Il nostro bisogno di inesperienza

Andrea Tarabbia



Questa mattina inaspettatamente vuota è stata l’occasione per leggere l’ultima cosa pubblicata da Scurati, un bompianino che prende il nome di La letteratura dell’inesperienza – scrivere romanzi al tempo della televisione. Si tratta di un micro saggio, davvero poco più di un lungo articolo, distribuito in un’ottantina di pagine tirate allo spasimo che mi ha stimolato alcune riflessioni che mi va di metter giù. (Dico subito che ho molte cose da scrivere e che per questioni di tempo in molti passaggi userò l’ascia).
Scurati parte, come nella postfazione alla riedizione riveduta e corretta del suo Il rumore sordo della battaglia, da alcune note che Italo Calvino scrisse al momento di rieditare (anche lui) il suo Il sentiero dei nidi di ragno. Scrive Calvino:

Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dai solo in quel momento, l’occasione per esprimerti si presenta una volta sola, il nodo che porti dentro o lo sciogli questa volta o mai più.

E poi:

il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto. Finché il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una volta sola nella vita, il primo libro già ti definisce mentre tu sei ancora lontano dall’essere definito (…).

Scurati rileva quasi subito l’evidente contraddizione di questi due passaggi che, pure, Calvino aveva scritto nello stesso momento. Cioè: o il primo libro è quello fondamentale, l’unico che vale la pena aver fatto, oppure non si vorrebbe averlo scritto. Delle due l’una. So benissimo che la contraddizione è solo in superficie, perché uno potrebbe volere non aver scritto quella che considera la sua opera fondamentale, potrebbe preferire non aver sciolto il nodo e non sentirsi definito. In questo caso, le due affermazioni non si contraddicono, ma rivelano in maniera molto evidente il più grande e nefasto difetto del calvinismo, quello che Carla Benedetti ha chiamato in tempi non sospetti l’ "effetto di apocrifo": quando Calvino scrive che "il primo libro già ti definisce" in realtà sta cercando di camuffare quella che è da sempre la sua paura più grande, quella di esporsi in prima persona. Calvino è l’autore che barthesianamente scompare, che si nasconde dietro nomignoli, dietro architetture che più che al romanzo fanno pensare a ben oliate teorie della lettura, a guizzi semiotici e settimanalenigmistici. Calvino è l’autore che non muore perché nasce già morto, spaventato dall’idea di poter, come dice, "essere definito". Quella che lui chiama libertà assoluta è in realtà la paranoia di reinventarsi continuamente, di costruire a tavolino opere di volta in volta diverse e distanti per temi, stile e poetica l’una dall’altra. Calvino ha scritto su ogni cosa in qualsiasi modo, che è come dire che non ha scritto. È l’autore ideale per chi, dopo Giulio Ferroni, pensa che si vive in un’epoca postuma perché tutto è già stato detto e scritto. Calvino è postumo di se stesso, è lo scrittore che teme di sentirsi vuoto, di finire le cose da dire. Pena per non correre il rischio di essere etichettato. Se questo è vero, allora parlare di inesperienza partendo da Calvino e dai suoi giochi semiotici è partire in difetto.
Ma il discorso di Scurati comunque non è questo. La generazione di Calvino è quella che ha attraversato l’orrore della Seconda Guerra Mondiale, e che ha dunque vissuto un’epoca in cui tutti sentivano di dover ricominciare da zero, anche in letteratura. Il rapporto autore/lettore, ancora negli anni Sessanta, era fondato su una possibilità immediata di scambio comunicativo. In sostanza: la mano della Storia che aveva gravato e gravava su tutti metteva scrittore e fruitore sullo stesso piano. L’epoca era una, le cose da dire erano quelle, bisognava soltanto che qualcuno trovasse da qualche parte le parole giuste per farlo. Scurati a questo punto rileva come per gli scrittori della sua generazione (è del ’69 – figuriamoci per chi è nato dopo di lui) questo territorio comune fondato sulla Storia si è polverizzato. Oggi abbiamo perso sia il senso del passato che quello della posterità perché la Storia non ci sposta più i mobili nelle soffitte:

"Possiamo, anzi dobbiamo, fare letteratura senza le idee del passato ma non senza un’idea del passato, qualunque essa sia, non senza l’idea di un passato che la prima porta sempre con sé."

È morto l’umanesimo, questa "comunità immaginaria tra i vivi, i morti e i non ancora nati (…)". Ciò porta, secondo Scurati, a una letteratura priva di contenuto -di "universalità dei contenuti"- poiché manca un territorio extraletterario comune forte. Oggi il mondo non c’è. C’è un mondo per ogni individuo, e ogni scrittore mette sulla pagina il proprio. La nuova narrativa di intreccio (dal thriller alla "narrativa del complotto" e così via) si fonda non sul principio di conoscibilità del mondo ma sul suo contrario: posso architettare un intreccio il cui snodo principale sia qualche cosa che fondamentalmente né io né il lettore verremo a conoscere, perché ogni tipo di autorità –e sono parole che Scurati mutua da Agamben- ha il suo fondamento nell’inesprimibile e nessuno si sentirebbe di accettare come valida un’autorità il cui unico titolo di legittimazione fosse l’esperienza. Ecco perché proliferano romanzi esoterici, fantapolitici e via dicendo.
La colpa è della cultura di massa, della spettacolarizzazione del reale e della sua messa in immagine. Il visuale è figlio della cultura di massa.

"Per esistere, il mondo delle immagini in cui trascorriamo buona parte della nostra vita quotidiana può fare a meno di un mondo."

Il mondo della televisione, scrive Scurati, è la fine del mondo dell’esperienza, dove a scandire il tempo era l’urto con le cose. L’autorità del raccontare derivava dall’autorità dell’aver vissuto, cosa che adesso quasi nessuno di noi può dire di possedere. Ancora:

"Il punto su cui sento di dover fare attrito è quello in cui la cultura di massa dà luogo a una mitologia euforizzante che esclude da sé il senso del tragico (…). La cultura di massa (…) cresce lì dove in tutta sicurezza si fa esperienza dell’insicurezza, lì dove pacificamente si fa esperienza della guerra (…)."

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Mi è venuto in mente, scrivendo, un episodio evocato da Martin Amis nel suo brutto Koba il Terribile, dedicato agli orrori dello stalinismo. Due persone si trovano sull’Arbat di Mosca una sera, durante il Grande Terrore. Nelle case vicine la polizia politica ha appena fatto un rastrellamento. Si sentono pianti, urla, sirene, forse qualche sparo. I due si guardano e uno dice all’altro: "Bisognerebbe avvisare Stalin di tutto quello che sta accadendo. Stalin non può permettere che avvengano cose simili!". Le due persone sono Boris Pasternak e Il’ja Erenburg.
Anche l’autorità staliniana fu qualcosa di inspiegabile e inesprimibile, eppure nessuno scrittore, neppure un dissidente, si mise a fare thriller o robe esoteriche (a meno di non voler davincizzare completamente il Maestro e Margherita). Addirittura, a metà degli anni Trenta, Pasternak e Erenburg –l’aneddoto è vero- non avevano capito niente di quello che succedeva loro attorno, eppure il momento che stavano attraversando era la Storia in persona, una cosa enorme tanto quanto lo furono la Guerra Mondiale che invece fu il territorio comune della rinascita della letteratura italiana. C’è qualcosa che non mi torna. Pasternak e Erenburg che da "dentro" la Storia si comportano come mi comporto io che sono figlio della cultura di massa davanti alla televisione. Non capiscono, reagiscono da telespettatori che si chiedono come diavolo faccia il piccolo padre a non capire che tutto sta andando a catafascio.
Il problema della società di massa, della televisione, della spettacolarizzazione e del depauperamento dell’esperienza e della vita è una cosa reale, che sento e che vedo, ma è anche, in definitiva, il dito dietro cui da troppi anni ci stiamo nascondendo. Io, è vero, nasco e vivo da inesperto, e sono anche disposto a confessare che una parte di me tutto sommato ne è pure felice: non riuscirei a sopportare sul corpo e nello spirito un solo giorno di guerra o di fame –quella vera; impazzirei solo al sentore di poter essere deportato o davanti alla morte ingiustificata di qualcuno che mi è vicino o anche di fronte a cose di portata infinitamente minore. L’esperienza della "nuda vita" che posso fare fa schifo, è di una pochezza sconvolgente rispetto a quella che avrei potuto fare prima dell’avvento della società di massa.
Però mi domando –mi rendo conto ingenuamente- alcune cose: perché la mia "inesperienza" non sarebbe "reale"? Perché io non sarei vivo? E poi: cosa avrebbero fatto tanti grandi del passato se si fossero trovati nella mia condizione? Sarebbero stati ugualmente grandi oppure devono ringraziare quella Storia che io non ho senza averne colpa perché mi sono ritrovato nel pieno della civiltà dell’immagine? E ancora: perché da paesi e latitudini dove invece il reale non è un deserto ma dove ancora si lotta per vivere e si ha un territorio comune non è arrivato e non un arriva un Dottor Živago?
Non è che la vera questione è un’altra?
Io credo di stare immerso in un reale che è tanto reale quanto quello della generazione di Calvino, solo che è diverso. La vera differenza, forse, sta nel fatto che chi ci ragiona e ci scrive sopra (e questo non è necessariamente il caso di Scurati, che in alcune passaggi biografici offre spunti davvero ottimi) non vuole rendersene conto: l’immagine della guerra è una finzione mentre la guerra è la realtà, d’accordo. Ma io che guardo la guerra non sono più finto di chi invece la sta combattendo, sono soltanto su un altro piano, da un’altra parte e in un’altra condizione. C’è dell’esperienza anche per me, e io mi posso scontrare a muso duro con quella società di massa che non è una fuga dal vero ma una sua diversa (per quanto esecrabile) declinazione. Ed è di questo che devo parlare, di questo stare fuori che è uno stare dentro in un altro modo. Questa inesperienza del mondo è l’esperienza di una diversa territorializzazione delle cose del mondo che, mi pare, non viene sempre colta e relega la mia generazione a un ruolo comprimario che non sento mio e che mi sta stretto. Bisogna aprirsi, e capire che il mondo c’è ancora anche se è cambiato ed è sconvolgente e gravido di cose e raccontabile tanto quanto lo era prima. Se si vuole chiamarla inesperienza, sia pure, a patto di avere il coraggio di farsi narratori dell’inesperienza e non passare le giornate a piangersi addosso. Abbiamo a disposizione un mondo che magari non è affascinante come quello di Kafka, ma che è ricco quanto il suo. Basta saperlo raccontare.

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Nel mio piccolo, sperimento quotidianamente dal punto di vista dei lettori alcuni concetti espressi da Scurati. Nella libreria dove lavorerò ancora per qualche mese sono il responsabile del reparto saggistica che, tra le altre cose, ha una sezione dedicata alla new age e all’esoterismo. Il codice Da Vinci ha portato nella mia zona le maestre d’asilo, le mamme, le nonne e le zie, ha fatto leggere di Graal, di Templari e di manoscritti del Mar Morto i bidelli e le parrucchiere. Dan Brown ha messo di fronte all’ignoto persone che entrano in libreria con il ritaglio di Donna Moderna raffigurante la copertina di un libro "che mi hanno detto che è bello." Quando questa mattina ho letto le parti che Scurati dedica all’intrigo e all’inconoscibile ho pensato immediatamente a loro (e anche al fatto che se io scrivessi oggi Guerra e pace mi prenderebbero per scemo). Non scherzo, la metà di queste persone ha un tasso di scolarizzazione molto basso e vuole libri sui chakra e sul "terzo occhio". Io credo, ma questo è un inciso, che questi siano i libri più pericolosi in assoluto. Ho notato che questo tipo di clientela sente il bisogno di parlare di quello che legge, di commentare a lungo con il commesso (cioè io) le cose che trova scritte nelle pagine esoteriche che rigira tra le mani. Purtroppo per loro, non trovano in me un interlocutore preparato (di solito butto l’occhio velocemente sul risvolto di copertina mentre estraggo il volume dallo scaffale, mi faccio un’idea vaga del contenuto specifico e tento di girare il più possibile attorno all’argomento). Appena capiscono che non leggo questo genere di pubblicazioni, che non mi interesso di misteri esoterici e spiritualità indiana, tutti, dico tutti, cominciano a consigliarmi dei libri, delle cose "per iniziare". "Se leggi questo ti cambia la vita" è la frase che mi viene rivolta fino al fastidio, al sabato pomeriggio –che c’è più gente- almeno due volte. C’è una specie di proselitismo massificato e spontaneo che, a pensarci bene, è stupefacente, soprattutto se si tiene conto che nessuno, nemmeno all’università, mi ha mai parlato così di Kant, di Dostoevskij, di Freud, di Marx o di Shakespeare. Forse questo è il risultato di un’epoca che ha convinto se stessa di essere esausta, sfinita, e che da una parte dirotta i suoi elementi più colti verso l’epigonismo e l’idea della fine, dall’altra prende i meno acculturati e li sbatte davanti all’ignoto e –stavolta sì- al finto, facendogli credere di essere vicino alla quintessenza delle cose.








pubblicato da s.baratto nella rubrica in teoria il 12 ottobre 2006