L’apicultore di Gustafsson

Sergio Nelli



"Ah, queste muffe – muffe e funghi che crescono su oggetti di corno, sotto le stoppie, nei boschetti – che cosa non avrebbero potuto insegnarvi sulla vita intelligente extraumana! Questo stupido invio di radiosegnali tramite telescopi giganti! Sciocco come affacciarsi, nel cuore della notte, da un fragoroso treno rapido che sfreccia a tutta velocità, ed emettere un breve segnale con un fischietto dritto verso il bosco bagnato dalla guazza notturna, nella speranza che i funghi rispondano subito. E preferibilmente con un fischio."
Questo pezzo esilarante sui goffi tentativi antropomorfici di chi cerca di mettersi in contatto con intelligenze extraumane viene da un libro di Lars Gustafsson intitolato Lo strano animale del Nord (Guida, 1994): una serie di racconti intrecciati, narrati da un’intelligenza artificiale che si scinde in otto narratori e, nel quarantesimo millennio, allieta la navigazione di una navicella spaziale in viaggio verso un remoto sistema solare.
Esistono ormai molti libri di Lars Gustafsson tradotti in italiano quasi tutti dalla meritoria Iperborea,: La Vera storia del signor Arenander (è stato nel 1966 il primo libro a comparire in italiano per i tipi Bompiani) , Morte di un apicoltore, Il pomeriggio di un piastrellista, Preparativi di fuga, Il tennis Strindberg e l’elefante, Lo strano animale del Nord e più recentemente, Storia con cane, La clandestina, Windy racconta e delle Poesie proposte da Passigli. Si va dalla fine degli anni sessanta agli inizi del duemila - dalla godibilissima e sorprendente autobiografia di Il tennis, Strindberg e l’elefante (uno spensierato gioioso e disinvolto Gustafsson alle prese coi campus universitari americani, con la propria bicicletta a dieci marce Italo Vega, con la difficoltà di trovare una traduzione inglese dell’ übermensch nicciano, coi computers, coi cieli del texas e con il mistero del servizio nel tennis) all’invenzione che congiunge fantascienza e conte philosophique dello Strano animale del Nord, fino ai racconti di un parrucchiere, passando per la trilogia esistenziale Piastrellista-Apicultore-Cane, insieme a questo scrittore colto e intelligentissimo, autore senza mai battere fiacca di una settantina di libri, studioso di matematica e filosofia, nato in Svezia a Västerås nel 1936, professore universitario a Austin, Texas, nonché assiduo frequentatore del nostro paese.
Ma dove questo folletto scandinavo virtuoso e perfino troppo smagato ha lasciato un segno davvero importante è in Morte di un apicoltore che data 1978.
L’uomo solo, il dolore, la malattia, l’insensatezza e siamo nel cuore del libro. Protagonista Lars Lennart Westin, ex maestro elementare in pensionamento anticipato, e ora apicoltore.
Gustafsson, dopo un breve "Preludio", lascia voce al suo personaggio e al suo diario: tre taccuini (taccuino giallo, taccuino blu, taccuino stracciato) trattati, come in un montaggio, secondo una continua giustapposizione. Dalle fonti, mescolate ad arte, esce un libro straordinario, ricco di cose, di paesaggi, di osservazioni e di invenzioni, nonché di eventi esistenziali ricostruiti da una memoria pensosa e nitida.
"La sofferenza è un paesaggio" mi pare una frase memorabile.
La malattia mortale (un tumore alla milza, in stato avanzato) è annunciata dall’episodio del cane che sembra non riconoscere più l’odore del padrone, poi da una lettera, coi risultati delle analisi fatte in ospedale, che Westin mette da parte senza aprire e poi finisce per bruciare. Un tentativo di mantenere viva la speranza, ma anche una specie di atto di libertà, in un percorso in cui non esiste comunque via di fuga.
Il diario comincia, per noi, con l’inizio dei dolori e l’ombra del male dà all’ex maestro elementare e biologo una nuova voluttà di osservazione e partecipazione ma anche l’impulso a un radicale spostamento di attenzione:
Da quando ha cominciato a far male sul serio, mi succede un fatto ben curioso: sono tutt’altre età, tutt’altri ricorsi che vengono ad assumere per me la massima importanza.

"Matrimonio, professione, santo cielo! Tutto quello che fino a poco tempo fa riempiva il mio mondo e talvolta mi teneva sveglio la notte a elucubrarci sopra, sprofonda e svanisce come se si trattasse di una bagattella., di un breve episodio Un episodio all’interno di una narrazione ben più importante, in cui l’infanzia costituisce fino ad ora l’unico capitolo veramente forte.
Non riesco a capire esattamente da che cosa possa dipendere. L’infanzia è in vero un’età solitaria, concentrata su se stessa, e forse succede proprio che il dolore mi renda di nuovo solo e concentrato su me stesso come allora. […]
Con l’atto di bruciare quella maledetta lettera mi sono in qualche modo preso carico personalmente di tutta la faccenda. Dovrò lottare da solo, e arriverò a ottenere una morte che sia mia."

Paludi, boschi, betulle, laghi, acque che nella memoria diventano acque di infanzia, come nello straordinario episodio della pesca: le biciclette, i gorghi scuri del fiume, le pietre bagnate e scivolose, i cucchiaini da pesca, i lucci che si dibattono sull’erba come serpenti, un acquazzone, e poi Nicke, impavido e danzante "come un piccolo derviscio selvaggio sotto una grandinata", che si tuffa nell’acqua torba della chiusa alla ricerca di un cucchiaino e, in una lunghissima immersione che lo vede abbarbicato al fondo, controcorrente, allungato in una specie di volo, riesce ad agguantare qualcosa e riemerge senza fiato, cianotico e melmoso, con un lucido ducato d’ora serrato nella mano!
E’ questa la parte più accorata di tutto il libro. Che ne è di quel bambino che 2dava sempre l’impressione di essere destinato a qualcosa di speciale?" Che ne è di quei piccoli volti ovali che sporgendosi sull’orlo del bacino trattenevano anch’essi il fiato?" "Era il nostro paesaggio e tuttavia non lo era. Erano le nostre vite che erano cominciate, e tuttavia non erano le nostre vite". "Nell’universo nessuno è di casa". Buio, mistero…
La passione filosofica che già aveva contaminato il piastrellista, esplode anche in Westin con effetti formidabili.
"Quando dio si risvegliò – recita un capitolo della narrazione Gustafsson-Westin - , e decise d’un tratto di rispondere alle preghiere, il cosmo si trasformò inesorabilmente in un caos. Inutile l’esortazione della Conferenza Episcopale affinché i credenti moderassero le loro richieste. Quella gigantesca medusa, quella matrice unica e meravigliosa, un oceano colorato e infinito stava mostrando all’umanità "una generosità di tipo completamente nuovo, la benevolenza sconfinata, l’amore del tutto indolente, sì, nichilistico verso l’intero creato che solo l’essere creatore può nutrire".
Dio era diventato madre, l’umanità regredita e puerilizzata e l’esistenza – un’esistenza in cui il nemico poteva vedere annichilito il nemico, la moglie rugosa di un vecchio tenente-colonnello essere trasformata in una giovane bellezza bionda e la lussuria scatenarsi per le strade; un’esistenza in cui tutto era lecito e dunque senza decenza – andava rapidamente verso una perdita del linguaggio. Stava morendo il linguaggio, quel linguaggio che non cessa mai di circolare col nostro sangue né nella solitudine né nell’agonia. Perché proprio io? Perché questa sofferenza? Perché morire?
Il corpo, la coscienza, il linguaggio, le percezioni, l’io si ripiazzano subito al centro, e una teologia veemente e immaginifica cede il passo a terrestri "memorie del paradiso". Mentre l’asinino si alla vita di Lars Lennart Westin nonché il leit motiv che attraversa il libro, "RICOMINCIAMO NON CI ARRENDIAMO", confluiscono in una radicale forma di resistenza.

"Quel che adesso mi sta succedendo è ripugnante, detestabile e avvilente, e nessuno mi convincerà ad accettarlo o potrà persuadermi che in qualche modo sia per me un bene.
E’ orribile essere consegnati a una sofferenza cieca e idiota, al vomito, a misteriose decomposizioni interne, stupide e insolenti quale che sia la loro spiegazione.
L’eresia più comune consiste nel negare l’esistenza di un dio che ci ha creati. Un’eresia molto più interessante è pensare che forse un dio ci ha creati, e poi dire che non v’è alcuna ragione perché il suo operato ci faccia impressione. E tanto meno ci veda riconoscenti.
Se esiste un dio, è nostro compito dire no.
Se esiste un dio è compito dell’uomo essere la sua megazione.
Ricominciamo. Non ci arrendiamo.
Il mio compito durante i giorni, le settimane o nel peggiore dei casi i mesi che mi rimangono sarà di essere un grande e chiaro NO."

Non c’è in questo libro "buono", alcuna condivisone del patire (penso, per esempio, a Sussurri e grida di Bergman, in cui lo strazio della malattia è avvolto per un momento dalla pietà e dall’amore in un abbraccio "materno" commovente e terribile): nessun amico, nessuna donna, nessun familiare. Il che è da ricondurre a una vecchia distanza, a una lontananza, all’aver voluto troppo poco (ciò che chi si impegna ad amarci non ammette), al non essere stato mai preso da un "compito" se non quello di seguire le inclinazioni della propria sovrana individualità. L’apicultore di Gustafsson resta insomma solo fino alla fine con un nemico che lo rende reale, coi suoi appunti sempre più brevi (nitidi e tanto privi di rigurgiti, di impulsi sformati, di balbettii e di "grida" da sembrare ripuliti da quello stesso vento dei monti Chisos da cui ci parla, nel "Preludio", il narratore) e con un’esperienza del dolore tanto difficile da sopportare che nessuno ha mai saputo "trasformarla in arte".
Il vento, l’aria, il volo, elementi sempre presenti nella prosa di Gustafsson (Carl Gustaf Bjurstrom ricorda nell’introduzione a Preparativi di fuga che la parola svedese flikt ha la radice sia di flyga cioè volare o prendere il volo sia di fly cioè fuggire), a cui si contrappongono la pesantezza, la gravità, e la sostanza terrena. Ovverosia: "noi siamo completamente immersi nella realtà, nella storia, nella nostra biologia".
L’ultima scena che ci consegna il Taccuino stracciato è l’immagine di un’ambulanza che deve arrivare. "Spero che le strade non siano troppo scivolose", dice Lars Lennart Westin in un piccolo sussulto di umorismo che è il segmento conclusivo di una grande umanizzazione.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 28 luglio 2006