Un magnate cinese del pesce

Maria Pace Ottieri



La Cina ha il più alto numero di miliardari sotto i quarantanni. Maria Pace Ottieri, che da anni esplora il mondo dei poveri e degli immigrati che sbarcano sulle nostre coste, ha raccolto in un libro una serie di interviste ai nuovi ricchi dei cosiddetti paesi poveri: India, Cina, Indonesia, Thailandia. Albania, Sudafrica, Egitto. Come si accumulano grandi fortune in quello che fino a poco tempo fa si chiamava Terzo Mondo? (c.b.)

LIU HANYUAN, CHENGDU, CINA

Huo Datong, il primo psicoanalista ad aprire uno studio in Cina, nella città di Chengdu, mi racconta che la moglie Pin, tutti i lunedì mattina compra cinque pesci vivi per la loro figlia di sei mesi, Huo Pingzi, "lenticchia d’acqua".

A casa, una minuscola casa nel campus dell’Università, dove il marito insegna, Pin tiene immersi i pesci nell’acqua del lavandino e ogni giorno ne "pesca" uno per preparare il brodo alla bambina.

I cinesi, dice Huo, comprano solo animali vivi, pesci, anitre, polli o se li fanno ammazzare sotto i loro occhi, non mangerebbero mai un animale morto da giorni tenuto nel frigorifero come un cadavere nell’armadio.

Quando ho mandato il primo messaggio e mail a Huo Datong dopo averlo scoperto in un articolo su Chengdu, capitale dello Sechuan, la sua prima risposta è stata: "potremmo pranzare insieme il giorno 7 aprile, che cosa le piacerebbe mangiare, la fonduta dello Sechuan o dei piatti?"

Ho scelto piatti di pesce, e in un bel ristorante all’aperto di Chengdu, il 7 aprile a mezzogiorno, abbiamo condannato a morte con un solo gesto del dito indice, cinque o sei pesci dai musi preistorici, con larghe bocche e lunghi baffi, che nuotavano vigorosi nelle vasche. I cinesi, insiste Huo, tengono molto a quello che mangiano o che bevono, una delle ragioni del fatto che siano tanti, e non da ora, ma da molti secoli, è il tè, l’abitudine di bere acqua bollita e di cuocere i cibi ad alta temperatura li ha preservati dalle malattie. Il problema è che i pesci della signora Pin nel lavandino muoiono spontaneamente prima del quinto giorno. Solo dopo molti esperimenti falliti, la moglie di Huo ne ha finalmente trovato un tipo che resta vivo e guizzante fino all’ultimo giorno, come fosse saltato dal fiume al lavandino, sono i primi pesci firmati che siano mai comparsi in Cina, marca Tongwei. come indica l’etichetta sulla coda.

E la ragione per cui io sono a Chengdu è proprio la Tongwei, o meglio il suo fondatore e proprietario, Liu Hanyuan, il primo allevatore su scala industriale di pesci d’acqua dolce e il più grande produttore di mangimi animali della Cina.
Oggi per molti cinesi mangiare pesce è diventata un’abitudine quotidiana, ma non è sempre stato così.

Nel 1946, un chilo di pesce valeva come trenta chili di riso e alla fine degli anni Settanta, al tempo delle prime riforme di Den Xiao Ping, il prezzo del pesce era ancora tredici volte più caro di quello della carne di maiale.

Se il consumo di pesce in Cina a quell’epoca si aggirava intorno a un chilo di pesce a testa all’anno, nella provincia dello Sechuan, la più popolosa della Cina, con i suoi cento milioni di abitanti, arrivava a stento alla metà.

Al cambiamento nelle abitudini alimentari dei cinesi ha notevolmente contribuito la Tongwei.

E’ stato Liu Hanyuan infatti a brevettare un metodo di allevamento del pesce in acqua corrente, o meglio a reinventarlo, perché se in altre parti del mondo già lo si utilizzava, nella Cina dei primi anni Ottanta, ermeticamente chiusa al resto del mondo, era ancora sconosciuto.

La sua storia non ha a che fare con la speculazione edilizia a Shangai o a Pechino, né con l’informatica, e neppure con il puro commercio. E’ la storia, o meglio la parabola, di un contadino molto povero, nato e cresciuto nelle campagne intorno a Mae Shan, un ex villaggio, oggi con un milione di abitanti, che a diciassette anni inventa un modo per moltiplicare i pesci.

Ci sono voluti alcuni mesi e un fitto scambio di posta elettronica per riuscire a mettermi in contatto con Liu Hanyuan. Il mio tramite è stato Franco Wang, direttore dell’Istituto del Commercio Estero di Chengdu.

A gennaio dopo la mia prima richiesta di intervista Franco mi scriveva: "Signor Liu è d’accordo, ma preferisce aspettare dopo Capodanno Cinese." Alla fine di febbraio, Franco rispondeva a un mio sollecito spiegandomi che "In questi giorni le persone sono ancora immerse nei festeggiamenti, perciò bisogna aspettare fine febbraio che è il Capodanno Maggiore, il grande capodanno cinese secondo il calendario lunare cui è la consuetudine del popolo Cinese."

La data ha continuato a spostarsi fino a una settimana prima del volo per importantissime riunioni del signor Liu che si era rituffato nel lavoro dopo la vacanza, e finalmente gli appuntamenti sono stati confermati così come io avevo chiesto: una giornata nel villaggio di Liu Han Yuan e un’ intervista con nei suoi uffici. Mancava la visita alla sua casa di Chengdu sulla quale ho provato a insistere, senza successo.

Liu Hanyuan e Huo Datong, il primo psicoanalista cinese, sono coetanei, un cinese di campagna e un cinese di città, che contemporaneamente, dallo stesso luogo, hanno aperto alla Cina due strade del tutto nuove.

Mentre Liu ha cambiato l’alimentazione di milioni di suoi concittadini, Huo ha offerto a una piccola avanguardia un luogo d’ascolto dove la parola fosse libera e l’intimità assicurata, cosa che non è mai esistita in Cina: parlare di sé è stato sempre malvisto e il quadro familiare è troppo vincolante perché ci si possa esprimere senza tabù. Criticare i propri genitori o gli antenati è impensabile. Non si conoscono, ma poiché le loro parole, sulla Cina, sono le prime chiavi di accesso alla Cina che mi ritrovo fra le mani, mi viene naturale saltare dall’uno all’altro, come se ognuno di loro illuminasse quello che l’altro non dice.

Chiedo a Huo se la mia definizione di pionieri, per lui e per Liu Hanyuan è plausibile. Dopo una lunga pausa riflessiva risponde: "La promessa comunista di Mao secondo cui la Cina sarebbe diventata una delle società più avanzate del mondo in tutti i suoi aspetti, ideologici, economici, culturali e politici ha fatto sognare i cinesi e soprattutto i giovani. A un tratto ci siamo svegliati per scoprire che non era così, ma il contrario: la Cina era uno dei paesi più poveri del mondo in tutti i suoi aspetti. Ma le tracce del sogno che restano nel fondo della nostra memoria ci hanno portato a cercare un modo realistico di esaudire il vecchio sogno di Mao. Questo forse è il tratto comune condiviso da quelli che tu chiami pionieri, come me o Liu Hanyuan."

Con l’autista della Tongwei, un’affettuosa ragazza dell’ufficio stampa, Su, e Franco Wang siamo partiti di buon mattino per la gita in campagna. Il programma prevedeva: la visita ai genitori di Liu e al primo allevamento di pesci, la visita alla prima fabbrica di Mei Shan, una pausa per il pranzo e una corsa al Grande Budda, un Budda di settanta metri scolpito nella roccia, sulle rive del fiume. Tutto era organizzato nei minimi dettagli, fino alla sera, cena e ripetuti brindisi compresi: di quando in quando, uno dei commensali secondo una precisa gerarchia, si alza e al grido di "campai" tracanna un bicchierino accompagnandosi con parole di saluto e ringraziamento.

Mae Shan è a cinquanta chilometri da Chengdu, ma del villaggio che mi aspettavo e forse non è mai stato, non resta niente, è una città di un milione di abitanti, un po’più paesana e "tranquilla" della capitale, ma altrettanto lontana dall’idea di campagna. Mi convinco che da queste parti la campagna sia un modo di dire, un residuo linguistico per indicare un paesaggio che non esiste più, quando, quasi di colpo, il finestrino si svuota di case e si immerge in distese di infiniti gradi di verde. "Eccola!" Esclamo. "Finalmente vedo la campagna!" "Per la prima volta in vita tua?" chiede Franco Wang. "In Cina dico." "Ah pensavo anche in Italia."

Nei campi lucidi, punteggiati di spaventapasseri, qualche bufalo tira l’aratro e sugli steccati di bambù intorno alle lunghe case di legno, sono messi a seccare soffici ciuffi di rabarbaro rossastro. Anche Liu viveva in una casa di legno bassa e rettangolare, con i genitori, un fratello e tre sorelle. E’ stata buttata giù una decina di anni fa e al suo posto è spuntata una villetta foderata di piastrelle di un pallidissimo verdino e ornata di merletti di cemento bianco, come da noi le case del boom economico degli anni Sessanta nei nuovi quartieri dei paesi del nord. Il padre di Liu, Ding Quan, ci accoglie sotto una tettoia di bambù in un capannone, anch’esso di cemento, attiguo alla casa-villa. Alle pareti non intonacate, in alto, poco sotto il bordo del soffitto, sono appesi quadri che raffigurano paesaggi, uccelli e un albero di pelliccia. "Io mi alzo presto e comincio a lavorare, coltivo tutti i tipi di verdure, ne abbiamo in abbondanza e sempre fresche," dice Ding Quan. " Non ci preoccupiamo più di niente, mio figlio Liu ci aiuta, non dimentica la povertà, anche se è ricco. Ma io sto bene qui, in città non so che fare e non vado certo al ristorante di lusso!"

Da piccolo, dice il padre, Liu era molto intelligente e laborioso, a scuola ha sempre avuto ottimi voti, alle elementari ha anche saltato delle classi, tanto era bravo, il primo in tutte le materie.

La scuola costava ancora poco allora, 10 yuan al quadrimestre, perché era pagata quasi interamente dallo stato.

Dopo le medie Liu ricevette a casa una lettera della Scuola di Acquacoltura dello Sechuan. Non aveva mai pensato di studiare itticoltura, non sapeva nemmeno che esistesse una scuola simile, ma non aveva scelta e per proseguire gli studi, accettò. Dopo pochi mesi cominciò a parlare dell’allevamento dei pesci, nessuno gli credeva, ma fu così insistente, e sicuro di guadagnare molti soldi, che finimmo col dargli retta.

La leggenda vuole che avete dovuto vendere i maiali per finanziare i primi passi dell’allevamento di pesci, è vero?

Sì è vero. Per mesi Liu ci ha parlato in famiglia del suo progetto, era sicuro che per diventare ricchi dovessimo puntare tutto sui pesci. Se ne era convinto alla festa di primavera del 1983, le carpe costavano tredici volte più del maiale e lui ha pensato di mettersi subito a produrre pesce per il mercato, ma io restavo scettico finchè , dopo molte insistenze, ho ceduto e sono andato a vendere i maiali per potere dare a Liu i 500 yuan necessari all’acquisto dei primi avanotti. In quegli anni tutta la Cina era povera, ma noi in campagna lo eravamo ancora di più".

Tra gli orti, lungo il fiume, sporge nel verde dei cespugli, la tomba di mattoni rossi a forma di pagoda della nonna materna di Liu, morta da poco, a 101 anni. I genitori di Liu ci avrebbero invitato a pranzo e a me piacerebbe molto accettare, ma il "programmino", come lo chiama Franco Wang, prevede il ristorante a Mae Shan, con i dirigenti della fabbrica locale e il tempo stringe. "Sarà per la prossima volta", ci saluta il padre, " è sicuro." "Certo,", rispondo, ci sarebbe di che passare un’intera seconda vita a visitare le persone incontrate nel mondo con cui ci siamo ripromesse una prossima volta.

Il giorno dopo la visita ai genitori e alla prima fabbrica di Mae Shan, Liu Hanyuan mi riceve negli uffici della Tongwei, alla periferia nord di Chengdu. Ad accogliere me e Franco Wang che mi fa da interprete, troviamo in fila cinque dei suoi più stretti collaboratori: quattro sono muniti di macchina fotografica e uno di cinepresa. Ogni mio gesto, sorriso, stretta di mano, è immortalato, come una visita di stato.

Seduti attorno a un tavolo ovale all’ultimo piano del palazzo Tongwei, aspettiamo il signor Liu davanti a una tazza di tè al gelsomino. Dopo una ragionevole attesa, appare sulla porta: è un uomo dall’aspetto incredibilmente giovane, piccolo, elegante, autorevole, di cui mi colpisce la somiglianza con la madre, gli stessi zigomi alti e sporgenti come mele, schiariti, quasi diafani, rispetto al color terracotta di lei. Ripenso ai racconti di Huo Datong, la sera prima, nel caffè di un albergo di proprietà di un francese dove lui ama andare per nostalgia di Parigi. "Freud e Lacan danno più importanza al padre nella formazione dell’inconscio, mentre ignorano la madre, le loro teorie restano all’insegna del simbolo patriarcale. Anche la società cinese è patriarcale, ma studiando i miti più arcaici, ho scoperto come l’identificazione simbolica fosse più spesso con la madre, mentre il figlio diventava il padre fondatore, e anche più tardi, molti grandi personaggi della dinastia Tang hanno miti sulla madre."

Negli stessi anni in cui Liu studiava itticoltura, Huo era in piena crisi esistenziale e ideologica. Aveva smesso di credere al marxismo e questo significava non poter più aspirare a un posto all’università, alla carriera di storico che aveva deciso di intraprendere. Il suo compagno di stanza, Dan Sije, che poi è diventato uno scrittore molto noto, l’autore di Balzac e la piccola sarta cinese e Muo e la vergine cinese, gli prestò una copia clandestina de L’interpretazione dei sogni , trafugata da Hong Kong. Le opere di Freud, tradotte prima della rivoluzione, erano state proibite nel 1949 da Mao perché giudicate controrivoluzionarie. Deve leggerla in ventiquattro ore e restituirgliela, e Huo, accanito lettore, la divora.

Doveva essere un bambino speciale, signor Liu, qual era il suo sogno infantile?

Liu Hunyan chiude gli occhi, li stringe, sorride e si dondola sulla sedia, come stesse riaffondando nell’infanzia.

Quale era il mio sogno da bambino? Durante la Rivoluzione Culturale non era permesso avere dei sogni personali, a meno che non fossero dei sogni "inconsci" . Il mio è sempre stato quello di un’invenzione, nel campo dell’elettricità, come Edison. La mia passione era arrivare a capire qualcosa che non capivo, l’esplorazione scientifica.

A sedici anni, nel 1981, Liu si diploma alla Scuola di Acquacoltura dello Sechuan e subito dopo viene assunto come tecnico all’Ufficio Idroelettrico della provincia. Circola la voce che nel delta dello Yang Tze, riescano a produrre una tonnellata di pesce in uno specchio d’acqua di un metro cubo, a Liu sembra una sciocchezza, ma accetta la sfida, scommette con i suoi capi di riuscire a trovare un sistema per aumentare la produzione di pesce. Ha letto su alcune riviste specializzate che in Germania riescono davvero a produrne da 500 a 1000 chili in un metro cubo d’acqua e che in Giappone allevano pesci nei laghi, dentro grandi gabbie, ma richiede investimenti di capitale impensabile per i poverissimi contadini cinesi. Anche a Pechino e a Shanghai facevano in quegli anni esperimenti con grosse reti in acqua corrente, ma veniva prodotta artificialmente e i costi erano molto alti. Nei fiumi l’acqua scorre invece naturalmente e un fiume, Liu, ce l’ha proprio sotto casa, è il luogo dei suoi giochi di bambino. Ecco l’idea! Con il cugino comincia a pensare a come adattare il sistema utilizzato a Shanghai, devono trovare il modo di sfruttare al massimo lo spazio al minor costo possibile. Le reti delle gabbie in uso negli allevamenti di Shanghai erano di fibre sintetiche, un materiale costoso e fragile, che nel fiume correva il rischio di essere rosicchiato da topi e granchi o di essere strappato dalla forte corrente dell’acqua. Uno dei suoi incarichi era di girare per le campagne a raccogliere informazioni dai contadini sulle tecniche con cui allevavano i pesci negli stagni o nell’acqua dei campi di riso, quando una mattina, sulla porta di un negozio di ferramenta Liu vide un rotolo di rete metallica che gli sembrò sufficientemente spessa da resistere a tutto.

L’ufficio presso il quale lavorava gli prestò i soldi per pagarla, tornò a prenderla e se la portò a casa. Per una rete così non bastavano pilastri di legno, ci volevano pilastri di cemento troppo cari per i due ragazzi. Trovarono dei muratori di un cantiere e li persuasero a farseli prestare. Il primo passo fu quello di piantarli nel fiume aiutati da tutta la famiglia di Liu. Lavorarono tutto l’inverno alla costruzione delle gabbie con la rete metallica, le mani a mollo per ore nell’acqua trapunte di geloni, ma in quattro mesi l’ allevamento pioniere era pronto e i 680 yuan prestatigli dal suo ufficio che credeva in lui erano finiti.

[...] (tratto da Maria Pace Ottieri, Ricchi tra i poveri. Asia, Medio Oriente, Africa: dal mondo degli altri tredici storie di grandi fortune, Longanesi)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 29 giugno 2006