I morti di Capri

Maria Cerino



Nella Grotta dei Santi le anime riposano le une sulle altre e in quella posizione quasi uterina stanno da così tanto tempo che sembra siano diventate di pietra. Quando i morti di Capri riscendono il mare e vogliono andare oltre, superare la riva e raggiungere il largo, l’isola li trattiene. Non ammette transumanza, Capri, per chi qui ha trovato la fine, ma non come se fosse un limbo di punizione o di attesa; è che sono di un’altra materia le anime, come di una carne più sottile. Capri le mette a risanare nell’acqua e obbliga tutti noi, i vivi, a occuparne la terra. Manca la spiaggia e il bagno è vietato in quasi gran parte della riva. Cadono massi ripetutamente e sembra che sia una privazione crudele non potersi bagnare proprio in quei punti in cui la bellezza del posto potrebbe cancellare le mortificazioni della carne e le deformazioni dello spirito.

In quella assenza di odore, come se il mare non fosse in realtà il mare di sale che brucia la pelle laddove è esposta, sottile, malata, si avverte il sudore acido delle ascelle, il puzzo dell’urina che risale in superficie e solo il colore azzurro e verde intenso cancella le tracce, in una limpidezza che è densa e non ti fa arrivare con lo sguardo a vederti il torace. Non è il corpo tutto che affoga ma una a una ogni cellula. È acqua non di mare, è l’acqua dei morti che ingoia le assenze. Dalla grotta verde risalgono i bagnanti, si avviano verso la rossa, quella inquieta delle tre Marie e appaiono come teste che rotolano portate al largo da correnti arrabbiate e violente, da parassiti minuscoli che ne disintegrano le braccia, le mani, le gambe, il sesso in infinite particelle. Puoi tuffarti, arrivare con la punta dei piedi fino al fondale e poi risalire, riprendere a respirare ma ogni azione ti costa fatica, come se dovessi farti largo in una folla: è il bagno dei forti, di chi non teme una colpa universale.

Tiberio si liberava dei suoi nemici e dei suoi schiavi lanciandoli da un dirupo; l’imperatore li spingeva e il mare ne avverava la morte. Le prime anime dei non morti si sono accumulate qua, sotto il Capo Tiberio. L’acqua si è fatta prima colpevole e poi impunita collezionista, voleva risorgessero i suoi morti di sale di alghe di escrementi di pesce e vivessero di un’altra carne una seconda vita. Così li ha presi tutti, anche quelli graziati dei millenni a seguire. Li tiene prigionieri, gonfiandosi d’ossigeno e aspirando l’aria, che passa di bocca in bocca, da una stretta fessura nella punta dello sbuffo. Sono come corpi malati, mutilati, sul ciglio dell’ultimo respiro e il Tirreno li ha ibernati, simili agli scarafaggi che una volta consumato il ghiaccio tornano a vivere.

La storia è ovunque. Si tuffa da una barca, penetra nella sabbia. Nelle fessure che l’acqua non può raggiungere, nei buchi poco più grandi di un granello, chiunque sia passato per Capri dice che sì la conosce bene; il politico la racconta, l’attrice la racconta, il cantante di rivista la racconta e a chiunque potresti chiedere un’informazione su come arrivare alla Grotta di San Giacomo, a chiunque e chiunque ti risponderebbe dalla Piazzetta a Via Emanuele, un cameriere (un caprese che sia caprese) dice Ma il mare. Sente, magari, lui solo, tutti i mormorii che salgono dal fondale. Un fondale profondo intasato di fantasmi, sazio e bulimico e le voci che si rincorrono dal basso come se sotto nuotasse una parola lunghissima che arriva a galla spezzettata in sillabe. Dicono che i morti di Capri si raccontino, che li rattristi la memoria, la memoria che hanno delle loro vite dismesse e di quanto bramino il tornare alla terra. Cosa sono senza i miei figli, cosa è stato della mia casa: vivono da espatriati, poco oltre il confine del paese e piangono la fine di gente che non hanno avuto la fortuna di abbracciare. Sanno dei nipoti, dei pronipoti come sanno della morte, senza capirli. E si ostinano a parlare e più parlano e più allontanano la possibilità di spirare; se fossero malati e trovassero tutte le difficoltà che si trovano nel chiudere un pensiero, nel seguire il filo logico di una frase si direbbero vecchi, abbasserebbero il capo e dichiarerebbero partita chiusa: ora so tutto, io morirò.

A volte questa folla è come di gente che respira, un respiro all’unisono e lento che dà un senso di calma; la Madonna della Grotta Bianca resta dritta e alta, a metri dall’acqua, prega. La corrente la ignora, il vento la ignora, il mare la ignora, le anime dal basso non la vedono. Qualche passante ne raccoglie i pezzi di pietra per un’antica memoria. Il bene appartiene alle persone, il male alle loro anime.

I morti non muoiono ma restano su questa terra. Come un cancro, equidistante tra la vita e la morte.








pubblicato da m.cerino nella rubrica il dolore animale il 2 ottobre 2011