Estate in campagna. II. Amore a Marradi

Benedetta Centovalli



«Ici (route de Firenzuola) c’est la vraie montagne, la vraie campagne des solitaires. Je fais parfois d’étonnantes decouvertes. Je sarais heureux si je pouvais vous faire partager mes admirations pour cette ligne sevère e musicale des appenins… Allez voir Marradi et les montagnes autour », scrive Dino Campana a Sibilla Aleramo prima del loro incontro del 3 agosto 1916 a Barco-Rifredo, circa tre chilometri dal Passo del Giogo. La Aleramo è ospite a Villa La Topaia vicino Borgo San Lorenzo, da dove aveva scritto a Campana: «tutto il Mugello m’è nuovo. Qui sono in una casa di campagna, grande, deserta». Sibilla ha quarant’anni, Campana trentuno: «Ho guardato sulla vecchia carta dov’è Firenzuola. Più su di Marradi… Non sono più giovane lo sapevate? Però ancora buona camminatrice – cotesta occhiata agli Appennini la darei volentieri, con voi». Comincia così una breve ma intensa storia d’amore: «J’habite ici dans une trattoria quelconque, à Barco… Vous pourriez trouver ici la silence, l’espace, et des pensions convenabbles », «Vi direi di venire voi senz’altro, ma vedo che preferite che venga io costà…». L’incontro accenderà la miccia della passione: «I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo… Dino, Dino! Ti amo… ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni?». Non so quanto i luoghi siano davvero responsabili dei nostri incontri ma gli incontri che segnano le nostre esistenze sono radicati in luoghi che finiscono per avere un loro preciso destino nel nostro cammino. Dino e Sibilla si sono incontrati sull’Appennino tosco-romagnolo, in Mugello, e là si è consumato il loro amore, che ha i colori e i sapori di questa terra aspra, selvaggia, fitta di boschi e di castagneti, di terrazze coltivate a girasole e grano e di pascoli per mucche solitarie («Tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili. Come amo la povertà delle cose quassù che meglio ci farà sentire la nostra ricchezza», cartolina di Dino a Sibilla, prima del loro secondo incontro a Casetta di Tiara, il 19 agosto 1916). È facile anche oggi imbattersi in caprioli, lepri e cinghiali, e vicino ai centri abitati verso sera anche la volpe a volte fa capolino. A trenta chilometri da Firenze il Mugello volta le spalle alla città e salendo l’Appennino il paesaggio è scavato tra le rocce e il fitto della vegetazione, non di rado aprendosi a scorci lunari disegnati nella magia intatta dei calanchi. Là dove scorre il Lamone ci sono tratti di strada impervia e tutta curve, ma i sentieri che attraversano la montagna sono ancora percorribili e neppure sfiorati dal passare di un secolo intero di storia. Là la Val d’Inferno dispiega le sue malie strette tra le sue alte pareti, là i corsi d’acqua rimbalzano ancora sulle pietre e i falchi alti fanno la ronda. Campana raggiunge più volte la sua Sibilla, ma torna a rifugiarsi nelle sue terre selvatiche, «lontano dal mondo, ch’è brutto troppo, fuori della vita», cerca una pace impossibile nella sua tana da lupo («Marradi. C’est un pays où j’ai trop souffert et quelque peu de mon sang est resté collé aux rochers de là haut »). Sappiamo che non troverà quella pace, «In un momento / Sono sfiorite le rose / I petali caduti / Perché io non potevo dimenticare le rose». E la vigilia del Natale 1916, a Marradi: «Un letto profondo, la notte di Natale, nel tuo paese dove non sono mai stata – dove soltanto da bimbo hai riso di gioia… Questo strazio, d’amarti, di volerti felice, e di non poter tramutarmi in una cosa di freschezza, rosa per la tua fronte, amore, amore» (Aleramo-Campana, Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918, Milano, Feltrinelli, 2000).

Pubblicato su "Stilos", 12 settembre 2006








pubblicato da b.centovalli nella rubrica a voce il 3 ottobre 2006