Lo dittatore amore

Rosaria Lo Russo



Responsi

A suon di ah! di uh! di squilli ferventi di lanci di slanci di squilli
per vani conati intermittenti, di falsi destini destinatari e mittenti
à la manière di padri e figli madri e figlie minori e maggiori
minorate o maggiorate: tutte comunque perdenti nella durata fatìca dei mutamenti,
mi consiglia di darti un morso che spezzi
la concitata viltà che mi condanna alla chiesta,
perché risplenda alfine la doppia chiarezza
 (limitando decisamente i danni, - sentenzia -)
del foco che mi affina onde rifulgo chiara e lucro fra le genti,
del foco che disprezza tutti questi vani impulsi veniali d’incertezza (in lanci o slanci
di squilli tinnanti in ah! e uh! a nulla propizi):
si smorza l’ambigua flebile fiamma mendace di rimorso e tenerezza.
Ed io risalgo alla ragione prima in me di tua assenza (di caramello in cruna di cunno),
di assenza insomma in te di te di un’interezza, ergo d’interenezza.
Stretto stretto è il vicolo buco di salvezza; t’incontro al buio, inoltro
malintesa carezza, ruga d’espressione, sordido di pienezza commosso
sgorga spurgando tiepido, se contempli se contempli, tiepido
un mare ottuso di sangue, un rombo muto ma verace di stizza che intrinseco
s’estrinseca e guizza: dell’addore d’un fiotto impepato di cozza
si rimpinzò verace adorazione.

La fiamma di nuovo secante ti depone fra le mani il pomo della discordia:
non è propizio perseverare delimitando un possesso tanto grande.

Allora risalto figura nobile fra intrepidi bovi che si spremono a freddo
(la mia carrozza strappata all’indietro - sciagura! -: il tremendo
tremante rinculo ma di nulla mi curo che non ti sia prezioso e propizio)
con lingua e capelli mozzati e naso e orecchie mozze vado monca
al cospetto del saggio che giudice ricuce espettorando le nozze:
Ritìrati prima di cadere in disonore, rintuzza ignobili voglie,
vedi che ricetta d’elemosina non trattiene il viandante!
La fretta muta di cani che ti scortica la pelle e ti fa a brani
sovvertirà gli ordinamenti celestiali del creare in tutte balle e
nella generazione che ricetta ti annienta soffolcendo
muda di siero in dolca di ricotta calda, soffocherà il tuo cuore
con fummo giallo pungente, il lezzo d’orina del niente che mente,
soffocherà gli esuli indizi di altri tramonti, gli esili schiocchi
di pollice e indice uniti per sempre (tra morti, s’intende,
blandi intrecci di dita raggelate da danni a terzi a quarti, blandizie tumulate in quarti di vitella da latte),
soffocherà tumulti fra denti ridenti in nota di cuor di cicogna:
e quest’ennesima inutile rampogna soffocherà sospesa fra le braccia vizze
di una svaccata di salute che a generare ti sospende per le spicce, galoppando forte,
e scaloppa. In quel porcavacca soffocherai beato di rinuncia.

Rinuncio anch’io per te, se lo vuoi, ma dimmi, chiedo:
una volta tanto anche tu rinuncerai ad avermi scolta, mea culpa?
Rinuncerai a me scoliotica scoliasta, matrice di non sai se scòlii o scoli,
pedofila inveterata, castratura pederasta, casta Giocasta?
Nella beata rinuncia a te per la ricettatrice che ti ricatta e t’arresta,
chi perde chi chi prende che a chi va chi dà accoglienza, appartenenza?

Ma a me, ma a me cosa cazzo mi resta?

Irrigidisci, ti prego, l’osso sacro.
E spegni quella luce
che mi ottenebra la vista.

Rama Chandra al Parterre

(O Lotte, o solita lolita Lotte...)
Sto qui nel salvifico kitsch della festa, mi senti?
E luminaria nell’odore arcano di luci di pesci
Ti aspetto come lei lui o come Pavese aspettava la danseuse
Con aria intimorita suspicando l’odore incenso
Di sessopesce. E’ la festa della luce e mi contento
Pare l’India - ti penso - mio celibe inganno,
Mio fallato portofranco, affusolato pianto
Nel burro chiarificato, come di cera ti penso.
Non mi ci raccapezzo. Inerte assisto
A questa divertente cerimonia pagana:
Rama Chandra, Re Rama, oggi rincasa
La moglie sua che gli fu gli fu rubata
(Sempre accesi terzomondi i lumini di Natale)
O anche: quando Krishnabimbo rubò il burro
Mamma Yaso per punirlo lo legò ad un mortaio
(Hanno acceso gli stoppini che chiarificano il buio)
Ma non riuscì non ci riuscì a legarlo: la corda è troppo
Corta. L’olezzo di pesce è forse un rosso paravento
Come un guizzo dell’aria come ogni breve cenno
Di un tuo prossimo inguaribile spegnimento
O scernimento o svenimento, mah. Il sopore
Del giovane Werther sotto la doccia allunga una saponetta
Al patchouli all’umida giovinetta
Ch’ell’è embolo dell’assoluta totale inincidenza
Ormai dell’età schietta della più pura
Più pura purezza. Invece loro sembrano tutti
Usciti da Bollywood! O rumorosa luce! L’eresia
Nell’induismo proprio non esiste. Fra loro solo
Si sospetta: le voci si alterano, ma nell’alterco
Che tu metta sull’altare la dea Kali, Kali la bella
O le foto di Bill Gates con occhiali e frangetta
A Kristokrishna tutto gli piace gli piace tutto
Purchè odori d’incenso e di pesce di spezie
Odori di rossetto e di denti di burro di cera
Di pelle, di questa dolce scura pelle bruna:
Sto circospetta: «l’eresia nell’induismo non esiste»,
Sorride Rama Chandra Hare Rasa Rama Rama ninna oh
Da di là arriva l’odore di burro fritto affogato nel riso.
Dunque cos’è che ancora c’impaura nella stretta
Fra maschio e femmina, chi è che chiede ancora
Cosa ci aspetta? «Non è possibile legare dio
In alcun modo - ecco – materiale». Bruciano sull’altare
Fra frutte abborracciando sacri stami e stoppie, spaccano
Cocchi, s’incrociano fumi d’incenso in eccesso: piangono
Lacrime di coccodrillo sul latte versato sacrificando
Al battito di tuoi candidi e rubri piedi (: o te che plori
Mi vedi?) O tu che forte e fiori, forte e fiori.

Leda col cigno

(sopra una sculturina dell’Ammannati che si truova al Bargello)

(Fa’ ch’io sia fecondata così in tutte le mie membra
in su più su fin dentro il serpe di treccia d’erinni
che mi cinge vittoriosa la testa, fa’ che sia festa
in fin dentro le borse agli occhi che voglia rigonfia
come le vìscole sacche ch’io vidi all’ovipara Leda).

Quella notte sognò d’avere un cigno fra le cosce.
Eh sì, inarca potente le reni, ah sì, dischiude appena
le cosce e inarcuata lo accavalla Leda, par maschia
eppure vezzosa rapida lo invischia e concepisce
di scoscendere di fianco serrando l’ali della scigna
con una muscola che gli blocca lo starnazzo mentre
lui vorrebbe espirare e invece si fa mortale in acut
e soffoca stantuffando. Allora le pianta le palmate
sotto le natiche contratte e leggermente sollevate
così che lei ritraendosi non molli la stretta anzi
mentre regrede s’impianta lei anche col piede destro
e col manco lo avvince all’estremità superne che sprimacciando
lui rapido flette: ora l’ali sono in posa di spicco:
ma non il collo, no: quello lo arrovescia mollemente
e fermo fermo lui vola a risucchio in lei vorticando
soltanto quel grande uccello blanco che in alto sospinge
due ali quali alettoni piegati all’indietro in ragione
di vortice aereo perché lei, vuoto d’aria, l’accavalli accoliendo.
La solletica lui morsicchiandole le labbra e lei la punta
della lingua dovette mostrargli la sollecita lui
coi suoi dentini aguzzi e trasparenti qual lische
o l’azzicca a beccate rapide arrovesciando in avanti
lunghissimo blanco suo collo e flessuoso, e glua
e gluano in due e glua adesso lui deglutendo
il rivolo di lei saliva che veniva.
Per un’ultima volta la schiena di lei si flesse e lui la spalma.

Risucchiandogli sua discendenza ab ovo Elena e Polluce
tresca di Zeus beato che l’incinse orgogliosa e mortale
a Leda garrula madre il ventre certo gorgogliava beata.
Si scambiarono due rapidi sorrisi di maniera e l’aere fu queta:
quello di Leda duro s’ombreggiò di nausea pallidendo,
aquila quello ridivenne in un battibaleno fiammeggiando.
Per poco perdurò vago sentore di sedano e di pesce, e sorrideva
lei da sola le riverse mammelle blanche di madrepora:
piume umide e gallate i grassi resti del trescone
sulla riva renosa dove lei granulò riversa un poco ancora,
e dovettero certo indurirle granulose due pere marme di madrepora.

(A noi di quel colossalmente divertito godimento solo
si presta in picciola teca una qualche allegra vestigia,
ma fra drappi malriusciti ed in minuscolo, in minugia,
ché col madreperlaceo pulviscolo di marmo, o pseudomichelangiolo,
bene imitasti la maniera del movimento sensuale ombreggiando).

Le poesie sono tratte da Lo Dittatore Amore. Melaloghi. Milano, Effigie, 2004








pubblicato da s.nelli nella rubrica poesia il 10 ottobre 2006