Fois, la storia e l’intreccio

Carla Benedetti



Formidabile cosa è l’intreccio, che i grandi romanzieri del passato non hanno mai disdegnato. L’ultimo romanzo di Marcello Fois, Memoria del vuoto (Einaudi), mi ha stimolato questa breve riflessione sul senso riduttivo con cui spesso viene inteso l’intreccio.

"Mi firmo e sono sempre Stocchino Samuele". Così si chiudevano i comunicati del leggendario bandito sardo che seminò terrore tra i possidenti subito dopo la prima guerra mondiale. Il Duce mise su di lui una taglia di 250 mila lire, pari a circa 500 mila euro odierni. Lo chiamavano la Tigre d’Ogliastra e della sua decennale latitanza parla l’epos locale ancor più che i documenti storici.

Marcello Fois, scrittore nuorese, ha preso la sua storia, l’ha messa al centro del suo romanzo, e le ha intrecciato attorno una trama potente di vite, di tempi e di voci.

Innanzitutto c’è la trama sotterranea che unisce la Sardegna, dalla lingua così arcaica, con la storia della nazione. Quanti sardi andarono volontari alla Grande Guerra! Un numero incredibile. Stocchino fu uno di questi. E ancor prima, a soli 16 anni, fu anche in Libia, dove imparò a uccidere con naturalezza: "Faccio come per stringergli la mano, ma quella mano è una baionetta inastata. Lui sbarra il bianco degli occhi e quasi mi abbraccia". Dalla guerra torna sottufficiale decorato. La guerra lo fa eroe, poi reduce e infine "balente".

Poi c’è quella più grande trama che è la vita. Un sistema più vasto in cui si intrecciano le generazioni, con tutto l’accumulo di attese e di destini che si ripetono portandosi dietro il "peso dei secoli".

E infine c’è la trama delle voci.

La lingua di Fois è suggestiva quando usa il sardo ma a volte, in italiano, è un po’ troppo carica di metafore. Ma di questo lo si perdona subito perché si sente che non è posa da scrittore ma tensione e pathos del narratore che si fa corifeo, o cantastorie. Come in un’antica tragedia, o come in una ballata, la forza del racconto sta tutta in questa cassa di risonanza, in questo coro che accompagna la "creatura" nel suo destino di violenza e di morte. Se lo prende in carico fin dall’infanzia, anzi ancor prima di nascere, da quando la madre prega la Madonna di non farla partorire. E racconta lo sperdersi di un individuo in quel pieno che è il mondo, e che è anche un "vuoto", fatto non solo di storia ma anche di crepacci nella terra, di cervi incontrati nella notte, di agnelli che precipitano dal cielo, di madri che non vogliono mettere al mondo nuovo dolore e della vita che tenacemente vuole nascere nel suo misterioso ripetersi con in bocca "l’odore della notte".

Di solito per trama o intreccio si intende semplicemente la maniera in cui una storia viene organizzata dentro a un testo narrativo. E questo può anche essere vero. purché si aggiunga una cosa. Che l’intreccio è molto di più di una storia avvincente e ben narrata. La storia è solo ciò che accade nel piccolo palcoscenico delle azioni incrociate dei personaggi e nello specchio limitato della loro soggettività. L’intreccio è ciò che le fa risuonare in uno spazio-tempo più vasto, nel più grande sistema della vita, in cui sta anche ciò che i personaggi non sanno o non hanno vissuto: anche i tempi stratificati nelle rocce del paesaggio che fa da sfondo alle vicende. Ed è perciò la cosa più difficile da imbroccare per un romanziere. La storia è solo il sasso lanciato nello stagno. L’intreccio comprende anche le onde concentriche che si allargano sull’acqua.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 17 settembre 2006