Una poesia di Anna Lamberti Bocconi

Cristina Savettieri



La prima parola di Devi chiamarmi sempre è «io».

Io sono i morti.
Sapete, quelli del mio viso.
A fior di spada sull’acqua del secchio
a filo dello specchio riflessivo.
Sapete, il funerale del vivo.
Dove si impara a star forti.

Sei versi di misura variabile, che disegnano un crescendo ritmico: un quinario, un novenario, che allude alla misura lunga senza compierla interamente, due endecasillabi e un decasillabo, a segnare un punto di tensione, un ottonario in coda, assertivo e netto. La struttura sintattica, che si dilata e si ritira su se stessa, è semplice e cristallina, scandita da una paratassi esemplare: ogni verso una frase o, come nel caso del terzo e quarto verso, inserti deverbalizzati, pure immagini che sorgono a correlare le asserzioni iniziali.

Di queste due immagini, puramente mentali, l’autrice parla nel diario di viaggio steso durante il pellegrinaggio a Santiago de Compostela:

«Ero comunque in uno stato interiore nel quale non mi ponevo nessuna domanda. Tutto entrava e tutto usciva da me, che finalmente non avevo barriere. Era un uguale mistero-non mistero sia una formica sia la magica cattedrale, in quel bagno di luce bianca e gialla che per poco non mi accecava. Mi girava la testa e mi sedetti su una panchina in una piazza che sembrava un cortile. Da un balcone coi panni stesi si sentiva lo struggimento di una musica popolare. Fu allora che mi colse un vortice nella testa, come un annebbiamento improvviso e da non so quale mondo la vista mi si girò all’interno e io vidi due immagini ben distinte che esprimevano verità: un secchio e una spada» (Sola sul cammino, Milano, Xenia edizioni, 1999).

Proprio queste due immagini sono l’occasione poetica dichiarata della poesia, la sua origine in un certo senso allucinata eppure chiarissima e logica nella sua evidenza. Una logica alternativa a quella razionale, ma ugualmente ferrea e inequivocabile. Una logica figurale.

La struttura della poesia è estremamente calibrata, e tesa da una simmetria solo leggermente sfasata e dunque dinamica, non raggelata nella specularità. Il primo verso e l’ultimo si saldano nella rima quasi identica «morti/forti». Il secondo verso e il quinto si aprono con «Sapete», a intessere un’anafora appena ritardata, la cui forza data dalla reiterazione viene confermata e allo stesso tempo infranta dall’assonanza «viso/vivo». Sono le forme di una identità non identica, che è poi il paradosso su cui si fonda la tensione poetica di questi versi.

Resta poi il cuore della poesia, il terzo e il quarto verso, stretti dall’anafora mancata «A fior» «a filo». «Secchio» si lega con una rima al mezzo quasi identica con «specchio», mentre «riflessivo» rima con «vivo» del verso successivo, ed entrambi assonano con «viso». Le figure di ripetizione e i richiami fonici tramano il testo di coincidenze non identiche, mettono di fronte le sostanze profonde della trama figurale, che altro non sono che la vita e la morte.

È il soggetto poetico in primo luogo a definirsi a partire dalle scorie dei «morti», che riaffiorano sul «viso» a farne un paesaggio, una cronografia dove un tempo biologico passato ha lasciato i suoi segni, le tracce di vite perse che segnano l’appartenenza a una rete umana sovraindividuale, attraverso la quale passa la dicibilità del sé, la possibilità stessa di pronunciare la parola «io».

E se l’io è «i morti» vuol dire che la vita e la morte paradossalmente coincidono, si specchiano l’una nell’altra, inconciliate, senza essere uguali.

Ancora leggiamo dal diario:

« Si formò in me una sintesi sul più grande enigma dell’esistenza, chi sono io e che cos’è la morte, chi sono in rapporto ai morti dai cromosomi dei quali si sono formati il mio corpo e la mia vita» .

La voce poetica, così salda e sicura, sembra dirci proprio questo: che l’esistenza è il frutto di molte morti, un punto di risalita vertiginosa verso la grandiosa contraddizione della vita, che accampa i suoi diritti sul principio di una perdita continua e irreversibile. Non si tratta di una presa di coscienza del proprio essere-per-la-morte. Semmai quello che qui si staglia è un lucido essere-la-morte, che annulla in sé qualunque finalismo, direzione progressiva, e anche qualunque trascendenza più o meno sottintesa. Qui le sostanze della vita e della morte sono impastate in un crogiolo unico, fuse in un’immanenza che le rende quasi identiche, se non fosse che, come ci viene ricordato più avanti nel librola in forma epigrammatica, «tra il nascere e il morire/c’è una tratta individuale».

Lo scarto tra la vita e la morte è dato dall’esistenza, «funerale del vivo», da quell’«io» sul cui viso riaffiorano le tracce dei defunti, come una scoria ineliminabile, che si fa serbatoio di esperienza: è al «funerale del vivo», infatti, che «si impara a star forti».

La consapevolezza folgorante di essere i morti, di averne i resti, di esserne organicamente parte, assume l’evidenza di una verità esistenziale fondante, a partire dalla quale l’io travalica i propri confini, si allarga a una identità che lo sovrasta, e insieme lo comprende. Così il tempo dell’esistenza e l’infinità del tempo al di fuori di essa, tutto il tempo morto e tutto quello a venire, l’assurda contingenza del vivere umano e l’assoluto che ne dovrebbe costituire l’orizzonte di senso, si specchiano, l’una come il rovescio dell’altro, senza che intervenga alcuna dialettica a risolverne il paradossale coincidere.

Riporto ancora un ultimo stralcio dal diario:

«Da un capo all’altro dell’universo correva la catena mobile del tempo e della vita e io ero un atomo della sua materia, senza le ansie dell’uomo perché ero un metallo e senza l’ottusità del metallo perché ero un uomo. La mia felicità consisteva in un senso di rispondenza totale fra il mio essere e l’infinito vivente» .

Questa irregolare poesia incipitaria è uno sguardo che si allarga a perdita d’occhio ad inseguire quella «catena mobile del tempo» dove solo una coincidenza sfasata distingue la vita dalla morte. La poesia assume questa sfasatura, si fa forma di essa, imponendo a chi legge di addentrarsi in questo paradosso, seguendone coincidenze e smottamenti. Tutto l’umano e tutto l’assoluto, più che fronteggiarsi, si stratificano, danno vita alla forma quale espressione di un intenso «trasumanar» gravato di tempo e di spazio, mortalità e perdita, fratture e traumi.

La forma poetica non è semplicemente un riscatto, un tentativo di risarcimento ed elevazione, piuttosto è ciò che si incunea proprio al centro di ogni possibile dicotomia attraverso cui pensiamo il mondo: soggetto e oggetto, materia e spirito, relativo e assoluto, vita e morte si polverizzano nella forma che ne dice il coincidere asimmetrico. Per questo non riesco a leggere il libro di Anna Lamberti-Bocconi secondo la lente dello stile, che da sola non può rendere conto della varietà di tensioni che lo attraversano








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 15 settembre 2006