Giosuè

Gabriella Maleti



Pigiava il vecchio sull’accelleratore. I maiali, dietro, affastellati, erano inquieti. Da sempre si mostravano sensitivi. Maiali intelligenti. Che, portati al macello, non si reggevano quasi sulle zampe. A cui il ricciolo della coda non pareva più una domanda, ma viluppe tetro, un incommensurabile destino buio, qualcosa da srotolare e affiggere, lì, su quel camion rosso, contro le inferriate di legno che come pareti li sostenevano, pietose ed impietose, e da cui guardavano, ansimando, traballavano in tutta la loro carne rosa e dura pelle con setole, addossati gli uni agli altri, a guardare dalle schiene dei fratelli, degli zii giovani, dalle orecchie di costoro. Maiali non addestrati alla morte.
Il vecchio s’agitò sul sedile di guida. "Basta", disse, "questo è l’ultimo viaggio. È ormai diventato come un bruciaculo guidare questo camion, portare questi animali al macello". Ingobbito al volante, col collo teso scrutò la strada con gli occhi porcini, muovendo il naso largo e tozzo, come ad odorare. Tossì sputando dal finestrino. Disse: " Ahi, ahi, il mio culo, il mio vecchio culo". Stringeva il volante con forza, guardando acutamente la strada bianca polverosa e piena di buche. I suoi pochi capelli, all’aria di quel luglio, volavano, poi sbattevano come fili sul cranio raso. Il vecchio disse ancora: "Ahi, la mia schiena!". E andava a tutto gas il camion rosso, cigolando per lo sterrato. Ondeggiavano le paratìe recintando il carico attonito di schiene come un mare. L’uomo pareva si intestardisse in continue asserzioni del capo per via dei sussulti impressi dalla strada. "Porca di quella vacca", disse, "è proprio l’ultimo carico, il strappacuor della fine, basta basta con quei grugni che mi osservano da dietro, li sento, ho le spalle piene di quegli sguardi che mi chiamano come dei bambini, come porcellini, lasciaci andare mi pare dicano, e intanto qualcuno di loro si lamenta, si agita sulla schiena dei parenti, guardano dalle fessure, pare guardino il bene e il male, come adulti, capendo più di loro, sembra dicano certe cose poi non le facciamo, a volte mi paiono dei cristiani, basta guardarli negli occhi quando vengono caricati sul camion: rinculano, urlano, allora cerco di non pensare a niente, urlo anch’io senza guardare, via via, dico, via, salite!".
Dietro i maiali venivano scossi, come un’onda di lardo precipitavano nelle curve dapprima a destra e poi a sinistra, e poi al contrario. Pur nel rumore e nei cigolii del camion che procedeva col suo fumo nero sulla strada sterrata, il vecchio li sentiva addosso, dentro, e ogni poco dava un’occhiata allo specchietto esterno. "Buoni...", disse. Farfugliò: "L’ultimo, l’ultimo viaggio". Stringendo ancor più il volante pensò d’essere sudato più dei porcelli. Urlando disse loro: "Buoni, buoni fratelli, il paradiso è pronto. Vi vedo, fratelli, e vi sento, fra un po’ sarete in pace, ah sarete alla fine, potrete riposare, ora penserete di andare alla morte, di andare in rovina, vi fate venire i goccioloni, ma poi con i vostri occhi vedrete: finirete di patire e anch’io con quest’ultima scarrozzata avrò finito, se Dio vuole!". Rise. "Per vostra sfortuna incontrerete mia madre che per lei tutta la vita ho fatto questo lavoro. Ad ogni maiale castrato io scappavo e lei da dietro mi gridava: ’Sei il solito vigliaccone, paura di un po’ di sangue! ma tornerai a casa, poi ti arrangio per le feste, zucca buca!". correvo come una lepre per scappare ancora più lontano, poi mi toccava tornare, anche se non avrei voluto. Mia madre mi aspettava dietro l’uscio, io camminavo come una volpe, mi fermavo ad ogni passo, come ina faina, fino a quando non sentivo sul coppetto un mucchio di colpi, improvvisamente, e poi sulla testa, sulla schiena, lei dava calci e pugni, toh e toh, diceva, questo è perché sei scappato e questo è perché non sei tornato subito e questo te lo dò in più così impari, grande grosso come sei, somarone, una di queste volte ti incavicchio lì, vicino al veterinario, voglio vedere se scappi, pelandrone!, ora vai a governare i maiali, diceva, dandomi una spinta feroce, cos’è - diceva - questa pistolata della paura?, e intanto mi spingeva fuori, nel porcile, stringendosi il fazzoletto in testa; pensava: ora ne vediamo delle belle. Continuava: ’Alla tua età, sedici anni compiuti!’. Arrivati, mi chiudeva col catenaccio, tra i maiali. Chissà perché mia madre non mi voleva bene. Avete sentito, fratelli? Torna il conto? È un conto misterioso, lungo. Intanto dovevo stare chiuso nel porcile per delle ore. Stavo lì, tremando come una foglia. Le bestie mi guardavano, si avvicinavano, la paura di essere mangiato aumentava". Il vecchio si passò una mano sulla fronte, sporse il viso dal finestrino. "Aria, aria", disse. Guardò il cielo. "Se mi vedi - urlò alla madre - se mi senti, ti devi pentire! Ho passato la vita tra i tuoi maiali, come volevi, ho passato la vita a non capire chi eri, cosa volevi, allora - urlò al cielo - allora, era questa faccia che non ti piaceva? Questi occhi, queste mani che non ti andavano?". Al limitare di un campo qualcuno salutò l’uomo, alzò un braccio: "Giosuè!", chiamò. Ma il camion rosso continuò a sollevare polvere. Pareva passasse un veicolo di dannati, ora che anche i maiali avevano preso a lamentarsi. L’uomo li sentì, forte disse: "Porcellini, porcellini rosa, buoni bambini, ho il cuore a pezzi, il poevro cuore a pezzi, vi sento, vi sento anche se sono tramortito, tutte le volte che penso alla mia vita mi s’imbastisce la testa, s’imbarca, m’imbarbaglio, sono come ubriaco. Poi mia madre mi diceva: ’Sei sempre coi maiali, adesso! L’hai preso per vizio?’. Il vecchio sputò ancora dal finestrino, disse: ’Puzzi sempre di maiale, non ti vergogni?’. Il vecchio s’agitò sul sedile, urlando disse ancora al cielo: "Son sempre meglio di te, i maiali!". Poi, al popolo dei porcelli, dietro, disse: "Per togliermela dagli occhi scappavo a caricare le bestie di qualche contadino, pronte al macello. Mi chiudevo le orecchie per non sentirla mentre lei, ridendo, mi rincorreva dicendo forte: ’Scappa, scappa coglione, scappa mingone, corri dai tuoi fratelli!’. Attaccavo il motore e via col camion, come il vento, come uno sparviero. E lasciavo quella babbea e la sua voce. Avete sentito, là dietro? Mi sentite, fratellini? Ma, ancora un po’ di pazienza, fra poco avremo finito la partita, ah, questa partita, com’è stata lunga! Per fortuna è finita, sta per finire, andiamo al macello, figli, io che non ho mai avuto figli sento voi come figli che ho dovuto portare a morire, voi maiali che soffrite e sentite la morte. Più vi penso e più mi si stringe il cuore. Vi ho sempre portato alla morte. È un mestiere che me l’ha rotto, questo cuore, spezzato!".
Il vecchio s’abbandonò per un momento al sedile. Poi sentì i maiali grugnire, ancora più inquieti. "Che vi succede?", chiese fermando di botto il camion. Scese e un po’ curvo guardò gli animali dalle fessure delle sponde. Disse: "Cosa avete, si può sapere?". I maiali zittirono e lo guardarono attentamente, avvicinando il muso all’uomo. Si videro molti occhi, una vastità di occhi piccoli che fissavano. Ora tutti erano immobili. Il vecchio li osservò uno ad uno. Sentì gli sguardi di tutti, anche di quelli al centro, addossati ai primi. "Vi vedo tutti, povere bestie!", mormorò l’uomo allungando una mano a toccare quei musi, quelle orecchie. "Coraggio", disse mestamente, "coraggio, fatevi coraggio, poveretti!". Poi, spenta la voce, piegò la testa di lato e, senza suono, pianse. Alzando il capo disse ancora, rivolto ad essi: "Lo so, vi piacerebbe sentire ancora il merlo, il rosignolo, la cincia, il fringuello, il cucco, la tortora, lo stornello, lo so, lo so. Ma domine Dio ha voluto così... ha voluto così? Mah, io non so dirvi altro". Il vecchio guardò la strada. Disse: "Ma adesso dobbiamo andare... ci aspettano per l’ultima volta. State buoni, per carità, state zitti". lentamente l’uomo si staccò dal camion , risalì mormorando: "State buoni, figlioli".
Ora l’automezzo s’avviò lentamente, alzando piccole nuvole di polvere. Si vide qualcosa muoversi all’interno, di rosa, sussultare. "Piano", disse a sé il vecchio, "piano, per i ragazzi". Poi, continuò: "Mangiamo la strada, o la strada ci mangia, non so. Si prende una strada, a caso, e dopo un po’ viene addosso una stanchezza, ma che strada abbiamo preso? Quella che ci hanno fatto prendere, si dice. Ma chi ce l’ha fatta prendere? E che strada era? Buona? Cattiva? Una strada. Come qualmente questa che sto percorrendo. Io ho sempre parlato con i miei maiali. Di notte. Di giorno. Oh! E pareva mi ascoltassero con quegli occhi piccoli e brutti, quelle orecchie in piedi, pareva sapessero il valore della vita, e il bene e il male, non avrei mai immaginato di poter parlare a dei maiali, e via e via, ma tutti portano una croce, io ho portato la mia e quella dei maiali, li ho consolati, sono stato un po’ il prete di quelle bestie, il loro prete anche se, dopo averli scaricati nel cortile del macello, risalivo subito sul camion e via, per non vederli più, per non sentire più quell’odore, una corsa per i campi, lontano da lì, cantando per non pensare, poi mi si spezzava tutto e le parole cadevano, rotolavano per la strada come mele, delle gocciole di pere, d’uva... ah, quanto male nel cuore, negli occhi... il macello è la cosa più, più... viene da vomitare e da piangere, pare che qualcuno strozzi gola e testa, poi, c’è poco da fare: ecco un altro viaggio di maiali e dolore. Nessun posto fa dimenticare il maiale e il suo sangue, i suoi urli, non c’è piazza, non c’è persona, non c’è stanza. Dopo, ti pare d’esser diventato uno di loro, e sembra d’avere zampe al posto delle mani, e setole dappertutto". Il vecchio tacque. Erano in vista del mattatoio. Ancora qualche chilometro. Con un fazzoletto si asciugò la fronte, il viso. Poi, sospirando, aumentò l’andatura. "Forza", disse, "ancora poco e poi ho finito per sempre, è finita, se Dio vuole". Ma ora si agitò sul sedile, qualcosa, addosso, lo infastidiva, sentiva prudere ogni parte del corpo. Qualcosa premeva da ogni parte. Qualcosa di mai sentito, un paio di mani invisibili e leggere lo vellicavano. Si grattò allora la testaq, il petto, le orecchie, le gambe. Si strapazzò il naso. Il mento, la gola. Dalle braccia i peli scuri andavano visibilmente scomparendo. La carne assumeva ora una colorazione insolita, rosa. Anche le gambe, in minuscole ma dolorose trafitture, assumevano quel rosa carico, diventando dure e piene di setole biondicce e lunghe. Dure. Il vecchio se le toccò spaventato, ma anche il viso andava mutando: da dentro, qualcosa o qualcuno spingeva. Il viso gli si stava trasformando, si allungava sotto agli occhi dell’uomo ciò che egli avrebbe subito sentito essere un muso d’animale. Di lato, le orecchie s’indurivano, appuntendosi, ritte già ascoltavano. Il vecchio se le toccò tremando. Si guardò nello specchietto. Urlò. A lui parve d’aver urlato, ma non fu un urlo, bensì un grugnito.Udì i suoi grugniti. Si udì nel verso alto e acuto del maiale tirato per le orecchie. Ora le gambe si stavano accorciando e fra poco non avrebbero più raggiunto i pedali. Ma stava entrando nel cortile del mattatoio. Bloccò a stento l’automezzo. Grugnì, guardandosi attorno. Nessuno. Ora, nemmeno le braccia-zampe raggiungevano più il volante. Erano celermente diventate corte e ungulate. A malapena riuscì ad aprire lo sportello. Scese a quattro zampe. Rotolò. Cadde.
Si rialzò alzando il muso al cielo, ai maiali prigionieri. Grugnì nella loro direzione, come piangesse. Questi, dalle feritoie, s’ammucchiarono in subbuglio, si spinsero schiacciandosi, guardando. Si mossero infelicemente, cominciando ora alti lamenti, acuti.
Poi arrivarono gli uomini. Lo videro.
"Toh, un maiale nel cortile!". Dissero: "Prendiamolo, prendilo prendilo!". Urlarono. Corsero. Il vecchio, nel suo nuovo corpo, tentò di scappare. In uno stridìo d’unghie si mise a correre dal lato opposto. Ma gli uomini lo circondarono. In un baccano corrotto, dissero: "Non fatelo scappare!". Concitati lo strinsero vieppiù nel cerchio. Allora non seppe più dove andare. Corse in tondo, con la testa a penzoloni, guardando basso. Ora vide una lama nelle mani di quelli. Il cerchio divenne ancora più stretto e disperato tentò di qua, di là, brevemente. Poi si fermò. Venne preso, tenuto per le orecchie, per la coda, che venne srotolata, tirata. Sentì un braccio attorno al collo e il peso di un uomo su di sé. Sentì come ultimi suoni i lamenti dei fratelli e ridere gli uomini dopo parole che gli si erano brevemente accostate. Il coltello gli squarciò la gola. Lì, accanto al camion rosso, sotto agli occhi dei compagni.

Il racconto è tratto da Amari asili, Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1994.








pubblicato da s.nelli nella rubrica il dolore animale il 7 ottobre 2006