Emergenza di specie # 2

Carla Benedetti



100 anni o meno. Questa è la speranza di vita dell’umanità sul pianeta. Lo prevedono i referti più insospettabili. Ce lo dicono scienziati autorevoli da Stephen Hawking a Jared Diamond. Eppure questa non è ancora diventata l’emergenza prima, in nessun campo della vita e della politica.
Certo vi sono luoghi in cui se ne discute da tempo. Ne parlano gli esperti di clima, i biologi, gli epidemiologi, gli astrofisici, gli antropologi, gli etologi... Se ne fanno carico i tanti gruppi di ambientalisti impegnati da anni su questo fronte. Ma tutto questo continua a restare confinato in ambiti particolari di discorso, senza mai riversarsi nella grande comunicazione, dove questo "tema" è tuttora un tabù. Nemmeno nel campo della cultura e del pensiero si è ancora mai formata una diffusa consapevolezza.

Ci sono a disposizione una grande quantità di dati e di informazioni ben più che allarmanti. Eppure non c’è allarme nel discorso pubblico. Perché non se ne parla? Certamente – come si dice spesso – per non creare allarmismi. Meglio che i "morituri" non sappiano! Meglio che distolgano lo sguardo, mentre la marcia verso il suicidio di specie procede senza che nessuno faccia neanche un tentativo di fermarla, quando si sarebbe ancora in tempo. Questa invisibilità del problema, che potrebbe apparire un atteggiamento saggio e pietoso, è in realtà una corresponsabilità criminale in un delitto futuro che riguarderà in maniera atroce i figli dei nostri figli. Nonostante si sappia come stanno le cose, si fa in modo che nessuna nuova consapevolezza - che potrebbe ancora mutare il corso delle cose - si formi negli uomini in questo tragico scorcio di storia.

I "morituri" è una parola usata da Gunther Anders. Egli chiamava così l’umanità dopo l’entrata in scena della bomba atomica (L’uomo è antiquato, vol. 1, Bollati Boringhieri 2003). Ai tempi di Hiroshima e durante la guerra fredda la nuova arma provocò molte ansie. Per la prima volta l’umanità si trovava in mano la possibilità di autodistruggersi in pochissimo tempo. Ma ci si poteva ancora illudere che non sarebbe mai stata usata. Una speranza di copertura, certo. Ma oggi non c’è più neanche quella. Né per il rischio di guerre nucleari né per il rischio di un olocausto ambientale. Non ci si può illudere in alcun modo su quali saranno gli effetti a breve termine della sovrappopolazione, della scarsità di acqua, di cibo e di materie prime, dell’inquinamento, della distruzione di altre specie viventi da cui dipende la sopravvivenza dell’uomo sulla terra, delle epidemie, delle mutazioni climatiche, dell’innalzamento del livello del mare, della desertificazione e delle guerre. Su questo noi oggi sappiamo e possiamo essere sicuri che la catastrofe prima o poi arriverà.

Nessuna generazione prima di questa si era mai trovata di fronte a un’emergenza del genere. Eppure questi dati non stanno provocando alcun cambiamento, nessuna contromisura, e nemmeno nessuna forma di consapevolezza o discussione esplicita. E’ come un incubo. Questa minaccia assoluta, che per la prima volta pesa sull’umanità nei milioni di anni della sua storia, si trova ancora in una condizione di invisibilità. Essa è nota eppure è come se fosse nascosta. E’ grave e terribile eppure è come senza "peso" dentro ai discorsi pubblici.

I governi e i potentati economici non hanno mutato di una virgola la loro logica. Ma anche nella politica, nella cultura, nei giornali, nei media questa è evidentemente l’ultima delle preoccupazioni. Si parla di tutto tranne che della prima cosa di cui bisognerebbe parlare. Esiste un’emergenza di specie e non viene messa al centro della vita politica e culturale e spirituale e scientifica di questo mondo di "morituri".

Perché tanta cecità? Che assomiglia più a una narcosi che a un non saper vedere. E che talvolta sembra prendere anche coloro che parlano con serietà di questa grave minaccia per la specie.

L’autorevole astrofisico Stephen Hawking ha di recente scioccato il mondo dichiarando che tra 100 anni al massimo il pianeta sarà invivibile per l’uomo. Ma dalla sua voce non è uscito alcun monito ai governi, alle forze politiche e ai cittadini a cambiare il corso delle cose, come se anche lui desse per inevitabile la nostra corsa verso il suicidio di specie.

Ne ha parlato Antonio Moresco in un articolo pubblicato su "il primo amore" il 19 settembre intitolato "La sproporzione". Ne riporto un passo:

"…l’astrofisico Hawking, immobilizzato sulla sua sedia a rotelle, dice di prevedere che la Terra entro cento anni sarà inabitabile. Virus (compresi quelli geneticamente modificati), guerre (comprese quelle termonucleari), inquinamento, disastri naturali, surriscaldamento…
Conclusione? Cercare di invertire la rotta, di controllare i nostri comportamenti distruttivi e autodistruttivi e di non rendere inabitabile per la nostra giovane specie questo pianeta? Niente di tutto questo. Bisognerà trovarci in fretta un altro pianeta. E siccome nessuno dei pianeti del sistema solare è abitabile, allora bisognerà cercarcene uno in qualche altra remota galassia, a distanze inimmaginabili e che neppure i nostri più potenti telescopi sono ancora riusciti a individuare.
[…]
ma se le cose stanno veramente così com’è possibile che l’unica, assolutamente l’unica possibilità che Hawking non prende neppure in considerazione è cambiare radicalmente e fin che si è in tempo i nostri comportamenti personali e collettivi, spostare la direzione della nostra corsa, mettere le mani sul nostro software se è programmato per la nostra distruzione? Non lo dice perché, da scienziato, sa che non è possibile, che è immodificabile? E se non fosse così? E se ci fossero persino nello stesso software delle potenzialità ancora inespresse? Perché almeno non provarci, tanto più che è l’unica realistica chance a breve termine a nostra disposizione? Ben più di improbabili trasvolate collettive o puramente genetiche su altre galassie tenendoci ben stretto il nostro vecchio, ottuso, immodificabile software per ricominciare da un’altra parte lo stesso identico ciclo. Eppure Hawking è uno scienziato autorevole, la sua voce avrebbe peso, altri uomini potrebbero ascoltarla, potrebbe innescare reazioni a catena. Perché si sottrae a tutto questo? Perché mostra di essere lui stesso programmato in modo immodificabile dentro lo stesso software? E’ solo questo che possiamo aspettarci ormai dalla scienza?"

Anche Jared Diamond, autore del noto Armi, acciao e malattie (Einaudi), parla dell’umanità come di una specie che appartiene già ai morti viventi, come molte altre specie in via di estinzione sul pianeta, che hanno ancora individui vivi ma che rischiano di scomparire. Il suo approccio è però completamente diverso da quello di Hawking.

Riporto alcuni passi dal suo Il terzo scimpanzè. Ascesa e caduta del primate Homo sapiens (Bollati Boringhieri, 1994). Il libro è un’indagine sull’uomo nel più vasto scenario della storia naturale (invece che solo su quello culturale) che prende in rassegna tutti i fattori che hanno portato l’Homos sapiens a diventare il padrone del pianeta, ivi compresi i genocidi, lo sterminio di altre specie animali, le guerre e l’uso distruttivo delle risorse.

"Fino alla mia generazione, nessuno ebbe motivo di chiedersi se i suoi figli sarebbero sopravvissuti o se avrebbero potuto abitare un pianeta sul quale valesse la pena di vivere. Siamo i primi a dover affrontare questi problemi in relazione al futuro delle nuove generazioni. Dedichiamo gran parte della nostra vita a insegnare ai figli a procurarsi i mezzi di sostentamento e a collaborare con gli altri; ci chiediamo però sempre più, al passare del tempo, se tutti i nostri sforzi non potrebbero diventare fatica sprecata.
Queste preoccupazioni sono causate da due nubi che incombono sul nostro futuro, nubi che potrebbero avere conseguenze simili, ma che noi consideriamo in modo molto diverso. Una - il rischio di un olocausto nucleare - si incarnò per la prima volta nella nube atomica di Hiroshima. Tutti concordano sul fatto che questo è un rischio reale, dato che esistono grandi depositi di armi nucleari e che lungo l’intero corso della storia i politici hanno compiuto stupidi errori di calcolo. Tutti concordano sul fatto che un olocausto nucleare sarebbe una catastrofe globale, in cui potremmo anche morire tutti. Questo rischio informa gran parte della diplomazia mondiale attuale . L’unica cosa su cui dissentiamo è il modo migliore in cui affrontarlo: per esempio se dovremmo cercare un disarmo totale o parziale, l’equilibrio o la superiorità nucleare".
L’altra nube è il rischio di un olocausto ambientale […] Qui però, diversamente da quanto accade per l’olocausto nucleare, c’è un disaccordo quasi totale sull’effettiva possibilità che questo avvenga, e sui danni reali che ci procurerebbe".

Diamond non ha dubbi. Tutto il suo libro è un accumulo di prove sull’effettiva possibilità che questo accada.

"I rischi di un olocausto nucleare e di un olocausto ambientale sono i due problemi davvero urgenti che si pongono oggi alla specie umana. Confrontate con queste due nubi, le nostre ossessioni quotidiane del cancro, dell’AIDS, o della forma fisica, impallidiscono fino a diventare insignificanti, perché questi problemi non minacciano la sopravvivenza dell’intera specie. […] Se non riusciremo a sottrarci a quegli eventi nefasti, saper curare il cancro non ci sarà comunque di alcun aiuto."

Il libro di Diamond è del 1991. E infatti c’è almeno una frase di quelle che ho riportato che appare datata. Oggi non potremmo più dire che il rischio di un olocausto nucleare informi gran parte della diplomazia mondiale. Anche questa speranza oggi sembra essere stata spezzata. Macchine da guerra premono ciecamente da ogni parte per scatenare sempre nuovi conflitti o incrudelire quelli già esistenti. Il rischio che si faccia uso di armi nucleari è incredibilmente aumentato rispetto a solo 15 anni fa. Sono aumentate anche le potenzialità distruttive delle armi stesse per i progressi della tecnologia. Ma nello stesso tempo non è aumentata la preoccupazione. Anzi questa sembra andare in maniera inversamente proporzionale al rischio. La paura dell’olocausto nucleare ha smesso di abitare le menti degli uomini proprio nel momento in cui questa probabilità è diventata più grande. Come se questo rischio non esistesse più. Quindi anche di questa "nube" oggi possiamo dire la stessa cosa che Diamond 16 anni fa diceva a proposito del rischio di distruzione ambientale. Su entrambi i rischi c’è oggi una cecità diffusa, un’incoscienza tanto grande quanto la follia dei meccanismi che li hanno provocati.

Precisato questo, le osservazioni di Diamond sono ancora tutte valide. Ecco un altro passo del libro:

"Alla fine dell’ultimo periodo glaciale, circa 10.000 anni fa, il ritmo della nostra ascesa accelerò. Occupammo le Americhe , e in coincidenza con questo evento si verificò un’estinzione di massa che potrebbe essere stata causata proprio da noi. Subito dopo scoprimmo l’agricoltura. Qualche migliaio di anni dopo, i primi testi scritti cominciano a documentare il ritmo dei nostri progressi tecnici; ma mostrano anche che l’uomo aveva già cominciato a fare uso di sostanze tossiche, e che il genocidio era una pratica di routine, spesso ammirata. La distruzione ambìentale cominciò a minare molte società, e i primi coloni polinesiani e malgasci sterminarono in massa molte specie con la subitaneità di una guerra-lampo. Dal 1492 in avanti, l’espansione a livello mondiale degli europei , già da molto tempo in possesso ’della scrittura, ci consente di ricostruire nei particolari la parabola della nostra ascesa e caduta.
Negli ultimi decenni abbiamo sviluppato i mezzi per inviare segnali radio verso altre stelle, e anche per autodistruggerci da un giorno all’altro. Anche se non incorressimo in una fine tanto rapida, la nostra capacità di sfruttare tanta parte delle risorse planetarie, la distruzione di un grande numero di specie e i danni arrecati all’ambiente stanno accelerandosi a un ritmo che non potrà essere sostenuto neppure per un altro secolo. Qualcuno potrebbe obiettare che, guardandoci intorno, non vediamo segni evidenti del fatto che la nostra fine sia incombente. In realtà i segni diventano chiari se si osserva la realtà e poi si riflette. La scarsità di cibo, l’inquinamento e le distruzioni causate dalla tecnologia stanno crescendo, mentre diminuiscono i terreni agricoli utilizzabili, le riserve di cibo in mare e di altri prodotti naturali, e la capacità dell’ambiente di assorbire i rifiuti. Quando aumentano il numero e la forza degli individui che lottano per assicurarsi una parte di una minore quantità di risorse, qualcuno deve rinunciare a qualcosa.

Quali previsioni si possono dunque fare?

Ci sono molte ragioni per essere pessimisti. Se tutti gli abitanti del pianeta dovessero morire domani, i danni che abbiamo già inferto all’ambiente farebbero continuare la sua degradazione per decenni. Innumerevoli specie appartengono già ai "morti viventi", con popolazioni scese a livelli da cui non possono più riprendersi, anche se non tutti gli individui sono ancora morti. Benché il nostro passato sia una storia di autodistruzione, da cui avremmo potuto imparare qualcosa, molti individui che dovrebbero essere meglio informati contestano la necessità di limitare la popolazione e continuano a aggredire l’ambiente; altri si uniscono all’assalto per profitto personale o per ignoranza: e un numero ancora maggiore di uomini è troppo impegnato in una lotta disperata per la sopravvivenza per potersi permettere il lusso di valutare le conseguenze delle sue azioni. Tutto sembra suggerire che la malefica potenza della distruzione abbia già raggiunto un impeto inarrestabile, che anche noi siamo fra i morti viventi e che il nostro futuro sia altrettanto fosco di quello degli altri due scimpanzè".

Eppure Diamond non si sottrae alla responsabilità che grava su tutti noi oggi. A differenza di quello di Hawking il suo approccio e la sua reazione conoscitiva e emotiva è proporzionata alla gravità della situazione.

"Nonostante ci siano molti motivi per giustificare un uguale scetticismo sul futuro dell’umanità, pensoche la nostra situazione non sia senza speranza. Siamo gli unici esseri sulla terra capaci di crearci i problemi da soli, e dunque il risolverli è certo nelle nostre capacità. Il linguaggio, l’arte e l’agricoltura non sono poi carateristiche umane così uniche; invece, siamo gli unici fra gli animali ad essere in grado di imparare da altri individui della nostra specie che vivono in luoghi lontani o che sono vissuti nel lontano passato. Fra i segni di speranza c’è il fatto che si comincia finalmente a discutere di alcune politiche realizzabili con le quali potremmo evitare il disastro, come la limitazione della crescita della popolazione, la conservazione degli habitat naturali e l’adozione di altre misure di salvaguardia dell’ambiente. Molti governi stanno già attuando alcune di queste misure, peraltro ovvie.

Per esempio, si sta diffondendo una maggiore consapevolezza circa i problemi ambientali, e i moviementi ambientalisti stanno guadagnando peso in politica; i fautori dello sviluppo non vinceranno tutte le battaglie, né i miopi argomenti economici prevarranno sempre; negli ultimi decenni molt ipaesi hanno diminuito il loro tasso di crescita demografica; sebbene il genocidio non sia scomparso, la diffusione della tecnologia delle comunicazioni ha quanto meno la potenzialità di ridurre la nostra innata xenofobia e la nostra abitudine a vedere, in popoli che vivono in paesi lontanti, esseri subumani diversi da noi
[…]
Non abbiamo bisogno di tencologie nuove, ancora d inventare, per risolvere i nostri problemi, ma di altri governi che facciano molte delle cose – ovvie – che alcuni Stati stanno già cominciando a fare. Non è vero, inoltre, che il cittadino medio sia impotente. Alcuni gruppi di cittadini hanno combattuto recentemente, e con discreta efficacia, per molte cause."

Oggi tutti quei segnali positivi che nel 1991 si potevano vedere non sono cresciuti. Non è che non abbiamo gettato semi, ma le pianticelle vengono continuamente strappate. Esistono forze contrarie alla diffusione di questa consapevolezza. Ma questo non significa che le potenzialità a cui faceva riferimento Diamond non esistano ancora. E solo un movimento d’opinione fortissimo, commisurato alla gravità dell’emergenza, potrà fare ancora qualcosa.

Chiunque voglia contribuire alla discussione può scrivere a
emergenzadispecie[at]gmail.com
Si prega di non mandare allegati, ma di scrivere il testo dell’intervento direttamente nella mail.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica emergenza di specie il 27 settembre 2006