Ancora su Alphaville

Sergio Nelli



Aggiungo alcune considerazioni sull’intervento introduttivo di Distruggere Alphaville di Evangelisti, qui discusso da Antonio Moresco, prima delle vacanze, in relazione a una recensione di Andrea Cortellessa (vedi Sopramonte). Chi come me prova parecchia noia rispetto alla letteratura di genere, e fa fatica ad andare avanti non ha mai pensato al genere leggendo Chandler o Hammet o Dick o Ballard. La suddetta noia è determinata non solo dalla ripetitività e dalla mancanza di invenzione troppo spesso incontrate ma anche da un difetto di conoscenza, di valenze simboliche, di allegoria, di metafora che ovviamente è distribuito su tutto il territorio dello scrivere. Solo che sembra di trovare minore sensibilità per queste cose negli abitatori di Alphaville e negli scribi i quali se la cavano sempre con " le storie" o, all’occorrenza, con quel minimum di attenzione al mondo che li circonda; ciò che Evangelisti non manca di rilevare in positivo di contro alla pallosità o illeggibilità denunciate un po’ genericamente e che francamente nessuno può difendere (a meno che non si difenda anche in ciò quello spazio di libertà di ricerca assolutamente vitale di contro alle voghe del mercato o a chi ci dice autoritariamente e scioccamente come scrivere e che cosa). Quando dico mancanza di invenzione non parlo degli ingredienti fissi che sono venuti in uggia anche a Evangelisti né intendo sminuire mescolanze di linguaggi o incontri e meticciamenti. Io penso a: ripetitività di soluzioni e a un certo disinteresse, una disinvoltura, rispetto alle possibilità della scrittura di produrre pensiero e emozione. Un distacco che si pone a sostegno di qualcos’altro: la trama, l’intreccio, l’avventura che dovrebbero garantire almeno il godimento. Ora, questo godimento, se c’è, quando c’è, ha quasi sempre il fiato corto, qualora sia tutto affidato alle trame e a una spesso presunta più che effettiva espansione dell’immaginario. E non è appunto soltanto un problema di semplificazione e di povertà di linguaggio (che secondo Evangelisti sarebbero rese necessarie peraltro dalle nuove condizioni storico-mondiali), bensì di strutturazione dei materiali, di forme (cioè di pensiero), di evocazioni, di invenzione.
Per carità, l’ipertrofia del senso è uno dei problemi della letteratura che si presume alta e di fronte a tante cose viene voglia di dire: al diavolo! Io, per esempio, quando in quarta di copertina c’è una frase di Citati, il libro non lo compro. Ognuno si difende come può. Ma non si può buttare via il bambino con l’acqua sporca!
Ciò che non trovo nel discorso di Evangelisti, al di là della scontata sovradeterminazione dei gusti, nel momento in cui fa riferimento anche alla creazione, all’atto creativo dell’artista, tra sottintesi puntini di sospensione che non capisco, come se dopo i grandi dell’Ottocento da lui chiamati in causa non ci fosse più niente, mi sembra risiedere proprio qui, in questo mancato rilievo della natura e della funzione della letteratura che ti resta addosso, ti alimenta e ti dà conoscenza, vigore, capacità di resistenza. Queste valenze positive le percepiamo o no al di là dei soggetti e dei generi.
Sto dicendo insomma un cosa ovvia che spero di qualche utilità. Non c’è differenza nei libri, i libri sono eguali rispetto a un addensamento di senso debole o forte che sia o al nutrimento o alla capacità metaforica. Da lì si deve passare. Il senso si fa e/o si fa anche da sé. E questo senso (o la sua insufficienza) e la lingua e la strutturazione dei materiali e la trama e le invenzioni e l’allusività e l’evocatività e l’immaginazione e i personaggi sono la comunicazione; anzi qualcosa di più che la parola in questione non rende. E dunque è da congedare e sostituire con qualcosa che richiami a un criterio che meglio permette di attraversare le opere. Ciò detto, in ogni caso, senza lasciarci troppo suggestionare da proclami e stregonerie.

A costo di dilungarmi, voglio accennare, come ulteriore esempio di ciò che intendo, a tre libri.
Il primo, Un divorzio tardivo di Abraham Yeoshua, che presenta, proprio per la nostra occorrenza, una micidiale risvolto di copertina. In questa edizione c’è anche una frase di Citati, in quarta, ma io il libro me lo sono fatto prestare.

"Ancora una volta - scive l’anonimo dai risguardi - con lucidità e poesia, Abraham Yehoshua disegna la crisi di una famiglia come metafora dell’identità ebraica tra diaspora e costruzione di uno stato nazionale".
Qui c’è un vortice intorno alla vicenda pronto ad addensare metafore per cui la crisi di una famiglia diventa il sintomo di questo o quello. Il senso, sovrabbondante, è garantito. Il che è certamente auspicabilissimo, pur non presentandosi la cosa di fatto nei termini semplicistici di asseverazioni come queste sopra. Il bello infatti in ogni dove è che tutto è metaforico e letterale insieme…
Ma a seguire, nel nostro risvolto, esemplare per ciò che si crede debba essere la "grande letteratura", il discorso si fa più ingarbugliato. Infatti, come se l’estensore della nota si fosse fatto una domanda, e ne fosse seguita un’esitazione, ecco il prosieguo: "E non è un caso se uno dei personaggi di Un divorzio tardivo fa lo storico di professione e ambisce alla costruzione di un modello forte che riporti la storia ai grandi processi in cui i comportamenti individuali, le variabili anomale trovino sempre un posto."
Appunto. E’ quel che si ipotizzava, la storia di un divorzio tardivo è la metafora dell’identità ebraica divisa tra diaspora ecc. ecc. Certo, ci vuole uno storico veramente tosto, ostinato e un poco ottuso. Ce l’abbiamo: è il protagonista. Tuttavia il romanzo non può coincidere con il suo punto di vista. A me sarebbe piaciuto, ma non è così. Ogni scopata israeliana, ogni amante, ogni tradimento, ogni sussulto sentimentale ha un di più di senso; ma non è così. Tutto è invece semplice e banale. Siamo sempre nel mondo della contingenza, siamo nel regno della dissipazione: " Ma ciò che nessun modello potrà mai spiegare è la storia semplice e banale di un uomo e di una donna che si amano, vivono una vita insieme, arrivano a odiarsi, a impazzire d’amore e d’odio, e non riescono a scindere il legame che li unisce se non a prezzo della vita."
Che dire? Si va dal troppo al troppo: dalla "metafora dell’identità ebraica" al "semplice e banale" che nessun modello potrà mai spiegare. Il paradosso è stecchito perché costruito su due elementi pletorici: metafora forte/ banalità. E tuttavia, se almeno lo si riprende per la coda ci può indirizzare verso degli sbocchi. Cioè: il romanzo e le narrazioni non raccontano una storia semplice e banale; innanzitutto perché questa cosa non esiste, eppoi, soprattutto, perché l’esperienza letteraria è sempre germinativa, allusiva, ecc. ecc.

Veniamo al secondo libro: I cani del nulla di Emanuele Trevi.

Qui, per volontà dell’autore si legge come sottotitolo: una "storia vera". E senza una grande trama. Cosa avrà inteso Trevi? Forse schierarsi dalla parte della letteratura di testimonianza marcando la distanza da una finzione romanzesca che quando risulta troppo artata finisce per diventare fasulla, stancante, ripetitiva ed è allora meglio riprender fiato con qualcosa di autenticamente autobiografico? Io ho il diritto e anche la qualità per scrivere qualcosa di avvincente (a suo modo) che non sia un romanzo sul terrorismo, avrà pensato? Perché solo in letteratura si deve fare tutti la stessa cosa e perché il non farla genera il sospetto di incapacità e insufficienza? Non avete letto X e Y? Non avete visto che succede nelle arti? E la poesia, senza la quale la narrativa nemmeno è pensabile? E se io avessi voglia di mettere dentro uno spirito saggistico e un nudo cane, un cane disabile, il quale può essere più avvincente di un commissario di polizia? Forse avrà pensato cose come queste… forse di più, di meglio e altro… Forse basta la sua necessità di scrivere così…

Infine, un noir gradito a Alphaville: Pessimi segnali di Carabba, che è così presentato in quarta dallo stesso Evangelisti:
"La scrittura elegantissima, colta e ironica di Carabba, le sue storie tra il poetico e il delirante, sfidano e vincono in originalità tutta la nostra produzione letteraria corrente."

Bene. C’è un giovanotto che fa il servizio militare civile in un paese della Toscana in cui succedono cose che troviamo in ogni libro. Fare l’amore, veder morire, sognare, aver paura ecc. ecc. Dieci anni fa questo libro non sarebbe nemmeno comparso in una collana noir. Oggi che Alphaville ha vinto naturalmente comparire in black è promozionale. Ma accettiamo pure di considerarlo un libro di genere, visto che è già uscito in francese, prima che in italiano, nella Série Noire di Gallimard. Scatta con ciò un atteggiamento differenziato di ricezione e di giudizio?

Ci sono dunque tre libri: uno di uno scrittore consacrato ed entrato nei canoni come parte importante di quel corpo straordinariamente vitale che è la letteratura israeliana contemporanea (io metto sopra tutti Inventario di Shabtai e, a distanza, La scatola nera di Oz), un altro è di uno scrittore che viene dalla critica e che scrive testi in cui la narratività è ridotta e di scarso rilievo, l’ultimo è di un autore che scrive anche noir. Ora, nel momento in cui uno legge se ne frega di questa o di quella determinazione e va avanti con Yeoshua-Trevi-Carabba perché dal punto di vista fondamentale, per quello che ci interessa, questi libri sono uguali, i libri sono uguali.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 30 agosto 2006