Nuovo Turismo Italiano

Tiziano Scarpa



Cammino nelle retrovie di un esercito di ombrelloni, sul lungomare Katia Ricciarelli. Il cartello stradale dice proprio così: "lungomare Katia Ricciarelli – artista". No, non sono finito dentro una vignetta satirica o in un racconto di Aldo Nove. Sono a Jesolo.

Mi fermo a guardare la partita a bocce sulla sabbia, giocata da tre anziani e un giovanotto obeso. L’area di gioco è recintata da alte sbarre per proteggere dai tiri maldestri il cranio degli spettatori. Che sono tutti vecchi. Mi viene in mente il commento di un barista, sconsolato per l’ordinanza comunale che vieta di vendere alcol da asporto dopo mezzanotte: "Così questo posto diventerà un ospizio".

Perché sono qui? Per capire che cosa sta succedendo all’Italia nei suoi punti critici. Ormai è chiaro: smantellate le industrie, ci stiamo trasformando in un popolo di camerieri, albergatori, guide turistiche e cuochi. Perché non ero mai stato a Jesolo, pur vivendoci a due passi? Perché sono uno snob.
Mettiamola così: l’Italia è in mano a una maggioranza di persone che ha un’altra idea della vita rispetto a quella che ho io. Non sto parlando di schieramenti politici, ma di gestione dell’esistenza: la festa, la bellezza, la paura della morte, il lutto sono organizzati in modi che a me disgustano. Cose come: i campionati di calcio, miss Italia, il festival di San Remo, il Vaticano, il premio Strega, il culto per le automobili… Cose come: Jesolo. Un posto dove il Comune ha intitolato un "Lungomare delle Stelle" ai divi della cultura televisiva e pop, per avere il pretesto di invitarle: Mike Bongiorno, Andrea Bocelli, Carla Fracci, Gina Lollobrigida. Ci doveva essere anche un lungomare Maradona, ma le polemiche sulla sua dubbia fama di cocainomane hanno consigliato di ritirare la proposta.

La spiaggia è lunga 15 chilometri, dopo la terza partita a bocce e il ventesimo hotel giro all’interno, passo sul viale pieno di gelaterie e negozi. Entro in una boutique di moda, chiacchiero con la proprietaria. Mi dice che da lei vengono a comprare tutto l’anno: dopo aver passato le vacanze qui, i clienti tornano da Verona, da Monaco, per fare incetta di vestiti a ogni cambio di stagione. "Se vuole vedere cosa succede in una notte qualunque di un posto di vacanza, stasera c’è Walter Nudo."
"Chi è questo Walter, e perché si spoglia?", le domando.
"Walter Nudo di cognome! Il trionfatore dell’Isola dei Famosi. Vedrà, il locale si riempie di donne sui quaranta, cinquant’anni, tutte con i cellulari alzati per fargli le foto mentre canta."
"E lei come lo sa?"
"Ci sono stata due settimane fa. Lo hanno reinvitato a furor di popolo."
Veramente in giro io avevo visto i manifesti del concerto di Fatboy Slim, e ci sono rimasto male perché me lo sono perso.

Esco dal negozio, giro ancora più all’interno, verso la campagna. Strane torri svettano, costruzioni a spirale, gru altissime. Mi avvicino. Il posto si chiama Aqualandia. Il biglietto d’ingresso costa 22 euro.

Dentro c’è lo scivolo più alto del mondo. Un cannolicchio di plastica di 42 metri, dalla ripidezza impressionante, praticamente verticale. Promette di farti raggiungere una velocità di caduta di 100 chilometri l’ora. Troppo per me. Altro che ospizio!

Guardo il plastico all’entrata. Il progetto di un mega albergo di vetro da 300 camere, con una torre di 160 metri, primo passo verso una "cittadella del divertimento" per rilanciare l’offerta turistica jesolana.

Sento il suono di una sirena. È un richiamo: nella piscina sta per arrivare l’onda. Tutti i ragazzini ci si buttano. Una turbina nascosta sommuove l’acqua. Se resti al centro, oscilli su e giù e basta. Ma se ti piazzi all’angolo della piscina e ti àncori al corrimano, dove si ammassano tutti i ragazzini, è come se fossi sbattuto contro uno scoglio, provi l’angoscia dei naufraghi che cercano di aggrapparsi a una roccia. Non ti fai niente, ma l’angoscia la provi. A parte il settore per bambini, tutto questo parco acquatico è così: non ti fai male, ma l’angoscia, la paura, il brivido li provi. A poche decine di metri c’è l’Adriatico, con la sua routine paciosa, la sua versione affabile delle potenze marine. Qui dentro invece c’è un risarcimento tecnologico all’indolenza adriatica della natura, un’idea opposta di acqua: barocca, galvanizzata, e tuttavia non drammatica; ti spaventa senza minacciarti, ti fa pensare alla morte scherzando, non ti infligge patetiche tragedie o stucchevoli dolori fisici.

Comincio dalla discesa più facile, chiamata Kamikaze: una corsia gibbosa dove si plana con un materassino. Sto entrando nella logica del parco: è molto meglio di una mostra d’arte contemporanea, qui le cose non le guardi: le fai. Impari a essere puro peso e sistema nervoso. Esegui degli esercizi spirituali con il tuo fisico in allarme. Ridi degli altri, dei loro urletti; poi quando tocca a te ti sorprendi a gridare con i muscoli contratti. I nomi di queste esperienze sono volutamente frivoli: Spacemaker, Scary Falls, Stargate, per risparmiarti intellettualismi cervellotici e lasciare a te il compito di definirli secondo ciò che hai provato.

Per esempio, quello che qui chiamano Scary Falls ha in realtà un nome occulto: "Tunnel ostetrico". Lo dico perché ho avuto la fortuna di vedere una giovane mamma che si sedeva nel canottino da discesa assumendo la posizione prescritta dal regolamento, cioè con l’altro passeggero davanti, fra le gambe della donna: quest’altro passeggero era suo figlio. Si sono inoltrati nel serpentone, un lungo tubo nero. Dentro ti succede questo: sei al buio in un cunicolo, una forza ti aspira violentemente verso il basso, poi deceleri, procedi piano, infine un altro strappo ripido, a tutta velocità: sbuchi all’improvviso nel mattino, respiri la luce a sorsate. Ho immaginato la discesa di quel bambino, fra le cosce della mamma, che lo stava rimettendo al mondo con un nuovo parto.

Mi unisco a tre diciottenni per precipitare dallo Spacemaker, lo scivolo ripidissimo. Si può fare soltanto formando un equipaggio di 3 o 4 persone. Saliamo sulle rampe trascinando il gommone lungo e stretto, ma a tre quarti dell’arrampicata uno dei ragazzi si accascia. "Non… ce la… faccio. Soffro… di vertigini." Continuiamo a inerpicarci in tre. In cima, ci sediamo incastrandoci uno dietro l’altro fra le gambe a forcella, afferriamo le maniglie del gommone, l’addetto ci dà il via. Il nome che darei io allo Spacemaker è "Coccolone": perché l’accelerazione di gravità ti fa venire un colpo, sei inerme, in costume da bagno, non è come alle giostre, c’è solo il tuo corpo teso allo spasimo che sprofonda stringendo le maniglie del gommone; ma anche perché tutto sommato ti senti coccolato, protetto: sei condotto in una zona dell’esistenza dove non c’è il rischio ma solo la sua iperbolica sensazione.

Provo e riprovo i vari scivoli, salgo decine di volte le rampe, le scale a chiocciola. Poi affitto un ombrellone sul bordo della piscina. Per oggi può bastare. I precipizi lo ho collaudati, le mie belle pensate le ho comunicate ai lettori. Mi spiace per Walter Nudo ma stasera non ci andrò, sono stremato, ho salito migliaia di gradini. Mi rilasso al sole, di fronte all’atollo di palme che fumiga vapore acqueo. Mancherebbe una cosa, però. Ho la coscienza giornalisticamente sporca, ma userò questo stratagemma: tacerò la presenza del bungee jumping. Tanto, che ne sanno in redazione che ad Aqualandia c’è anche un trabiccolo d’acciaio, "la torre fissa più alta d’Europa" dove ci si butta giù legati a un elastico?

Passo l’ora seguente a macerarmi. "No no. E se mi schioppa un capillare e resto con l’occhio rosso per tutta la vita? Se mi si svita una vertebra?". Mi rivolto sul lettino sotto l’ombrellone. Gemo. "Che vigliacco", penso. Mi alzo e gironzolo sotto la torre. Alla base c’è una casupola di legno con una lista di dissuasioni: alla larga i cardiopatici, guai agli epilettici… Torno al mio ombrellone. Mi stendo. Mi rialzo. Vado a guardare da vicino quelli che si buttano. Salta giù una coppia di fidanzati abbracciati. Poi un bambino che spenzola ridendo nel cielo. Sotto la linea di caduta c’è una piccola piscina, intorno siedono gli spettatori. Un paio di mamme con i figli in braccio indicano in alto: "Guarda papà, com’è coraggioso!". Ho deciso, lascio stare.

Penso e ripenso a quanto costa scrivere queste stupide 9 sillabe: mi-so-no-but-ta-to-nel-vuo-to. Prendo l’ultima decisione. Ritorno alla casupola, firmo una liberatoria, mi mettono un timbro sul dorso della mano. C’è scritto: "25 agosto 2006". Mi fa venire in mente la data della mia morte. Mi avvio. Salgo volontariamente un patibolo di 240 gradini, pensando che sono un fesso. A metà, incontro due tipi che stanno scendendo: uno sorregge l’altro, lo sta riaccompagnando giù. Il saltatore ha cambiato idea all’ultimo momento, la sua faccia un po’ spiritata fa una risatina isterica. Anch’io sarei ancora in tempo. Proseguo. In cima mi aggrappo alle ringhiere laterali, con tutte e due le mani, terrorizzato. Sotto i miei piedi la passerella è una grata di metallo, quasi trasparente. È una giornata meravigliosa. Si vede mezzo Veneto: le Prealpi, l’autostrada, le serre, il faro. Tocca a me. Supero un cancelletto. Mi pesano: 77 chili. "Elastico rosso!", grida un addetto. Mi fanno indossare un’imbragatura. Stringono le cavigliere. Aspetto, in fila. Dietro di me un trentenne dice: "Non è l’altezza; è l’attesa, che t’ammazza". Consegno le mie ciabattine. Le calano giù appese a un cavetto. Le saluto con la manina, avvampando di nostalgia. "Che cosa ti è venuto in mente!" mi rimproverano quelle umili sacerdotesse del contatto con la madre terra.

È il mio turno. Il secondo addetto mi aggancia i due ultimi moschettoni, fissa l’elastico alle caviglie. Chiedo istruzioni.
"Làsciati cadere, oppure fai un saltino."
Faccio un altro passo avanti. Ecco. Sono sull’orlo del precipizio.
"Pronto?"
"Sì".
"Tre, due, uno… Vai!"
Neanche per sogno. Non mi muovo. Guardo l’abisso, sono le dita dei miei piedi quelle che sporgono sul nulla. Sento l’animale dentro di me che si rifiuta, non vuole. Non sono brevettato per buttarmi nel vuoto!
"Vado?", chiedo per guadagnare ancora un attimo.
"Eh sì", dice l’addetto. Mi lascio andare. A braccia aperte, in silenzio. Cado. Sono tranquillo. Se l’elastico si rompe e mi sfracello, sarà così istantaneo che non me ne renderò conto. Spalanco gli occhi, bevo la caduta con lo sguardo.

Il nome più appropriato del bungee jumping è "Cimento di gravità e risucchio", perché quando l’elastico ti tira su, sembra che il cielo geloso ti contenda alla signoria della terra, e ti rivoglia indietro; poi il suolo ti reclama di nuovo in basso: "Appartiene a me!", "No, a me!". La vera caduta è verso l’alto, sprofondo a piedi nudi nell’azzurro.

Pubblicato su "L’espresso", settembre 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 13 settembre 2006