Terraferma

Teo Lorini



La carena di una nave solca la superficie del mare, una rete scende e si allarga gradualmente fino a avvolgere nelle sue maglie il blu dello schermo e allo stesso tempo l’occhio dello spettatore. Non sembra azzardato leggere una dichiarazione di poetica nella immagine (letteralmente) irretita che apre Terraferma. Rispetto alle accensioni oniriche e visionarie che innervavano il sublime Nuovomondo infatti, Crialese appare qui più trattenuto e intento a un lavoro – altrettanto efficace – di distillazione.

Terraferma (Premio Speciale della giuria all’ultima mostra di Venezia) si apre infatti con un passo narrativo più lineare, concentrato – come già Respiro e Nuovomondo – sulla vita di una famiglia. In un’isola italiana che non verrà mai nominata, tanto piccola da non risultare sui mappamondi ma grande abbastanza da apparire come il primo lembo d’Europa ai migranti in fuga dai posti più disparati dell’Africa, vive Ernesto, anziano patriarca che pratica ancora il mestiere di pescatore assieme a suo nipote Filippo, proprio come lo faceva con suo figlio il quale, scomparso in mare, ha lasciato dietro di sé Filippo e la madre Giulietta. È proprio la giovane vedova ad avere l’idea di riattare una casa sempre più malandata per affittarla nei mesi estivi ai turisti, lambendo così l’altro cespite di rendita dell’isola, un’opportunità nuova che Nino, l’altro figlio del vecchio Ernesto, ha abbracciato facendone un business che rende sempre più obsoleto il tradizionale lavoro dei pescatori dell’isola. L’arrivo dei migranti, che la legge italiana degrada a “clandestini”, obbligando i motopescherecci a non raccoglierli neppure quando stanno per annegare, cambierà in profondità l’esistenza di tutti. Quando incrocia una carretta semiaffondata e carica di africani che si tuffano nella speranza di essere raccolti (e con il rischio di morire nel tentativo), Ernesto decide di disobbedire alla legge nuova e di seguire il codice marinaro, accogliendo sulla sua barca un manipolo di persone. Il giorno seguente un solerte membro della guardia di Finanza inizierà a perseguitare Ernesto, sequestrandogli la barca con un pretesto e costringendo Filippo ad andare a servizio come bagnino e tuttofare nello stabilimento messo in piedi dallo zio. Ma i migranti non spariscono con i respingimenti o con le deportazioni, se ne accorgeranno sia Nino, che li vede arrivare a terra moribondi e salvati dai turisti – in una scena in cui la pietas del racconto si intreccia a quella dello sguardo – sia Giulietta e la sua famiglia, confrontati con la richiesta di aiuto dell’ultima fra questi ultimi.

Terraferma non si può però ascrivere alla categoria riduttiva dei film “di denuncia”, anche se non c’è dubbio che dalla semplice rappresentazione dell’obbrobrio dei respingimenti e dell’odierna legislazione sui migranti emerge una parte rilevante della cattiveria che pervade questi anni cupi e che per i professionisti del populismo e dei nuovi fascismi dovrebbe diventare la cifra distintiva del futuro di un Paese i cui abitanti hanno smesso appena ieri di migrare, clandestini a loro volta, miserabili, ignoranti e lerci della stessa povertà che ora spinge altri esseri umani a mettersi in cammino. Il nuovo film di Crialese brucia di un ardore in cui la compassione e il senso di fratellanza diventano universali per effetto di una poderosa intensità lirica. A Terraferma s assiste dal primo momento con lo sguardo rapito con cui si torna a vedere un classico. Abitano questo film, che è già classico, e questo regista magnifico la stessa felice ispirazione, la stessa capacità di toccare contemporaneamente il cuore e l’intelligenza che vivificava opere possenti per sintesi e immaginazione come l’Underground di Emir Kusturica. Crialese conferma la sua capacità di trasformare ogni inquadratura in un quadro imprevisto e assieme evocativo. Proprio come accade alla fine di Nuovomondo, nelle ore passate dall’ultima, straordinaria immagine di Terraferma (anche ora, mentre scrivo queste righe) singoli fotogrammi o intere sequenze hanno continuato a tornarmi alla memoria e a distrarre la mia attenzione: la già citata sequenza d’apertura, l’“arrembaggio” notturno, la distesa di pesci morti che invade i gradini di un edificio, l’assemblea degli isolani, le riprese subacquee e quelle che si librano sulle alture vulcaniche… Eppure questo senso della visione non diventa mai calligrafia, come la capacità di racconto non scivola mai nel macchiettismo o nel buonismo d’accatto della peggior commedia di costume all’italiana. Pare emblematico, ad esempio, che il film non esibisca il santino del carabiniere “buono”. Il regista di origine siciliana viola un tabù trasversale al nostro tempo e ricorda l’idea – sgradevole e quanto più possibile rimossa – per cui quando le leggi infrangono il patto stesso di fratellanza fra esseri umani non può bastare la giustificazione di chi dice “Ho obbedito agli ordini”. Eppure Crialese riesce a ricordarci questa semplice, disturbante verità senza prediche o scene madri, ma con dettagli quasi impercettibili (il baluginio delle torce con cui le forze dell’ordine frugano le auto in cerca di clandestini che tentano di imbarcarsi sul traghetto; la falcata al ralenti con cui, annunciati dalla banda scarlatta sui calzoni, i carabinieri entrano in campo per allontanare i turisti che stanno soccorrendo dei naufraghi; i guanti di lattice con cui gli stessi carabinieri toccano la pelle nera dei migranti), adoperando tutte l’intera tavolozza delle possibilità della narrazione cinematografica.

È anche per questo che un film così poetico, così pietoso e appassionatamente sentimentale, va assolutamente visto al cinema: fino a quando sarà nei cinema e per contribuire a farcelo restare il più a lungo possibile.








pubblicato da s.baratto nella rubrica a voce il 25 settembre 2011