Cinque / quindici anni

Sergio Baratto



Dieci anni fa, quando pubblicai qui sul Primo amore questo pezzo, il ricordo delle giornate di Genova era ancora fresco, le ferite ancora aperte. Lo ripropongo qui oggi così com’era, senza modifiche o ritocchi e senza domandarmi se o in cosa sia invecchiato.
La memoria di quei fatti scivola inesorabile indietro, in un passato sempre più distante, e non solo temporalmente. Ma le ferite, per molti di coloro che vissero quell’epoca e quell’esperienza, non si sono mai rimarginate.
Sergio Baratto, 24 luglio 2016.

Cinque anni.
È stato detto che eravamo faine della condiscendenza, nuovi mafiosi in tuta nera, padri disgraziati, psicologie fragili, utili idioti. Che eravamo ignoranti, velleitari, che avevamo poche e sbagliate idee, che se i nostri intenti si fossero tradotti in fatti, per il terzo mondo sarebbe stata la rovina; che eravamo antioccidentali, antimodernisti, fiancheggiatori morali del terrorismo, brodo di coltura della sovversione, figli e nipotini plagiabili dei cattivi maestri. Che, in definitiva, eravamo stupidi, manovrabili, pericolosi e delinquenti.

Eppure, di quelle giornate, io mi ricordo tutt’altro. Il bruciore del gas CS sulla pelle, gli occhi gonfi, la gola chiusa. Il sibilo dei candelotti, la fuga scomposta. Un’ambulanza dai vetri spaccati e un uomo con il sangue sulla faccia.
Mi ricordo le espressioni sconce di quegli otto omuncoli, impettiti davanti alle telecamere nei loro completi scuri. Mi ricordo di aver pensato che, con tutto quel caldo, i loro piedi dovevano per forza imputridire dentro quelle scarpette eleganti da statisti di vaglia.
Mi ricordo il sorriso cattivo di un ufficiale di polizia in borghese mentre gli sfilavo davanti impaurito, con le mani in alto.
Mi ricordo le braccia sottili di un ragazzo di fronte a una pistola. Non lo conoscevo, ma era come un fratello.

*

Un anno dopo sono tornato. C’erano iniziative sparse qua e là per il centro e su tutto aleggiava lo stesso caldo cocente dell’anno prima. Alle 17,27 piazza Alimonda si è fermata. Io c’ero arrivato da una stradina laterale, all’ultimo momento, convinto per sbadataggine che mancasse ancora qualche minuto. Avevo appena comprato e intaccato un enorme pezzo di focaccia. Ho deglutito in fretta e ho interrotto la masticazione. La gente riempiva la piazza, tutti in piedi e in silenzio. Poi, quando i sessanta secondi simbolici sono terminati, si è levato un coro: "Carlo è vivo e lotta insieme a noi". Io mi sono irritato, ricordo di aver pensato tra me e me "No, non è vero, è morto: se fosse vivo non saremmo qua a gridare slogan del cazzo, se lottasse in mezzo a noi pochi conoscerebbero il suo nome e la sua faccia…". La stupidità consolatoria di queste frasi menzognere è però irresistibile. Anche a me è successo di sorridere, leggendo a sorpresa su qualche muro, nei luoghi e nei momenti più inaspettati, "Carlo vive".

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Ma che cosa aveva da ridere, in definitiva, il miliziano in borghese, mentre gli sfilavo davanti, impaurito e con le mani in alto? Se la stava godendo? Me lo domando perché, dal suo punto d’osservazione, la scena si presentava così: un gruppo di qualche centinaio di persone con le mani alzate, tutte rigorosamente zitte perché c’era da cagarsi letteralmente nei calzoni, sfilava per il centro in direzione della stazione ferroviaria tra due ali di poliziotti in tenuta antisommossa, preceduto e seguito a mo’ di scorta da due blindati e altri agenti. Il che non mi sembra tanto umiliante o disonorevole, quanto piuttosto paurosamente vicino alla caricatura tragica di ben altre scene di cattura e deportazione. Non è che voglia fare paragoni assurdi: sono solo i pensieri incontrollabili che mi è capitato di fare allora.
Io mi trovavo all’estremità destra del gruppo e con la coda dell’occhio potevo vedere le facce degli ufficiali in mezzo alla loro truppa corazzata. È stato allora che, per una frazione di secondo, ho intersecato lo sguardo del tizio. Età apparente quaranta, calvizie, colorito olivastro. Aveva una ricetrasmittente incollata alla guancia e stava ascoltando o biascicando qualcosa. E intanto sorrideva.
Mi è parso che quel sorriso contenesse tante cose: odio, disprezzo, soddisfazione. Forse, nella sua semplicità, il termine "cattivo" riassume bene tutto.
Perché la cattiveria non esclude il resto. Non esclude affatto che, una volta smesso di ridere, l’ufficiale sia tornato a casa dai due figli piccoli, uno alle medie uno alle elementari, e li abbia guardati con tenerezza, sorridendo con una piega completamente diversa delle labbra.

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Ricordo che una sera ero a cena dai miei. La televisione era accesa sul telegiornale. A un certo punto viene mandato in onda un servizio sul Forum Sociale di Porto Alegre. Doveva essere il 2002. Zittisco i genitori e mi metto in ascolto. Intervistano un capelluto leader italiano del movimento. Dice una cosa del genere: "Ci sono state delle discussioni perché i delegati di certi paesi insistevano per inserire nella dichiarazione di condanna della guerra anche una condanna del terrorismo…". Io penso "Be’, perdio, vorrà pur dire qualcosa! Se sentono il problema come un’urgenza, bisognerebbe ascoltarli e sentire seriamente cos’hanno da…". Il chiomato sindacalista assume un’espressione disgustata e conclude più o meno così: "…Ci siamo opposti, visto che a noi la questione non interessa minimamente".

A una manifestazione contro la guerra in Iraq organizzata nel mio quartiere ho incontrato un mio coinquilino. Uno di quei vecchietti che si incrociano sul portone, di cui non si conosce il nome e che non si sa mai se salutare o no. Ci siamo presentati, stupiti e compiaciuti di trovarci entrambi lì. Ci siamo detti, con un misto d’orgoglio e di sconforto, che del nostro condominio eravamo gli unici. Abbiamo sfilato insieme, chiacchierando delle nostre vite. Ho scoperto che era un ex operaio in pensione, comunista da sempre. Chi l’avrebbe mai detto, con quell’aspetto mite e dimesso? A un certo punto, mentre sfilavamo in mezzo a un nutrito gruppo di poliziotti, gli ho raccontato di quello che avevo visto e vissuto durante il G8. Lui annuiva. Dopo un po’ mi ha guardato e con aria un po’ perplessa mi ha detto di essere rimasto stupito dalla furia distruttiva dei manifestanti così come aveva potuto vedere alla tele.

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"Gli anni passano," dico al telefono, "La gente pian piano si dimentica, la rabbia si smorza, ci si scorda tutto…"
"Quale gente? Quella che c’era? Non credo. Più facile che abbia semplicemente smesso di parlarne, questo sì è inevitabile, se vuoi è anche normale, l’importante è capire quanto sia ancora aperta o già rimarginata la ferita sotto la benda…"
"Eppure secondo me molti hanno finito per perdonare. Per perdonare quasi tutto. Molti alla fine si sono detti ’Amen, è andata così, gli sbirri cattivi e tutto il resto, ma adesso c’è l’emergenza berlusca, bisogna buttare giù il berlusca’… Ti ricordi i DS che vigliacchi, il giorno che è stato ammazzato Carlo Giuliani, quando hanno fiutato l’aria e hanno detto ’Noi ci si sfila, ciao ciao e buona fortuna per domani’? Adesso siamo tutti qui a sperare che ’ste merde vincano su quell’altra merda più grossa…"
"Parla per te. E comunque secondo me la questione è così: chi c’era, bisogna vedere cosa si porta ancora dentro, di quell’esperienza, sotto la cenere."
"Sarà, che ti devo dire? Io comunque resto convinto che si sia voluto e cercato di cancellare lo scandalo di Genova dalla coscienza collettiva. Non dico tanto dal governo o dai media – che tanto dopo un mese seppelliscono ogni cosa. Dico dalle persone stesse, dalla sinistra, per colpa della campagna elettorale permanente, per l’obbligo autoimposto di non spaventare i moderati… ’Non sia mai che la sciura Brambilla pensi che difendiamo i teppisti… Anche se personalmente so che non erano tutti teppisti, devo partire dal presupposto che per la sciura Brambilla lo fossero, e tarare di conseguenza la mia rispettabilità ai suoi occhi…’"
"…E quelli che c’erano, quelli che hanno preso le mazzate, il cosiddetto movimento dei movimenti?"
"Mah, quelli che hanno preso le mazzate ci sono ancora – tu ci sei ancora, io ci sono ancora… Ne stiamo parlando ancora, in questo preciso istante… È solo che ci siamo fatti fregare dalla pigrizia. Noi ci siamo ancora. È il movimento, che è morto."
"Be’, io continuo a sperare che un giorno di questi risorga."

(Se una colpa dev’esserci imputata, dico che non abbiamo avuto la forza, la capacità, il coraggio di crescere, di perfezionarci e perfezionare la lotta. Abbiamo dato vita a una rappresentazione deprimente delle nostre caricature. Portiamo sulle spalle una responsabilità enorme, col nostro fallimento collettivo.
Ma chi può dire cosa ci riserva il futuro? Personalmente, ho sempre detestato i certificati di morte.)

*

Cinque anni. Sono stati pubblicati libri, inchieste, controinchieste. I processi agli agenti e ai manifestanti violenti procedono, nella più totale indifferenza dei media ma procedono, segno questo – ti dicono – che l’Italia resta un paese democratico. Che cinque anni fa ha avuto la febbre, ma poi gli anticorpi hanno fatto il loro dovere.
Sono successe un mucchio di tragedie: attentati, guerre globali, bancarotte di intere nazioni, crimini contro l’umanità, catastrofi ambientali. Nessuno di questi disastri è da imputare a noi "giovani geneticamente modificati, ingannati e degradati" (Paolo Guzzanti). Non sono state le nostre idee irresponsabili e controproducenti, il nostro "fardello tribale antico", misto di comunismo e pauperismo religioso (Fiamma Nirenstein dixit) a immiserire il mondo.

"Hanno usato la piazza contro la civiltà dell’agorà, vale a dire il luogo del raduno per discutere, per fare trattazioni, per giudicare, il luogo della filosofia, della giustizia e dell’economia e, per noi mediterranei, anche il luogo della conversazione che… è il dato costitutivo della più alta convivenza civile". Scriveva così il Merlo sul Corriere della Sera all’indomani del macello della Diaz. Spiacente, esimio signor volatile, mi duole segnalarLe che negli ultimi cinque anni proprio la sua civiltà dell’agorà ha infilato una serie notevole di puttanate e atti barbarici. Non è colpa nostra. Io personalmente ho fatto di tutto per manifestare pacificamente il mio dissenso. Sono sceso nell’agorà, come dice Lei, nel più puro spirito della civiltà della discussione. Eravamo tre milioni, ma nessuno ci ha dato ascolto. Nel migliore dei casi, ci hanno presi per il culo. Ha presente il tono sprezzante dei politici, dei giornalisti obesi con la barba? Tanto più che le decisioni sono sempre già prese, in altri luoghi e più in alto.
Mi dica Lei dove si trova la civiltà dell’agorà. Da che parte. Chi meglio l’ha incarnata.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 24 luglio 2016