Se l’America parlasse italiano

Tiziano Scarpa



Immaginate che l’Oceano Atlantico
sia a est invece che a ovest.
L’America sta a Oriente.

Ci siete? Bene. Adesso figuratevi
Cristoforo Colombo veneziano
che la scopre, e Pizarro Da Murano
che la conquista per la Serenissima.

A suscitare queste fantasie
sono non tanto certi monumenti
della dominazione veneziana
(Porta de Terraferma
a Foša, il leone alato,
la Loggia e l’Orologio della piazza)
ma l’italiano che si parla qui,
o almeno quello che occasionalmente
è capitato di sentire a me.

Non ciabatte: savatte.
Non rifiuti: scovazze.
Non abiti ma: strazze.

"Raccolta differenziata scovazze".

"Sei molto elegante in strazza da sera
e savatte firmate".

Parole veneziane
pseudonormalizzate.
Un italiano buffo ai nostri orecchi,
ma reale, plausibile.

Queste piccole tracce
vi danno un’idea di come dev’essere
sentirsi brasiliani e portoghesi,
spagnoli e argentini, statunitensi
e britannici, eccetera.

L’alterità nella condivisione.
Dialettica interiore.
Avere un’altra possibilità.

(Cose che noi otteniamo
accentuando artificiosamente
i toni dei contrasti,
polarizzando i nostri chiaroscuri:
nord-sud, destra-sinistra.)

Gemelli omozigoti
separati da adulti
che si ritrovano dopo trent’anni,
si scambiano esperienze,
confrontano la vita.

Si pensano le cose
con lingue quasi uguali
ma in quel quasi c’è tutto.

Come un altro te stesso
che ti dice che il mondo
non è che sia straniero:
è estraneo e casalingo.

Non è che sei in errore:
hai ragione e anche torto.

Nota: Ringrazio Babsi Jones per l’amichevole assistenza tecnica.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 4 ottobre 2006