Lettera a Emanuele Tonon

Antonio Moresco



Caro Emanuele, ho appena finito di leggere “La luce prima”, che mi ha completamente conquistato. Mi è stato chiesto se volevo scrivere qualcosa su questo tuo secondo libro. Lo faccio volentieri. Ma questa non è una recensione, è una lettera. Perché questo non è un libro che, a mio parere, si possa e si debba recensire. Non perché non abbia forza letteraria, perché anzi ne ha molta: Ma questa è la mia lingua degli angeli, prima del silenzio in cui potrò ritrovarti e stringerti, eternamente. Io non so se c’è altra letteratura possibile e non mi interessa nemmeno più saperlo. Voglio soltanto una lingua di fuoco sulla testa, essere pieno di Spirito Santo come tu, quarant’anni fa, sei stata piena di me.

Ma perché -per quanto mi riguarda- sono altre le cose che, leggendo il tuo libro, mi hanno fatto insorgere. Immagino che un libro così, con tutto il suo carico di dolore e di sbilanciamento emotivo e di incontrollabilità confessionale, possa apparire imbarazzante ad alcuni dei suoi lettori, che possa sembrare troppo “esibito”, troppo “sdolcinato”, mentre altri -puoi starne certo- ne faranno un lacrimevole libro-melassa edificante, per portare acqua al proprio orribile mulino religioso istituzionale. Io non sono di questi. Ti dirò anzi che mi sembra superiore al tuo primo libro. Hai scritto quello che dovevi scrivere e non te ne è fregato niente di tutto il resto, che è poi l’unico modo di scrivere i libri che vale la pena di leggere, di qualunque tipo essi siano. Così, anche in queste mie poche righe, voglio andare subito all’osso, a un rapporto ravvicinato e stretto, e non parlerò di nient’altro. Come sai, nelle nostre vite ci sono cose che ci rendono fratelli. Ma -ora lo capisco bene- ce ne sono altre che ci proiettano lontano l’uno dall’altro. Una, soprattutto, che è il centro ustorio e il buco nero del tuo indimenticabile libro: la madre. Ecco, io di fronte a tutta questa tua dolcezza (che pure mi arriva completamente, che è tutta dentro di me) rimango muto, impietrito. Tu porti sulle tue spalle il fardello e il trauma di un’accettazione totale. Io porto sulle mie spalle il fardello e il trauma di un abbandono. Tu hai cercato di fuggire da questo terribile vincolo, da questo buco nero e da questo destino. Io non ne ho avuto bisogno perché sono stato scacciato e abbandonato nel bosco. Tu sei stato amato. Io no. Avrei preferito il contrario? Che cosa è meglio? Qual è la madre migliore? Quella infinitamente buona o quella folle e feroce? Forse, tra noi due, sono stato io ad avere il dono più grande. Ho letto nelle righe di biografia che ci sono all’interno del libro che tu sei nato nel 1970. Che cosa strana e inconcepibile è questa illusione che abbiamo chiamato “il tempo”! ho pensato. Tu in quell’anno stavi venendo fuori a capofitto dalla pancia della tua madre Madonna e martire, io avevo 23 anni e mi spostavo da una città all’altra come un’esaltata anima in pena inseguendo cupe illusioni, dando quest’altra forma al mio dolore di essere al mondo. Io ero già fatto, la mia scatola nera era pronta, tu stavi venendo fuori con la tua scatolina nera appena formata in una mano, tutti e due su questo piano inclinato che abbiamo chiamato “tempo”, su cui non ci si incontra mai con chi ci si dovrebbe incontrare. Noi non vediamo niente, vediamo solo questo grandinare di proiettili di carne che vengono giù al buio e con gli occhi chiusi, da tutte le parti. Che cosa farai d’ora in poi? Che libri scriverai? E’ da un anno che devo venire a trovarti e che non riesco a trovare i pochi giorni necessari per farlo, perché la mia vita è tutta attraversata da illusioni o pazzie che si mangiano tutto il mio tempo. Il nostro programma era che io arrivavo da te col treno, dormivo in casa tua e poi andavamo insieme a Trieste, che io -a quasi 64 anni- non ho ancora visto. Però è già un paio di volte che sono costretto a rimandare. Anche questa volta è così. Pensavo di poter venire proprio in questi giorni, invece sono ancora in balia di altre cose. Quando ci riuscirò? Questo autunno? Questo inverno? La primavera prossima? Chi lo sa! Però vedrai che, in un modo o nell’altro, prima di crepare ce la farò a venire da te. Un forte abbraccio, Antonio

(Questa lettera è apparsa originariamente su Affaritaliani.it)








pubblicato da a.moresco nella rubrica a voce il 21 settembre 2011