L’altrove a Villa Literno

Carla Benedetti



Nordafricani a Villa Literno, prostitute ganesi, un intero pullman di ambulanti polacchi appena giunti in Italia e spersi nella notte vicino a Caserta. Una casalinga di Caserta che ha appena perso il figlio di sei anni, un cambiavalute rumeno che truffa i turisti a Budapest, un impiegato filippino in tournée d’affari in Europa... Un’insolita galleria di personaggi si sussegue con straordinaria vividezza, e senza un solo momento di fiacca, nel libro di esordio di Paolo Mastroianni, Altrove (Effigie).

Si muovono vicini, incrociandosi in quell’"altrove" che è il nostro mondo. Lo attraversano come se fosse una foresta, spaesati e impauriti, lungo quella rete di sentieri laterali che hanno per guardiani mafie o, nel caso dei polacchi, la rete d’accoglienza del Vaticano. Ognuno viene colto in un momento di forte incertezza o di crisi, che per tre di essi coincide con la morte. Tutte le vicende si svolgono in uno stesso arco di tempo, dal 15 al 29 marzo 1993.

Ad aprire il racconto è un magnaccia tunisino che gestisce quattro prostitute. Lo seguiamo per una giornata, da quando si sveglia in una grande camerata deserta fino alla notte di lavoro sulla variante presso Villa Literno. Finché all’alba viene ucciso da un altro tunisino per ordine del racket. A quel punto il racconto segue l’assassino. Poi è la volta di una delle prostitute. E così via.

Ogni figura tiene la scena per un po’, con il suo bagaglio di sogni, ricordi, speranze e frustrazioni, finché passa la mano a un altro, a lui legato per vicende o per semplice contiguità spaziale. I passaggi e i raccordi tra una storia all’altra non sono mai meccanici, ma sembrano portati quasi naturalmente dall’’intrico delle esistenze.

Viene da chiedersi da dove l’autore, che è nato a Caserta e fa l’ingegnere, abbia attinto materia per dischiuderci, con tanta delicatezza di notazioni, e senza concedere niente ai clichè, destini tanto diversi. Evidentemente l’impossibilità dell’esperienza, che oggi molti teorizzano come nostra condizione epocale, è una fandonia.

Quello che più colpisce di Altrove è l’animarsi di quelle figure nell’intimo della loro realtà individuale: un "carico umano dimesso e spaesato" in cui finiamo per immedesimarci, con un profondo coinvolgimento. Le loro storie commoventi ci fanno anche capire quanto sia assurdo chiamare "finzioni" i testi di invenzione narrativa, come si suole fare da un po’ di tempo. E’ una semplificazione grossolana. Come se l’invenzione avesse a che fare con il falso invece che con la possibilità di dischiudere verità più profonde.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 30 settembre 2006