La sproporzione

Antonio Moresco



L’uscita di papa Ratzinger, le furibonde reazioni suscitate nel mondo islamico, gli scontri economici e geopolitici in atto, il sistema delle doppie verità su cui si regge tutto il mondo politico e della cosiddetta comunicazione. Mi sembra che ci sia una sproporzione gigantesca tra quanto sta succedendo e…quanto sta succedendo. Dire certe cose oggi, in mezzo a tensioni e guerre che calamitano le nostre preoccupazioni e le nostre passioni, può sembrare inopportuno o addirittura intollerabile. Tanto più bisogna dirle. Perché se non si esce dall’unico metro di interpretazione concesso non si può vedere come stanno veramente le cose. Perché se il non uscire mai dal nostro software ci sta portando dove ci sta portando, allora -di fronte a una simile sproporzione- bisogna cominciare a pensare sempre più in modo sproporzionato e a rifiutare l’impostazione dello stesso software.

Per avvicinarmi al problema, provo a mettere in relazione due cose:

Prima cosa. Nei mesi scorsi, in occasione delle ultime terribili fiammate di guerra nel Medio Oriente, si è usata molto la parola "sproporzione". Si è discusso, ad esempio, se la reazione di Israele sia stata sproporzionata o meno. A me pare che sia in atto una sproporzione infinitamente più grande in cui tutte le altre sproporzioni sono comprese, ma che non è ancora emersa in tutta la sua impressionante evidenza agli occhi dei più.

Seconda cosa. Un po’ di tempo è apparsa sulla Repubblica un’interessante e sconcertante intervista in cui l’astrofisico Hawking, immobilizzato sulla sua sedia a rotelle, dice di prevedere che la Terra entro cento anni sarà inabitabile. Virus (compresi quelli geneticamente modificati), guerre (comprese quelle termonucleari), inquinamento, disastri naturali, surriscaldamento… Cento anni! Nemmeno 500, 1000, che pure non sarebbero niente. Insomma, qualcosa che interesserà direttamente i nostri nipoti. Conclusione? Cercare di invertire la rotta, di controllare i nostri comportamenti distruttivi e autodistruttivi e di non rendere inabitabile per la nostra giovane specie questo pianeta? Niente di tutto questo. Bisognerà trovarci in fretta un altro pianeta. E siccome nessuno dei pianeti del sistema solare è abitabile, allora bisognerà cercarcene uno in qualche altra remota galassia, a distanze inimmaginabili e che neppure i nostri più potenti telescopi sono ancora riusciti a individuare.

Dopo avere letto queste affermazioni, la prima cosa che ho pensato è stata: sarà proprio così o quest’uomo è fuori di testa? La seconda è stata: ma se le cose stanno veramente così com’è possibile che l’unica, assolutamente l’unica possibilità che Hawking non prende neppure in considerazione è cambiare radicalmente e fin che si è in tempo i nostri comportamenti personali e collettivi, spostare la direzione della nostra corsa, mettere le mani sul nostro software se è programmato per la nostra distruzione? Non lo dice perché, da scienziato, sa che non è possibile, che è immodificabile? E se non fosse così? E se ci fossero persino nello stesso software delle potenzialità ancora inespresse? Perché almeno non provarci, tanto più che è l’unica realistica chance a breve termine a nostra disposizione? Ben più di improbabili trasvolate collettive o puramente genetiche su altre galassie tenendoci ben stretto il nostro vecchio, ottuso, immodificabile software per ricominciare da un’altra parte lo stesso identico ciclo. Eppure Hawking è uno scienziato autorevole, la sua voce avrebbe peso, altri uomini potrebbero ascoltarla, potrebbe innescare reazioni a catena. Perché si sottrae a tutto questo? Perché mostra di essere lui stesso programmato in modo immodificabile dentro lo stesso software? E’ solo questo che possiamo aspettarci ormai dalla scienza?

Ecco, se provo a mettere in relazione queste due cose, qui davvero ci vedo una sproporzione insanabile. Se la prospettiva è davvero questa, non sembrano davvero ciechi e folli i comportamenti umani e le continue inarrestabili guerre sulla curvatura di questo piccolo, irripetibile pianeta? Rispetto a una prospettiva simile tutte le azioni umane, le strutture politiche, militari, economiche, religiose sembrano chiuse e suicide, anche se so bene che sono per noi maledettamente importanti, sono la nostra contingenza, la nostra stessa vita. E così le guerre e ciò che determina le guerre, le strutture identitarie che fanno spesso da copertura a interessi geopolitici mai dichiarati. Perché non avviene un terremoto di fronte a questa sproporzione? E’ perché i gruppi che detengono il potere sul mondo e le loro stratificate e trasversali strutture sono programmati così e tendono naturalmente alla conservazione di sé? E’ perché non si rendono neppure conto che le trasformazioni radicali cui andrebbero incontro non sarebbero nulla in confronto a quelle che comunque avverranno, che faranno impallidire le rivoluzioni e i rivolgimenti del passato? Rispetto all’emergenza cui siamo di fronte le stragi, le guerre e gli "scontri di civiltà" non appaiono simili alle guerre di cui parla Swift nei Viaggi di Gulliver, combattute a lungo e ferocemente tra i due grandi imperi di Blefuscu e di Lilliput, ciascuno dei quali vorrebbe imporre agli altri il modo corretto di rompere l’uovo, dalla parte larga oppure dalla parte stretta?

Se le cose stanno veramente come dice Hawking, o anche solo lontanamente così, allora tutte le strutture della nostra mente, le organizzazioni umane che si sono imposte nel corso del tempo e che ci hanno portato al punto in cui siamo, le loro logiche, i loro mezzi, i loro fini, non sono tragicamente sproporzionati rispetto ai nostri bisogni e alle nostre aspettative di specie? Perché questi gruppi dirigenti e le logiche che perseguono non vengono percepiti come criminali nei confronti della nostra specie? Perché, tra tutte le identità, non si afferma finalmente anche quella di specie? Eppure questa volta nessuno potrà dire che non sapevamo, che non disponevamo delle conoscenze necessarie. Se leggiamo libri come Il terzo scimpanzé di Jared Diamond (sottotitolo: "Ascesa e caduta del primate Homo sapiens") e molte altre opere e documenti e scritti possiamo conoscere con chiarezza la nostra situazione, solo che il tutto rimane confinato nella piccola sfera delle persone che leggono, come se fossero informazioni culturali come tante altre e non conoscenze che dovrebbero avere conseguenze operative immediate e su larga scala. Perché, al di là della presa di coscienza di piccoli e generosi gruppi, tutto questo non scatena i primi vasti momenti di consapevolezza tra le popolazioni umane, ancora tutte prese dalle lotte per strapparsi l’un l’altra le ultime risorse e ricchezze? Perché la selezione dei gruppi dirigenti politici, economici ecc avviene ancora esclusivamente su questi miopi e autolesionistici obiettivi? Come mai non vengono messe in sofferenza più profondamente e diffusamente logiche così sproporzionate e suicide? Cosa c’entrano con la prospettiva che abbiamo di fronte tutte le azioni che vengono intraprese da caste neofeudali ormai quasi autonome e sottratte alla conoscenza e al giudizio, che dirigono la vita e i comportamenti umani in un mondo sovrappopolato e solo diversamente allevato? A una distanza così ravvicinata dalla nostra possibile fine, non è venuto il momento di rimetterle in discussione completamente, non solo per alcuni aspetti secondari e grotteschi ma per la loro stessa configurazione e natura? Non dovrebbe essere questo il drammatico ma anche creativo ed entusiasmante compito che ci aspetta a breve termine? Perché una dimensione politico-militare ed economica così poco lungimirante e adatta alla sopravvivenza della nostra specie nel tessuto più generale della vita e del mondo è divenuta quasi l’unica forma di aggregazione e direzione delle azioni umane e degli stati e degli imperi e degli agglomerati sovranazionali, relegando tutte le altre in posizioni marginali, ininfluenti, impossibilitate a raggiungere in profondità gli altri esseri della propria specie? Perché anche tutto il sapere scientifico e tecnologico è talmente integrato in questa struttura e nei suoi ingranaggi e interessi (a cui è legata la sua stessa sussistenza) da non essere capace di sottrarsi a questa deriva suicida ma da sembrare in grado solo di allestire gli ultimi riti nel caveau del Reichstag? Perché nei governi umani, accanto alle altre figure, non ci sono anche scienziati liberi, antropologi, astrofisici ecc, ma con funzioni importanti, decisionali, non come semplici "consulenti"? Perché non si cominciano a creare le condizioni e le lacerazioni e i dualismi necessari a dare vita ai primi embrioni di un governo mondiale di specie, che sia in grado di cominciare a porre l’umanità di fronte alla propria reale situazione planetaria? Fornendo risposte, proposte, anche scomode, sconvolgenti, ma in grado di innescare processi dinamici, reazioni a catena, di rimescolare le strutture di comando umano, le priorità, riaprendo il gioco, allargando gli orizzonti, andando verso cambiamenti verticali e reali. Una frontiera da conquistare, qualcosa che possa fare apparire infinitamente perniciose le attuali logiche e gli attuali governi umani sulle menti e sui corpi ma che nello stesso tempo non annienti le precedenti identità in nome di una più grande identità di specie, perché allora ne nascerebbe una nuova e ancora più spaventosa tirannide. Ma allargando le potenzialità, suscitando tutte le nostre possibilità atrofizzate e sopite, compiendo l’unica manovra di cui nessuno ci crederebbe capaci come specie, come quando il guidatore di una macchina si rende conto all’ultimo istante di essere sul punto di sfracellarsi contro un muro e allora deve nello stesso tempo frenare e sterzare, pigiare il freno a tavoletta con un piede e nello stesso tempo tenersi pronto a premere frizione e acceleratore per non fare imballare il motore, con una mano sul cambio e l’altra sul volante per poter ripartire di colpo, inaspettatamente, in un’altra direzione.








pubblicato da a.moresco nella rubrica emergenza di specie il 19 settembre 2006