Antartide

Laura Pugno



A caldo, e già dopo aver letto poche pagine, ho pensato che quella di Laura Pugno fosse una scrittura subdola al servizio di una letteratura subdola fatta di realtà riconoscibili, paure esibite eppure stranamente nuova e accattivante. Non che ammicchi, tutt’altro: tanto è rassicurante nella lingua quanto spaventosa nelle trame. È come un pifferaio, la Pugno, che ti solleva per poi lasciarti schiantare al suolo. Non sai dove ti porterà, da qui a un capitolo, non sai con quale tipo di repulsione dovrai misurarti, ti lavora ai fianchi; non è come avere a che fare con una materia astratta come le emozioni, o ancora di più un pensiero – il Pensiero – ma sembra che invece di un libro tu abbia tra le mani una persona.

Antartide, terzo romanzo dell’autrice, inizia con il ritorno in Italia di Matteo Bechis dopo una spedizione scientifica tra i ghiacciai. Mentre è a Roma il padre, Niccolò, muore lasciando l’intera eredità alla Casa di Miriam, una misteriosa struttura alberghiera – dove scomparirà poi anche il padre della sua ex moglie. Matteo sarà quindi costretto a riprendere la sua vita dal punto in cui l’aveva lasciata in sospeso andando a Rothera: vedrà un’intera generazione camminare verso la morte, scoprirà di essere geneticamente predisposto alla patologia che ha ammazzato il padre e di aver trasmesso (probabilmente) gli stessi geni alla piccola figlia.

L’Antartide è il luogo della non malattia. La scrittrice ha l’abitudine di confonderci con una favolosa distopia, il non luogo in cui i personaggi vanno a salvarsi, redimersi, reinventarsi è un posto che noi lettori tutt’al più immaginiamo. Quando la Pugno scrive, scrive del possibile, non del definitivo; persino se si avvicina a temi come la morte naturale – una sorta di eutanasia cosciente – lo fa con una discrezione tale che sembra quasi disinteresse. E probabilmente non in molti saranno d’accordo ma la categoria degli scrittori moralmente ed eticamente disimpegnati (come romanzieri e non come intellettuali in senso lato) è l’unica che sa d’autentico; una parola dietro l’altra, un evento in un altro evento incastrati prima per musicalità poi per visionarietà: in questo senso la Pugno resta fedele ai suoi esordi poetici.

La malattia in Quando verrai, il suo romanzo precedente, rappresentava il punto di partenza, una lente deformante nella narrazione delle vicende della giovane Eva. La ragazzina malata di psoriasi vive il morbo come un mistero mentre in Antartide Niccolò Bechis, e i due suoi amici, come un evento definitivo. Non è la morte in sé l’ultima delle esperienze – la morte è naturale persino quando è scelta nella stessa misura in cui lo è la nascita – ma la diagnosi di un tumore. L’autrice è come se suggerisse che si sa solo ciò di cui si ha esperienza e anche nel lutto per la scomparsa del padre Matteo ha la premunizione di una vulnerabilità, non la percezione di un niente assoluto. Il patrimonio che eredita non è materiale in senso classico, niente case né denaro, ma è materiale in quanto della carne, misurabile nelle degenerazioni del corpo e nell’angoscia di non essere più e non essere ancora (non essere più sano e non essere ancora morto). Per questo particolare stato di sospensione Laura Pugno inventa persino un paese, Serre/Ysere, terra di confine tra l’Italia e la Francia, dove i malati terminali vanno a cercare la morte tramite assideramento o cadendo in un burrone.

Il romanzo è costruito come una sorta di noir ma non si ha l’impressione di dover risolvere un mistero: piuttosto si è come disorientati dagli eventi, quasi che la sequenza narrativa sfuggisse alla lettura, quando pensi di aver finito si ricomincia . E c’è una morte e poi un’altra morte ancora, e una morte che segue, e una morte di coppia, e anche quando sembra che l’ultimo personaggio del libro sia quasi morto viene annunciata già una morte futura; è la storia biologica dell’umanità in scala ma non fa orrore, più privata di un’apocalisse e più sostenibile di un lutto familiare.

Ogni volta, gli sembrava che l’aeroporto di Heathrow prendesse forme nuove, dimenticava la strada lungo i corridoi, i negozi. Il controllo sicurezza così meticoloso e così fallibile. Il desiderio di stendersi su una poltrona e addormentarsi, come sugli aerei cargo militari diretti a Rothera. Entrare in una trance che permetta di superare i tempi morti, di arrivare prima. Le sensazioni di prima che accada qualcosa, avrebbe pensato dopo, in cui cerchiamo un presentimento, la conferma di avere oscuramente visto arrivare quello che stava per arrivare, e che non abbiamo visto.

Una magistrale educazione alla fine.

Antartide. Laura Pugno, Minimum fax, 13 euro.








pubblicato da m.cerino nella rubrica libri il 21 settembre 2011