Al mercato

Tiziano Scarpa



Al mercato di Pjaca
ci sono venditrici
che hanno una merce sola.

Vecchie col fazzoletto nero in testa
ma anche giovani in jeans.

Chi vende qualche chilo di cicoria.
Chi ha un mucchietto di fichi.
Chi venti uova e basta.

Non ero abituato
a comprare una cosa scontornandola
dallo sfondo, pensandola
nella sua unicità.
Ritrasformandola da merce a cosa.

È un po’ come sposarla.

Io di solito compro per contagio,
per scaffali adiacenti,
salto di merce in merce.

Anche le bancarelle più lussuose
qui hanno sei o sette tipi di verdure.
In due metri quadrati
di più non ci può stare.

E d’altronde lo spazio
è lo stesso per tutti.
Stessa tendina a righe,
stesso banco di vendita.

Ma non è un posto triste.
La forza dell’offerta è collettiva.

Preso singolarmente, ogni individuo
dà quello che può. È quello che è.
Non finge chissà quale varietà
di mercanzie incredibili.
Propone ciò che ha.
Non gli si può chiedere più di tanto.

Con questo non pretendo
indulgenza, però…
Oggi ho soltanto questi pomodori.

Ma sono saporiti, e sono i miei.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 12 ottobre 2006