I neonati di Sodoma

Sergio Baratto



1. Emozionanti bambini morti

“Il massacro di Cana ha suscitato emozione in tutto il mondo” (Repubblica, 30 luglio 2006). Proprio così: emozione. L’articolo aggiunge subito dopo “sdegno e condanna”. L’ordine delle parole non è mai casuale.
Ho l’impressione che lo sdegno e la condanna siano molto meno sentiti della semplice emozione. Per verificare l’esattezza di questa impressione, ho provato a immaginare cosa sarebbe stato detto e scritto se, per esempio, l’aviazione libanese avesse violato la frontiera israeliana e bombardato un edificio pieno di civili israeliani, tra cui molti bambini. Ancora più incivilmente, ho cercato di pensare a cosa sarebbe successo se, solo qualche anno fa, l’artiglieria serba dei tempi di Milošević avesse abbattuto un edificio pieno di civili albanesi, giustificando il proprio errore con la necessità di colpire le postazioni dei terroristi separatisti kosovari.

È curioso che il termine scelto per primo, per aprire simbolicamente il corteo delle reazioni, sia proprio l’emozione. “Emozione” è un termine generico, usato spesso in altre accezioni.
Il finale del “Mucchio selvaggio” è emozionante (per me). Il finale di “Titanic” era emozionante (per alcuni). Il finale di Underworld è emozionante? Di certo mozza il fiato.
Il massacro di Cana è innanzitutto emozionante? E in che senso? Non credo che si volesse intendere in questo senso l’emozione della strage di Cana. Forse “emozione” sta qui per “commozione”. Forse vuol dire semplicemente che il pensiero o la vista di quei morti incolpevoli (“c’erano anche molti bambini!” “Ma anche i vecchi non soffrono di meno, quando muoiono!”) vanno separati dal loro contesto. Sottraendo le cause, gli effetti cessano di essere tali e diventano meri fatti. I fatti sono ineluttabili. Un fatto è ciò che accade. Un bambino morto genera commozione. Un bambino ucciso è gia una relazione. Non genera solo commozione. Genera anche sdegno e condanna, rabbia, e a volte persino furia e desiderio di vendetta.
I bambini di Cana devono essere chirurgicamente rimossi dalle cause della propria morte, perché li si possa solo piangere. Altrimenti bisognerebbe affrontare una contraddizione: i nostri, i buoni, “quelli che hanno ragione”, hanno commesso il male.

Domanda: l’assenza di furore reale, di indignazione reale contro i loro assassini è una conseguenza di questa separazione chirurgica, o questa separazione chirurgica serve a posteriori per giustificare l’assenza di furore e indignazione reali?

Tutto questo mi ricorda un altro episodio di guerra, un’altra bizzarria linguistica dei giornali. Due anni fa, in aprile, i soldati italiani di stanza a Nassiriya ingaggiarono battaglia contro le milizie sciite di Moqtada al-Sadr. Fu colpito un edificio dove, si disse, si trovavano appostati i combattenti sciiti. Ci furono morti civili, tra cui una bambina. Sui giornali scrissero prima che erano stati gli stessi sciiti a bombardarsi da soli per errore. Poi, di fronte all’evidenza, ci si corresse: l’edificio era stato colpito dagli italiani e una bambina aveva perso la vita. Uno splendido esempio concreto di occasionalismo: il fatto che i militari italiani avessero sparato contro un palazzo coincise con la tragica morte di una bambina che vi abitava. Ricordo ancora la frase di un generale italiano intervistato pochi giorni dopo: “Forse all’interno c’era anche quella famiglia che ha perso una mamma e sua figlia”.

2. Il nostro fine giustifica i nostri mezzi perché noi siamo buoni

C’è un programma radiofonico in cui gli ascoltatori chiamano per esprimere il loro parere su alcuni fatti d’attualità scelti di volta in volta dal conduttore. In queste settimane, naturalmente, uno degli argomenti più discussi è la guerra in Libano.
Finora la quasi totalità degli ascoltatori ha espresso totale approvazione per la campagna militare israeliana.
Non si tratta di una radio particolarmente schierata a sinistra o a destra, e il campione di ascoltatori che intervengono è piuttosto interessante proprio per la sua eterogeneità. Chiamano da tutta Italia ed esprimono le posizioni politiche più disparate. Perciò la prima cosa che mi ha colpito è stata questa unanimità pressoché totale nel giustificare e supportare la campagna militare israeliana.
Ma sono molto più “emozionanti” i ragionamenti espressi a supporto di questa posizione. Li riassumo qui brevemente.
La strage di Cana viene definita da tutti un fatto tragico, ma la responsabilità ricade sugli hezbollah, che usano i civili come scudi umani. Israele ha compiuto una scelta dolorosa ma necessaria, non bisogna dimenticare che è circondata da paesi che ne vogliono la distruzione totale. I profughi e le vittime civili dell’attacco israeliano sono il prezzo – duro, certo, ma inevitabile – da pagare per la sopravvivenza di Israele. Non bisogna dimenticare che Israele è l’unica democrazia in un’area dominata da regimi autoritari e da musulmani fanatici. Si parla tanto dei bombardamenti israeliani, ma si tace dei razzi kassam lanciati dagli hezbollah. Attaccando, Israele non fa che difendersi. L’attacco al Libano fa parte della guerra mondiale scatenata dal terrorismo islamico contro la civiltà occidentale.

Sarebbe lungo ed emotivamente dispendioso analizzare le contraddizioni, le semplificazioni e addirittura l’immoralità di certe affermazioni. Mi limito solo a constatare la mancanza di pietas. Persino della pietas istintiva, primaria, quella che si genera violentemente, a caldo, prima di ogni considerazione ragionevole.
Al di là e prima di ogni valutazione sulle ragioni di Israele, quale sarebbe stata, prima della proclamazione “dall’alto” dell’inizio della guerra mondiale di civiltà, la reazione istintiva dell’opinione pubblica alla notizia del massacro di civili da parte di un esercito nazionale, per di più di una nazione democratica? Ci si sarebbe messi subito d’impegno a bizantineggiare così, per giustificare l’ingiustificabile?
Quando e perché il massacro di civili innocenti ha smesso di indignarci a prescindere da ogni altra valutazione?

Invece forse è sempre stato così, e fissare una data d’inizio alla perdita della pietas è dire una cazzata. La pietas per i morti altrui non è mai esistita.

3. Il gusto di amare il più forte

Da giorni non riesco a liberarmi di una sensazione istintiva, di una percezione tanto precisa quanto non suffragata da prove concrete. Quando sento tutte queste giustificazioni dell’ingiustificabile, quando sento parlare di un “problema islamico”, dell’inevitabilità dei massacri in nome della salvaguardia della propria civiltà, quando mi sento rivolgere da certe canaglie l’accusa di antisemitismo, sperimento l’assoluta per quanto inspiegabile certezza che, per la maggior parte, questi moralisti hegeliani – che siano politici, giornalisti o semplici cittadini – sarebbero stati repubblichini, SS, abbonati alla rivista “La difesa della razza”, se solo fossero vissuti sessanta o settant’anni fa.
Non posso spiegare perché, ma ne sono sicuro.

Il nazifascista di allora, antisemita, e il neocon di oggi, antiarabo (o antislamico, dal momento che arabi e islamici sono nella percezione collettiva ormai fusi in un’unica entità… A proposito, sarebbe interessante capire quanti degli attuali sostenitori dell’aggressione al Libano pensano che tutti i libanesi siano musulmani, o quanti razzisti nostrani pensano che gli afghani siano arabi). Non che li si possa paragonare tout court l’uno all’altro, beninteso. I primi osteggiavano la democrazia, i secondi la amano al punto da volerla diffondere a tutti i costi, persino a colpi di cluster bombs.
Perciò è impossibile immaginare Rumsfeld nei panni di un Obersturmbannführer, Giuliano Ferrara in quelli di un Pavolini (se non altro per una questione di sartoria), un militante leghista della Valle dei Ratti in quelli di un boia lituano di Kaiserwald. È altrettanto improbabile quanto immaginare che gente civile come Borghezio o Calderoli, ricollocata in un contesto come quello dei Balcani di dieci anni fa, possa comportarsi come i macellai serbo-bosniaci, nonostante la superficiale comunanza di sentimenti nei confronti dei musulmani.
Giusto?

Mi auguro di sbagliarmi, ma se fosse vero?
Se davvero gli attuali “fieri amici” di Israele replicassero in un contesto mutato le stesse pulsioni e le stesse categorie di pensiero dei nazifascisti storici?
O è qualcosa di più sottile? Qualcosa di più profondo ancora, che sta alla radice di entrambi. L’adesione a una visione autoritaria, a un’ideologia imperiale che costruisce la propria immagine e alimenta la devozione dei sudditi tramite l’identificazione di sé con il sommo bene e il sommo della civiltà, e che proprio per questo ha bisogno costante di nemici barbarici alle porte che giustifichino la sua rapacità e le sue guerre di conquista.

“Oggi il gusto di amare il più forte porta tutta questa gentaglia – che all’epoca di Hitler avrebbe creduto ciecamente a tutte le balle sui Protocolli di Sion e gli ebrei come causa di ogni male – a supportare Israele e a odiare gli arabi. Ma in fondo il movente psichico è lo stesso. Semplicemente, ieri gli ebrei erano la parte debole, la vittima sacrificale: perciò hanno odiato e perseguitato gli ebrei. Ora gli Israeliani – tutti quanti non fanno altro che identificare la politica dei governi israeliani con l’ebraismo, prima o poi bisognerà parlare anche di questo – fanno parte dei “vincenti”, dei potenti”.
“Perciò, mi stai dicendo, sono amati per lo stesso meccanismo per cui i nostri nonni nazi italiani e tedeschi avevano odiato i loro nonni?”
“Esatto. Perché Israele oggi fa parte del nostro mondo, del nostro impero. A torto o a ragione ne incarna l’ideologia. E si sa che i sudditi adorano sempre i loro padroni”.
“Forse più semplicemente sentono che Israele è più simile al nostro mondo, che appartiene alla nostra stessa sfera culturale, mentre il mondo arabo o musulmano appare più distante, più estraneo. Che sia giusto o sbagliato, è un fatto che ci si identifica più facilmente con il proprio simile”.
“E se noi percepissimo questa prossimità e questa estraneità proprio perché abbiamo introiettato le categorie imperiali di interpretazione del mondo?”

4. Il problema dei neonati di Sodoma

“Quei bambini sono stati sfortunati. Si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’ennesimo, doloroso effetto collaterale di una causa che rimane giusta. Il mondo è crudele, niente nella realtà è solo bianco o solo nero e a volte bisogna saper scendere a patti con la propria coscienza”.
Invece è proprio così che si tiene separato il bianco dal nero.
Provocare o compiangere una morte innocente e giustificarla in nome di una ragione superiore è un procedimento di grande versatilità. Valeva per Dresda, per Hiroshima e per Nagasaki, tanto per restare da questa parte della trincea.
A ben guardare, una ragione superiore per giustificare l’ingiustificabile si trova quasi sempre. Si risolve ogni contraddizione – i buoni restano assolutamente buoni, i cattivi restano cattivi tutti d’un pezzo – e ci si sente subito meglio.








pubblicato da s.baratto nella rubrica giornalismo e verità il 1 agosto 2006