Il romanzo della vita di Silvana

Benedetta Centovalli



«Mio caro Ottiero, / non oso ancora chiamarti amore. Ma ti amo. / Non ho più nessuna paura, nessun pudore a dirlo e so bene quel che significa, ed è questo che mi meraviglia più di tutto, come se in me fosse nata un’altra persona che non ricordavo, tutta semplificata in queste parole e centuplicata, più profonda che mai.» «Amore mio, / ti voglio molto bene, mi viene alle labbra l’urgenza, prepotente, di dirtelo. Sono affamata di te in questo momento e del nostro amore tutto da vivere.» Il libro di Silvana Mauri appena pubblicato per Nottetempo, Ritratto di una scrittrice involontaria, a cura di Rodolfo Montuoro, è un memoir particolare. La prima delle tre sezioni che compongono il volume raccoglie una scelta di lettere scritte dal 1942 al 1960 di cui gran parte indirizzate agli amatissimi genitori e un gruppetto a Ottiero Ottieri, futuro compagno per tutta la vita di Silvana. Dalla loro lettura emerge il ritratto di una giovane donna, appassionata e sempre capace di stare in equilibrio anche in situazioni non facili. Certo il pugno di lettere per Ottiero, che brillano per intensità e per forza emotiva, è un vero carteggio d’amore come non capita spesso di incontrare. Sono parole scavate dentro domande adulte, domande che non lasciano spazio alla leggerezza e al dubbio, mature, consapevoli, compiute. Frutto degli anni terribili della guerra e di quelli pieni di speranze del dopoguerra, anni feroci e anni densi di esperienze, di incontri, di slanci necessari e di grandi amicizie.
È anche il clima che traspare dalla seconda parte di questa autobiografia «non voluta», Il diario editoriale 1944-1945: «zio Valentino forzò la mia resistenza alla scrittura affidandomi il compito di raccontare tutto quello che succedeva quotidianamente nella redazione». Questa specie di «diario su commissione» è un po’ il cuore pulsante del libro, una fetta di storia editoriale vista dagli occhi ancora inesperti di Silvana che, chiamata a lavorare per la casa editrice dello zio dove rimarrà per quarant’anni, ne descrive la quotidianità tragica e felice in quell’ultimo anno di guerra a Milano. Sono annotazioni esemplari, un testo che dovrebbe diventare d’obbligo nei tanti master legati ai mestieri dell’editoria. Nelle stanze della casa editrice Bompiani corre l’atmosfera della Milano di allora e si incontrano tanti personaggi che hanno fatto la storia della cultura italiana del Novecento. Sono anche gli anni effervescenti del Dizionario delle opere e della nascita del progetto teatrale di Paolo Grassi che troverà sede al Piccolo. Una galleria che si apre e si sfoglia nei dettagli dei Ritratti e conversazioni dell’ultima sezione con l’apparizione di Alvaro, Zavattini, Vittorini, Eco, Spagnol, Linder…
Su questi ricordi svettano le pagine umanissime e vere dedicate all’amicizia con Pier Paolo Pasolini: «Prendevo treni gelati per raggiungerlo a Casarsa, dodici, a volte venti ore di viaggio da Milano. Sbarcavo sull’erba della pianura indurita dal gelo e poi nella cucina calda di sua madre a Versuta, due brande accanto al fuoco. Di giorno, ebbri di felicità, alati, smemorati, correvamo in bicicletta sulle prode gelide del Tagliamento… Io ero il riflesso di tutto ciò che gli apparteneva e mi sembrava di non abitare un paese reale, ma il suo stesso cuore». Silvana Mauri ha davvero conosciuto Pier Paolo «prima», nella sua potenzialità già intera, «sano come un albero e intero come una pianta» le aveva scritto l’amico, ma irreversibilmente volto al suo destino, seppur tutto ancora chiuso dentro di sé. Quella di Silvana è la dichiarazione straziante di un amore tenero e disperato, di una complicità e di una comunione che hanno fino in fondo il profumo stordente della giovinezza e del suo generoso sprecarsi e donarsi.

Pubblicato su "Stilos", 20 giugno 2006.








pubblicato da b.centovalli nella rubrica libri il 24 giugno 2006