Sinistra e antisemitismo

Sergio Baratto



1. L’iperuranio e il mondo sensibile

Io sono convinto che l’antisemitismo sia ontologicamente incompatibile con la sinistra.

Per la sinistra si può certamente parlare di "anti-israelismo", intendendo con questo un fenomeno analogo all’antiamericanismo, cioè una ostilità o un pregiudizio negativo verso una entità socio-culturale intesa monisticamente tramite la fusione in un unicum monolitico di strategie politiche, valori, elementi caratteristici della sotto-cultura ecc. Si tratta – come ogni riduzione della complessità – di un atto profondamente stupido e certamente autoritario, ma nella grandissima maggioranza dei casi del tutto privo di connotati razzisti.
(Parlo naturalmente della sinistra italiana odierna; un discorso sulle tendenze antisemite del comunismo staliniano porterebbe geograficamente e temporalmente troppo lontano, e soprattutto finirebbe per spostare la questione sulla legittimità o meno di definire lo stalinismo un fenomeno "di sinistra". Mi riferisco inoltre alla sinistra di movimento, "radicale", come dicono i giornali; la sinistra italiana moderata e riformista è oggi in buona parte filo-israeliana, nonostante le dichiarazioni ufficiali di equidistanza e "terzismo": non per nobili ragioni ideali, ma in quanto ha fatto propria una percezione del mondo attraverso le categorie imposte dall’ideologia imperiale.)

Do qui per scontati i valori fondamentali – il minimo comune denominatore – di ciò che oggi si definisce "sinistra": antimilitarismo, impegno contro ogni forma di oppressione e discriminazione, tensione etica verso l’eguaglianza dei diritti per tutti gli esseri umani indipendentemente dal sesso, dalla nazionalità, dal colore della pelle e dalla religione… Basta questo breve elenco a dimostrare che il razzismo è ontologicamente incompatibile con la sinistra. Da qui, il sillogismo si completa con facilità: l’antisemitismo è una forma di razzismo. L’antisemitismo è ontologicamente incompatibile con la sinistra.
Per constatare quanto il razzismo nella sua manifestazione più schietta e tipica (cioè il razzismo basato in ultima analisi su moventi primari, quasi primordiali, quali ad esempio le predilezioni somatiche, e giustificato tramite teorie biologiche e genetiche scientificamente ridicole) sia invece tuttora ampiamente diffuso negli ambienti di estrema destra, è sufficiente fare un giro in Rete, tra i tanti forum di discussione filofascisti e filoleghisti (per restare in ambito italiano: ma il sondaggio potrebbe benissimo essere allargato agli innumerevoli, deliranti siti stranieri dedicati a un ventaglio di argomenti che va dalle teorie del complotto plutogiudaico alla "storia della razza bianca").

In poche parole, a sinistra si può al limite odiare gli ebrei perché li si identifica in toto con gli israeliani (e perché, aggiungerei, si identifica in toto gli israeliani con la politica estera di Israele).
Al contrario, a destra si odiano gli israeliani in quanto ebrei.
Se un militante della sinistra odiasse gli israeliani in quanto ebrei, i casi sarebbero due: bisognerebbe parlare di uno squilibrato o di un infiltrato.

Tutto ciò, mi rendo conto, appartiene al campo della pura logica. Il fatto che, nello specifico, esistano razzisti (e antisemiti) di sinistra, dimostra semplicemente l’inveterata tendenza umana al comportamento illogico. L’esistenza di un razzismo (antisemita) di sinistra non annulla la verità dell’assioma secondo cui i valori di sinistra e il razzismo (antisemitismo) sono incompatibili: semplicemente rivela un’incongruenza e una contraddizione di fondo. Manifesta la presenza di una perversione etica.

Potrei dire, per usare un paragone casuale, che tra un regime democratico (perlomeno nel senso in cui lo si intende oggi) e la libertà di stampa vige un legame di tipo necessario: non è possibile pensare una democrazia senza libertà di stampa; e qui i maligni potrebbero correggermi: non "una democrazia", ma "l’idea platonica di democrazia". Per l’appunto, nel mondo sensibile si hanno esempi quotidiani di stati democratici affetti da una mancanza di libertà di stampa. Credo che nessuna persona dotata di un minimo di buonsenso possa pensare alla mancanza di libertà di stampa solo in termini di repressione violenta dei giornalisti scomodi.

Nella realtà, dunque, nonostante la logica, sembrerebbe che esistano antisemiti di sinistra. Poco sopra ho detto che si dovrebbe parlare in questi casi o di infiltrati o di squilibrati. Forse invece bisognerebbe parlare di "infiltrati inconsci". In ogni caso, nel momento in cui si ipotizza l’esistenza effettiva di questo tipo antropologico, si ha a che fare con un "pervertimento". Il neonazista, in quanto antisemita, è perfettamente coerente con i propri valori: non c’è nessuna contraddizione. Il militante di sinistra può essere antisemita solo tramite la perversione dei propri valori di riferimento.
In questa perversione (generalmente inconscia) dei propri valori etici consiste la "banalità del male" nella versione "di sinistra". Si tratta il più delle volte di una banalità del male meschina, latente, parolaia, priva (fortunatamente) di effetti concreti. Non per questo è meno spregevole.

2. Svastiche sulle bandiere, vignette satiriche, un’intervista a Bin Laden

Negli ultimi anni ho partecipato a numerose manifestazioni politiche. Purtroppo, mi verrebbe da aggiungere. Controvertici finiti nel sangue, marce per la pace, presidi contro la guerra, cortei contro le violenze israeliane nei territori occupati.
In diverse di queste occasioni, mi è capitato di osservare con un certo disappunto (no, non è vero, sto mentendo: con una insofferenza sconfinante nella rabbia) la presenza di manifestanti che portavano bandiere israeliane "ritoccate", su cui, al posto della stella di David, era stata vergata una svastica. Ogni volta la cosa mi ha irritato e turbato per diversi motivi. In passato mi è successo di definirlo un "atto di cattivo gusto". Mi sbagliavo per troppa indulgenza.
Portare una svastica è in sé un gesto alla cui sola idea provo ribrezzo. Questo è il motivo per cui mi fanno impressione persino le magliette con la svastica sbarrata o spezzata, benché sia perfettamente consapevole del loro indiscutibile carattere antinazista. Come potrebbe anche solo venirmi in mente di sventolarne una in una manifestazione di sinistra? La considerazione per cui in casi del genere la svastica verrebbe esibita con tutt’altri intenti da quelli "classici" (nazisti) mi sembra ininfluente.
Ma qual è il senso recondito dell’accostamento della svastica e della bandiera israeliana? Non sarà forse quell’affermazione diffusa e banale che recita: "Voi (israeliani, stavolta sì intesi nel senso di ’ebrei’) state compiendo su altri ciò che avete subito, vi siete trasformati nei vostri carnefici. Non siete diversi dai nazisti"? Il che non solo non è vero (se non altro perché non si hanno notizie di Auschwitz israeliane, di camere a gas, crematori e soprattutto di Soluzioni Finali sistematiche), ma implica forse un pensiero elementare, ben occultato anche ai propri occhi: una sorta di accomodamento della coscienza, di riparazione del rimorso: "Siccome non siete diversi dai nazisti, siccome state replicando l’abominio che avete subito, esso si annulla e io non sono più tenuto a ’patire’ la tragedia della Shoah".
Perciò a volte mi viene da pensare che chi esibisce la svastica sulla bandiera israeliana si comporti in modo persino più volgare e stupido di chi brucia la bandiera israeliana. Perché in quest’ultimo caso perlomeno non si ha l’aggravante dell’ipocrisia. Bruciare una bandiera non comporta dissimulazioni e doppi sensi nascosti, vuol dire semplicemente quello che mostra: "compio un gesto simbolico del mio odio (o della mia disperazione)".

Poche settimane dopo l’11 settembre, il settimanale no-global (uso l’orribile definizione solo per ragioni di comodità) "Carta" è uscito con un inserto centrale di due pagine. Si trattava de "Il cuore", una rivista satirica che, trovandosi nell’impossibilità contingente di uscire autonomamente nelle edicole, chiedeva a turno ospitalità ai giornali e alle riviste della sinistra. I contenuti delle due pagine erano quindi indipendenti dalla linea e dalla redazione del giornale ospitante, cui erano uniti semplicemente da una specie di generica appartenenza ideologica e culturale.
Su quel numero specifico di "Carta", "Il cuore" riportava tra le altre cose una vignetta e un pezzo scritto.
La vignetta riprendeva la leggenda urbana, assai diffusa nel dopo 11 settembre, secondo cui migliaia di ebrei che lavoravano nelle Twin Towers non si erano presentati in ufficio la mattina degli attentati (il sottinteso della diceria è ovvio: perché sapevano, perché il tutto era un complotto della Cia e del Mossad ecc.). Vi si vedeva una caricatura di ebreo secondo i canoni tradizionali dell’iconografia antisemita: occhi malvagi, cernecchi, bocca carnosa, denti prominenti e naso adunco. Poiché la battuta dell’ebreo della vignetta non disinnescava il senso evidentemente antisemita della diceria, bensì lo completava con una facezia sulla circoncisione, il risultato complessivo aveva qualcosa di atroce che superava il semplice cattivo gusto (come qualche lettore fece notare). In sostanza, ci si trovava in presenza di una tipica vignetta antisemita ficcata come una scheggia nel cuore di un giornale della "nuova sinistra", la sinistra "umanista" e kantiana del dopo Seattle.
Il pezzo scritto consisteva in una intervista "apocrifa" a Bin Laden tutta giocata in chiave ironica sulla trasformazione dello sceicco terrorista in uno stilista. Se cito questo esempio, privo di connotati antisemiti, non è tanto per la contiguità spirituale con la vignetta di cui sopra, quanto per cercare di fissare un limite al cattivo gusto. L’intervista satirica a Bin Laden (peraltro poco riuscita dal punto di vista comico) dieci giorni dopo la strage del World Trade Center può essere stabilita come limite oltre il quale non si può più parlare di semplice cattivo gusto?
Ancora: questo cattivo gusto tipicamente "di sinistra", che gioca con le tragedie sentite come estranee (e nella fattispecie "subite da quegli stronzi arroganti degli americani, che un po’ se la sono cercata") e che non è capace di deporre l’ironia nemmeno al cospetto del tragico (o forse è indotto ad accentuarla proprio perché al cospetto del tragico), è davvero soltanto puro e semplice cattivo gusto? O forse rientra in quella che ho chiamato la "banalità del male nella versione di sinistra"? O ancora, è sicuro che il cattivo gusto sia insiemisticamente escluso da questo male?








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 23 agosto 2006