Estate in campagna. I. I care

Benedetta Centovalli



A Barbiana si arriva per una strada tutta curve che sale veloce incontro ai cipressi abbandonando l’asfalto, là sulla vetta c’è la chiesa con la canonica e il suo minuscolo cimitero, da lassù si domina la valle della Sieve e l’orizzonte si chiude sulla corona appenninica, rilanciando lo sguardo lungo la verticale delle montagne. Siamo nel cuore del Mugello, terra aspra di Toscana, fitta di boschi e di valichi, austera e essenziale, priva di fronzoli e lontana dalle rotte consuete del turismo. Le solide madonne di Giotto o le figure alate del Beato Angelico vengono da qui.
A Barbiana approdò in esilio nel 1954 don Lorenzo Milani, dove morì nel 1967 a soli 44 anni. Scomodo alla Chiesa era stato spedito in capo al mondo, neve, freddo, isolamento, ma da quell’angolo di mondo non smise di parlare, anzi la sua voce si fece ancora più chiara e più forte, le sue parole proiettili a segno. Aveva trovato il senso della sua vocazione e a quel senso non avrebbe più rinunciato.
Oggi per chi arriva a Barbiana c’è una sorpresa, la Fondazione don Lorenzo Milani ha aperto al pubblico i locali della scuola e del laboratorio e allestito un fondamentale catalogo fotografico per illustrarne il percorso didattico (dic. 2005). Sono così finalmente visibili non solo i luoghi ma anche gli strumenti con cui don Milani organizzò la sua scuola di Avviamento a cominciare dal primo gruppo di sei ragazzi nel 1956. In classe una piramide disegnata ammonisce «Tutti partono pochi arrivano», il dramma della selezione scolastica per i figli dei contadini e degli operai. Su una porta c’è scritto «I care», il motto dei giovani americani per dire «Mi sta a cuore». I libri della biblioteca, la cartina politica dell’Italia e la composizione del Parlamento italiano, la carta della Palestina e della Mesopotamia, l’Atlante storico murale dal 1922 al 1946, la carta della formazione delle repubbliche europee, la decolonizzazione dell’Africa, l’astrolabio, il giradischi per l’ascolto delle lingue… e a dodici anni i ragazzi facevano la loro prima esperienza di studio all’estero. Strumenti di apprendimento costruiti o disegnati nella loro officina per leggere il mondo che li circondava. Gli sci di legno, la piscina dove imparare a nuotare. La scuola di Barbiana, un tempo pieno senza vacanze e senza domeniche, non è sopravvissuta a don Milani, si è sciolta nel 1968, con uno strano bisticcio di date e di destini.
Prete controcorrente aveva messo al centro della sua missione il problema pedagogico, la scuola, l’istruzione e l’educazione dei giovani come mezzo di riscatto sociale, schierandosi sempre dalla parte dei più deboli, snidando i luoghi comuni sia della Chiesa sia della politica, eleggendo a metodo la controversia, l’esercizio intelligente e libero dell’osservazione critica, la verità come risultato di un cammino dialettico. Con candore e ironia, lucidità e passione morale investigava l’universo dei suoi ragazzi, quello era il mondo intero perché il mondo intero vi era contenuto. Una lezione alla scuola di Barbiana (Libreria Editrice Fiorentina, 2004) è un testo esemplare non solo perché trascrizione fedele di una discussione con un gruppo di ragazze della scuola media di Borgo San Lorenzo sull’opportunità di una festa da ballo a scuola, ma anche per approfondire il significato dell’insegnamento e il senso del tempo in rapporto alla formazione dei giovani: «Avete un’età che se resistete, se cercate, se vi organizzate potete creare un’infinità di cose», «Ribellatevi! Ne avete l’età».
«Un giorno o l’altro viene uno, tenuto ai margini della grande impresa perché un po’ pazzo, che insieme a un gruppo di bambini senza nemmeno la licenza media, riesce a metterci in testa il dubbio che bisogna ricominciare da capo perché si è sbagliato una cifra, la prima cifra. Il pazzo se ne va e ci lascia col vostro dubbio» (Ernesto Balducci).

Pubblicato su Stilos, 29 agosto 2006








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 25 settembre 2006