Notizie dall’esilio

Mariella Mehr



Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

***

Vergogna testimonia
la tua bocca serrata,
quella unica, indenne.
Che precipita giù con te.

Nesuna parola ti toglie.
Nessuna parola divide,
perché ogni parte possa essere portata per sé e sia
di qualche secondo più leggera.

(Madre, vedi, tua figlia sfiancata
dall’odio, quello a mezzo volto,
in una notte che continua a trasformarsi
piena di uno spavento di numeri, innumerabile).

Notte riempie la mia bocca,
notte privata di parole,
secoli di difficoltà
il piatto della bilancia di Dio fattosi pietra
(pietra, che attraverso la cruna dell’ago
porta alla follia).

La Fuga di Morte di Celan ancora nella terra di nessuno
ancora la fiamma divampa, nutrita
dall’ ultimo respiro dei nostri
antenati, da tempo ha preso di mira quelli
come me e come te.

Nuoti con la vergogna
su verso i mari delle lacrime?
Nuoti o muori, quando la tua mano
– troppo tardi e controcorrente come tutta la storia –
dovrebbe chiudersi a pugno?

Vergogna.
Quest’ ultima parola rimasta si mescola per
sempre alla carne disabitata,
trafitta da lame sorde.

***

Niente,
nessun luogo.
C’è ancora rumore
di sventura nella testa,
e sulla mappa del cielo
io non sono presente.

Mai è stata primavera,
sussurrano le voci di cenere,
sulla bilancia del linguaggio
sono una parola senza peso
e trafiggo il tempo
con occhi armati.

Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte è un ciglio
sulla palpebra della luce.

***

Dormi sotto i lecci
per toglierti il giorno ammorbidito
dalle labbra, prenditi
il firmamento dalla mia pelle.

Coglimi schegge di parole
dalla bocca, cerca sotto
le ramificazioni delle palpebre le
scorte del lupo.

Non chiedere. Svelto, mangia
il pane del deserto
che ti ha infornato il mio lupo trovatello
e bevi tutta la mandragola.

Già si addensa una maledizione intorno al tempo,
un incubo frusta il mio cuore
con vento inconsolabile,
nella costellazione del Cane se ne perde la traccia,
eppure:

ancora rimane una parola sorrisa
erba di zigani per la stirpe martoriata.
Ancora metto un piede avanti all’altro
e cresco nella confusione.

Ancora mi rimane il fiore-di-nessuno,
passi di rugiada, un’ ora oscura.
Rotola, nutrita di veleno, delusa dalle mie
lacrime, dentro di sé fino al principio.

***

Per tutti i Rom, Sinti e Jenische,

per tutte le ebree e gli ebrei,

per gli uccisi di ieri e per quelli di domani.

Non c’era mare ai nostri piedi,
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena,
quando – le disgrazie, si dice, non vengono mai sole –
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano
per poi strappare noi posteri alla terra
nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti,
quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.
Ti stanno leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.

***

Autrice di numerosi romanzi, quattro raccolte di poesia e diverse opere teatrali, Mariella Mehr è nata a Zurigo nel 1947 da una famiglia zingara di ceppo Jenische. Vittima dell’operazione Kinder der Landstrasse (Bambini di strada) la Mehr – come molti altri figli del "popolo errante" – è stata tolta alla madre nella primissima infanzia, lasciata in custodia a famiglie affidatarie, orfanatrofi, istituti psichiatrici; ha subito violenze, elettroshock e a 18 anni, come era accaduto a sua madre, è stata sterilizzata e le hanno tolto il figlio. La Mehr, che dal 1996 vive in toscana, ha fatto della denuncia della persecuzione del suo popolo in Svizzera (un fenomeno di cui si sapeva pochissimo fino alla fine degli anni Ottanta) il centro della propria scrittura. Nella raccolta Notizie dall’esilio uscita in tedesco nel 1998, risuona un visionario, a volte allucinato grido di dolore sul confine della follia. Un appello all’ascolto che non cerca consolazione nel linguaggio, ma usa la lama del paradosso per far emergere nei paesaggi, nei corpi, nel firmamento, i bagliori di un senso perduto, aprendo uno spiraglio sulla spietata ipoteca del quotidiano. Mariella Mehr nel solco di Paul Celan e di Nelly Sachs, pedina le ombre e non si stanca di affondare il coltello nella memoria di una persecuzione che, se non è stata di sterminio come quella dei nazisti, ha però operato in un contesto di violenza psichica estrema, ottenendo – tramite la segregazione di intere generazioni di zingari – dei viandanti senza viaggio, dei genitori senza figli, dei figli senza radici.

Mariella Mehr
Notizie dall’ esilio
Effigie Edizioni 2006








pubblicato da g.fuschini nella rubrica poesia il 24 settembre 2006