Emergenza di Specie # 5

Andrea Sartori



("Emergenza di specie" è uno spazio di discussione aperto su uno dei nodi più drammatici e più rimossi del nostro tempo. Andrea Sartori ci ha inviato questa riflessione che pubblichiamo. Clicca qui 1, 2, 3, 4, per leggere i precedenti articoli. Interventi e contributi possono essere inviati a emergenzadispecie@gmail.com direttamente nella lettera, senza allegati)

Dell’emergenza biologica

La specie, al pari d’un singolo soggetto umano che ha tenuto un comportamento dissennato ed autodistruttivo, ha davanti a sé una ridotta aspettativa di vita. La domanda posta da «emergenzadispecie» – perché questa non diventa l’emergenza prima? – è insieme disarmante e necessaria.

Eppure non è raro che un individuo, consapevole delle conseguenze nefaste del proprio stile di vita, acceleri la corsa della sua, personale, estinzione, piuttosto che invertire la rotta. Non si tratta, tuttavia, a proposito del genere umano, d’ipostatizzare una pulsione di morte che agisca come sotterranea logica della filogenesi. Direi, invece, che lo scetticismo diffuso tra i singoli, il senso di impotenza, l’inerzia dei governi, attengano alla psicologia complessa di quel soggetto particolare che è la specie stessa, l’umanità nel suo insieme. Per innescare – come si propone Carla Benedetti – un movimento d’opinione che accresca la consapevolezza e che dia materia di decisione ed orientamento alla politica, occorre, credo, elaborare categorie psicologiche adeguate a comprendere in sé il lessico emozionale non di questo o quell’individuo, non di questo o quel popolo, o «massa», ma dell’intero genere umano. La domanda è, dunque: quale psicologia della specie? Ciò non significa che esista già da sempre una psicologia della specie, bensì che una tale psicologia è oggi necessaria, cioè che deve essere prodotta. Qualcosa di analogo, in fondo, accadde con la nascita novecentesca dell’antropologia filosofica, quando naturalisti, etologi, scienziati e filosofi come Max Scheler, Helmut Plessner e Arnold Gehlen, accorparono le risultanze della ricerca empirica in una riflessione filosofica complessiva, che superesse le settorialità del proprio materiale da costruzione. Il tentativo di allora non ha avuto, mi pare, il seguito e la fortuna che meritava, ma oggi torna d’attualità, poiché le domande di fondo sono sempre più ultimative ed universali – ovvero filosofiche – e le scienze empiriche, all’opposto, sempre più specializzate.

Il nodo che si tratta di sciogliere, senza tuttavia essere dotati di uno sguardo adeguato per comprenderne i viluppi, è forse il seguente: che cosa induce la specie a scambiare la conseguenza di un comportamento collettivo, e come tale modificabile, per l’inevitabile «morte del sole» (Manlio Sgalambro)? Quale nevrosi dell’inazione, quale atrofia del pensiero, quale blocco afasico impedisce oggi di distinguere l’arrendevolezza, la vulnerabilità, la fragilità umane da una oscura, fatalistica, segnaletica del destino? Ancora una volta, contro il positivismo scientifico a cui neppure Stehphen Hawking è estraneo, si tratta di rivendicare, nella spazio della parola, l’unitarietà psico-fisica dell’uomo, reperendo argomenti culturali che siano all’altezza dell’oggettiva condizione d’emergenza, ovvero, in termini più ristretti, una psicologia della specie che sappia inscriversi nelle nicchie biologiche delle ferite del genere umano.

Da parte mia, ho provato a rendere, in forma più o meno letteraria, questo stesso tipo di considerazioni in una sorta di racconto, simile in realtà ad una prosa d’arte, a cui ho dato il titolo di «Lacrimosa». L’incollo qui di seguito: esso indica, a mio avviso, il «punto zero» su cui innestare una qualche pratica ricostruttiva, costituendo la diagnosi sulla quale potrebbe affaticarsi un’ipotetica psicologia della specie.

«Ormai temo non vi sia altra possibilità di formulare un qualsivoglia pensiero organizzato se non nella forma del lamento. Lacrimevole, infatti, è la condizione di perdita e d’impossibile adattamento che il succedersi dei giorni richiede. Non v’è alcuna creatività umana in grado di stare al passo con l’automatismo accelerato della macchina. O della specie. Né v’è più il senso elementare della colpa nei nostri atti, giacché nessuno ha più atti "propri". Simili per essere nati, siamo simili anche per aver dimenticato ogni traccia, e con essa ogni figura, della nostra nascita. Siamo alieni infatti alla generazione, all’impeto del corpo, rinsecchiti in gesti mnemonici dalla memoria breve. Una condanna appesantita da uno spessore mitico aleggia sopra il nostro capo: plumbeo è lo svuotamento d’ogni abilità, d’ogni custodia, d’ogni allacciarsi ad un altro. Perso è l’elementare, ovvero la resistenza che ancora s’opponeva alla parola, l’incavo dello schermo che ancora dava una profondità. Non cerchiamo niente più che creature amichevoli, con le quali accompagnarci in fredde caverne che nell’intermittente pulsare delle nostre tempie siamo anche capaci d’avvertire come confortanti, ma l’idea stessa d’una dimora ci suona stonata, e il panico per lo spazio – aperto o chiuso – ci è divenuto abituale compagno di vita. Uniforme è il basso continuo sulla cui cupezza vibrano poche, diverse, frequenze d’una medesima corda, pizzicata non da un arto ma da un uncino, o una scheggia d’osso. Vedo, dunque, solo l’ubiquità del terrore, nessun vincolo, né inciampo, solo terrore. La nostra è nuovamente un’età barocca, ed il terrorismo che pervade i nostri viaggi, le nostre cronache, è la traduzione politica dell’horror vacui dell’inizio dell’età moderna. Un’età, infatti, incomincia con la catastrofe della precedente. Sprofondano, oggi, non solo le forme di pensiero, le armonie da un pezzo tramontate, ma le stesse forme di vita, e i loro supporti organici. E con lo sgretolarsi delle facoltà, delle loro iscrizioni biologiche, non conserviamo neppure l’immaginazione, essendo ormai disillusi anche verso la nostra disillusione. Barocco performativo, che uccide la sua fantasia. Per questo non ci restano neppure le forme, da dilatare, da attorcigliare, snaturare, ma anonime traiettorie di tensione, in cui i volti-non-più-volti degli uomini si fanno grotteschi, ma senza espressione, pura distorsione. Trabocchiamo di paura, dopo aver inabissato anche le forme più astruse, e siamo a diretto contatto con l’angoscia, con il panico dello spazio aperto. Nella testa martellano dure le consonanti, "N", "G", "S", "T", inutili barriere all’infinità vocalica dell’inizio, "A", nella quale ci perdiamo, parassiti del nostro dolore, incapaci di porlo accanto a noi, di rimirarlo con l’occhio dell’oggettività. Anche l’anatomopatologia è divenuta spuria, non solo i fluidi umorali. L’occhio non vede le sequenze del nostro destino che, pur esistendo, svaniscono, di nuovo come una vocale, in una struttura teorica, da cui dipende il funzionamento dell’interfaccia della nostra anima. E siamo questa ipotesi, estranea, a dire il vero, anche alla lacrima, poiché la lacrima, avendo scavato la pietra delle nostre chiese, non ha altra dura cervice in cui infossarsi. Abbiamo perso infine la mente, ne è rimasta solo la filosofia».








pubblicato da c.benedetti nella rubrica emergenza di specie il 15 ottobre 2006