Anticipazione #8

Antonio Moresco



Che emozione ritrovare dopo molto tempo -e in edizione economica- un libro comperato molti anni fa ai Remainders! Si tratta di "Melville" di Lewis Mumford. Il volume che avevo trovato era stato pubblicato nel 1965 da Edizioni di Comunità. Adesso fa bella mostra di sé sui banchi più in vista delle librerie, ripubblicato da un grande editore, col ritratto di Melville disegnato da Pericoli in copertina, il bollino rosso delle Novità visibile a grande distanza. Se si comperano altri due tascabili dello stesso editore c’è un forte sconto. Purtroppo non siamo più in estate, se no si porterebbe via anche la borsa col logo dell’editore e magari qualche sorpresa che può sempre esserci dentro: una matita da meditazione, una limetta per le unghie utilizzabile anche come tagliacarte, un pettinino da viaggio, chi può dire, non ci sono limiti alla provvidenza…
E’ un libro indefinibile, qualcosa di più di una biografia, qualcosa più di un saggio. Ed è singolare anche l’autore: non un letterato, ma un grande architetto, che affronta Melville negli anni 20 del Novecento. "Quando questo studio uscì" scrive l’Autore nella Prefazione "esisteva una sola biografia completa di Herman Melville, quella scritta dal professor Raymond Weaver; ed era stato pubblicato un solo studio generale delle sue opere, quello di John Freeman apparso nella serie English Men of Letters."
Dei libri scritti da Melville tutti ormai conosciamo i titoli. Alcuni dei libri di Lewis Mumford tradotti in italiano sono: "La cultura delle città", "Arte e tecnica", "La città nella storia", "Il mito della macchina", "Il pentagono del potere", "Architettura e cultura in America dalla guerra civile all’ultima frontiera".
Riporto di seguito alcuni brani di questo libro dedicato al "più grande scrittore creativo che l’America abbia prodotto":

"Quando Herman Melville morì, nel 1891, la rivista letteraria che allora andava per la maggiore, ’The Critic’, non sapeva nemmeno chi fosse."

"E’ della forza e dell’energia di Melville sul piano spirituale che soprattutto mi occuperò. Egli vive per noi non perché abbia descritto gli arcobaleni dei mari del sud, o corretto gli abusi d’autorità della marina degli Stati Uniti, ma vive invece perché affrontò certi grandi dilemmi della vita spirituale dell’uomo e, cercando di dare una risposta, ne sondò il fondo. Abbandonò il mondo addobbato e ovattato della convenzione e affrontò la nudità della vita, della morte, dell’energia, del male, dell’amore, dell’eternità: scostò i confortevoli drappeggi dei salotti vittoriani rivelando l’oscura notte, pallidamente rischiarata dalle luci di antiche stelle. Se fosse stato un romantico, avrebbe vissuto una vita felice, imburrando il suo pane di tenui sogni e inghiottendo i suoi dispiaceri con qualche bicchiere di Porto. Ma Melville era un realista, nel senso in cui sono realisti i grandi maestri religiosi."

"Thoreau, a vent’anni, aveva idee che non l’avrebbero fatto sfigurare a quaranta; non così Melville. Melville, come Whitman, somigliava a un pozzo profondo: doveva far uscire acque torbide di ogni sorta e vecchia fanghiglia prima che l’acqua limpida potesse cominciare a sgorgare:"

"Spinto dall’esperienza della vita, si staccò di necessità dai fiacchi romantici della sua adolescenza e, cercando paralleli alle sue avventure e meditazioni e visioni, li trovò nei drammaturghi dell’epoca elisabettiana, nei viaggiatori del Seicento e nei filosofi letterari."

"Non bisogna equivocare, Melville non è stato un romanziere. E’ stato per un puro accidente storico che l’attenzione del mondo si sia rivolta a lui per via della grazia e della radiosità delle sue avventure dei mari del sud. Herman Melville era un pensatore, nel senso in cui Dante era un pensatore, che rivestiva i suoi pensieri di visione poetica. Quel pensiero e quella visione sono stati una delle creazioni più importanti del secolo."

"La realtà è che questo libro ("Moby Dick") è una sfida, è un insulto a tutte le abitudini mentali che dominavano nel XIX secolo, e che continuano, quasi immutate, a dominare nel nostro tempo. Viene da un mondo diverso e presuppone, per essere accettato, una vita e una coscienza più integrate di quanto la maggior parte di noi abbia conosciuto o provato in questi ultimi tre secoli."

Dalle recensioni apparse negli Stati Uniti all’uscita di "Moby Dick": "Un minestrone intellettuale di romanzo, filosofia, storia naturale, bello stile, buoni sentimenti, imprecazioni…" "Il delirio di un folle:" "Mostruosamente stravagante." "Il signor Melville non ha che da ringraziare se stesso se i suoi orrori e i suoi eroismi vengono gettati in un canto come carta straccia dal lettore generico." "Maniaco, pazzo come una lepre di marzo, si muove, balbetta, strilla come una bedlamita incurabile, che non teme né il guardiano né la camicia di forza."

"Non è necessario addentrarci nelle forme in cui il critico di quell’epoca svelava la sua insensibilità alla grande prosa e la sua servile approvazione degli idoli del mercato; ma si deve notare un fatto singolare: a partire da quella che fu la prima critica del complesso dell’opera di Melville, lo studio di Fitz-James O’Brien apparso nel 1853, fino al commento scritto nel 1927 da Vernon Parrington, "Moby Dick" -chiave di volta dell’opera di Melville- è stato frequentemente omesso. Il libro che trionfalmente schiaccia tutte le opinioni contraddittorie sul conto di Melville -che fosse un romantico, che riuscisse a descrivere solo scene esteriori, che fosse un puro introverso, che fosse un fannullone avventuroso, mai a suo agio in una comunità civile, che fosse insensibile alla vita circostante, che fosse un semplice realista capace solo di trascrivere ciò che aveva visto- il libro che rende sciocche queste generalizzazioni, ha subito qualcosa di peggio di una critica avversa: ha incontrato il disinteresse generale. E’ soltanto dal 1914 che questa indifferenza è stata anche solo in parte riparata in America."

"Una volta usciti dall’ortodossia, non vi si può tornare, come un dormiente disturbato non può riprendere il filo di un sogno svanito, come un uomo adulto non può tornare ai giochi dell’infanzia."

"Forse la salvezza si trovava, come ha suggerito André Gide nel suo studio su Dostoevskij, nelle arti, una salvezza come quella trovata dai grandi spiriti del Rinascimento in mezzo a un disordine analogo: Wren, con tutti i suoi edifici per un vuoto clericalismo, Leonardo, Michelangelo, con i suoi santi che hanno perduto i loro poteri ineffabili assumendo la forma di uomini e donne possenti, Rembrandt con le sue mille facce enigmatiche che fissano con occhi pieni di domande altri occhi che anch’essi domandano. Penso che Melville non abbia capito del tutto questa soluzione né abbia affrontato la sua possibilità: ma che ne abbia visto una facciata, l’avanzarsi delle arti meccaniche, e che da questa parte, con freddo acume, ne abbia scorto l’esito infelice."








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 27 settembre 2006