata ancora accettata dagli editori, e tanto piu assurdo sarebbe stato quindi presentare un vasto romanzo. Non era ragionevole, era un controsenso. “Quanti anni mi ci vorranno?” mi dicevo. “Riusciro mai a finirlo nelle condizioni in cui sono? A tenere aperto questo varco per un numero cosi grande di anni? Perché mi sono andato a cacciare in questa situazione?”
Senza immaginare che questo libro, cominciato a trentasei anni, sarebbe stato pubblicato soltanto quando ne avrei avuti cinquantuno. Non voglio parlare qui di quanto avveniva intanto dentro di me, perche neanch’io credo al valore aggiunto del dolore personale nel determinare la forza di un’opera, anche se a volte non è cosa avulsa da questa e dalla lotta per portarla a termine e sembra quasi fare un tutt’uno con essa. Persino in questi tempi in cui i libri si fanno notoriamente “da sé”, come ci hanno spiegato una volta per tutte i nuovi arcadi tecnologici della letteratura, senza abrasione, senza dramma, senza prezzo, transgenetici, senza piu fastidiosi diaframmi soggettivi non completamente domati, orizzontalizzati, normalizzati. A me è evidentemente negata questa perfetta sanita dei morti, o degli apparenti vivi.
Continuavo a lavorare a mano, con la calligrafia sempre piu piccola e illeggibile per la tensione con cui scrivevo. Avrei dovuto, come mi ero prefisso, ricopiare subito a macchina le cose che buttavo giu giorno per giorno, quando le avevo ancora fresche nella mente e potevo decifrarle meglio. Invece continuavo a scrivere senza ribattere, a costo di perdere molte cose. Perche sentivo il bisogno di sprofondare a lungo nel territorio, di non sapere cosa stavo facendo, di perdermi, di conquistare una dismisura cosi costante che riuscisse a creare dentro di se la propria regola, di continuare ad andare fino a non riconoscere piu le strade che stavo percorrendo, senza bussole, mappe, a non sapere piu da dove ero partito, dove stavo andando.
Poi c’è stato il lungo lavoro della decifrazione e della battitura di enormi dattiloscritti. L’acquisto di una vecchia fotocopiatrice usata e di poco prezzo per riprodurre le copie delle successive versioni da mandare agli editori. Rivedevo, correggendo a mano su carta, ribattevo, rifotocopiavo, rivedevo ancora. Intanto gli anni passavano. C’erano giorni buoni e giorni cattivi. Addormentarsi, svegliarsi. La mia faccia continuava a cambiare dentro lo specchio. I capelli e la barba diventavano bianchi. Continuavo a camminare, a stare male, a fantasticare.
Ho lavorato allo spasimo su questo libro e su ogni sua frase. Tagli, cambiamenti, pagine martoriate e poi cancellate, righe sempre piu microscopiche, sovrapposte, cicatrici ovunque, frecce, improvvise fioriture di occhielli, grandi blocchi di scrittura che si elidevano, si compenetravano, penne che si scaricavano continuamente, gettate a decine, esauste, lungo la strada. Eppure non ne ho mai riscritto di nuovo un solo capoverso. In questo senso, esiste una sola stesura. Altri scrittori, anche molto grandi, riscrivono e hanno riscritto da capo molte volte. A me continua a sembrare, come quando ero ragazzo e non sapevo niente di queste cose, che la forma iniziale e urgente che un’opera assume abbia una forza vivente e un’intangibilità che non riesco a considerare del tutto gratuita e interscambiabile.
Ho scritto queste pagine dopo la prima pubblicazione degli “Esordi”, avvenuta nel 1998.
Adesso, alla vigilia della seconda pubblicazione nel 2011, aggiungo solo questo:
Ho riletto e rivisto ancora una volta da cima a fondo questo libro, ho ripristinato alcune cose del manoscritto originario, che avevo successivamente modificato, ho ripreso gli interventi fatti negli anni scorsi per l’edizione in lingua tedesca e cambiato molte altre cose.
Nessuno stravolgimento o riscrittura postuma, ma migliaia e migliaia di piccoli, significativi e nevralgici interventi disseminati lungo tutto l’arco di questo vasto romanzo scritto tanti anni fa in uno stato di separazione, esplorazione e visione, che fanno di questa nuova pubblicazione qualcosa di piu di una semplice ristampa.
Allora non sapevo ancora che sarebbe stato solo la prima parte di un’opera molto piu vasta, proseguita con “Canti del caos” e che sara portata al suo punto di innesco e al suo inveramento da una terza e ultima parte, che ho gia cominciato a scrivere e che si intitolerà “Gli increati”.
Spero di riuscire a finire quest’ultimo libro in un numero accettabile di anni, perche non è detto che abbia ancora tutto il tempo e le forze mentali e fisiche di cui ho avuto bisogno per scrivere gli altri due. Anche se non so bene dove dovrò essere per poterlo scrivere. Anche se non so bene neppure adesso da dove lo sto scrivendo…
E poi, alla fine, dopo che le tre singole parti avranno avuto modo di presentarsi per un po’ di tempo da sole, quando sara venuto il momento, spero che l’intera opera possa approdare a una pubblicazione unitaria e irradiante che sveli finalmente la sua vera e segreta natura, e che il suo titolo generale sia “L’increato”. Sarà l’opera principale della mia vita di scrittore e il contributo di invenzione, sfondamento conoscitivo e scoperta che ho cercato di dare attraverso la cruna del linguaggio scritto e della letteratura in questo passaggio d’era e di specie.
Per il momento – dopo ventisette anni da quando ho cominciato a scriverlo – questo primo libro è finalmente compiuto.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 4 ottobre 2011