Addio a Silvana

Carla Benedetti



E’ morta oggi Silvana Mauri appena un mese dopo l’uscita del suo libro di lettere e memorie Ritratto di una scrittrice involontaria, Nottetempo.
Era nata a Roma nel 1920. Ha lavorato nell’editoria fin dal 1943 assieme allo zio Valentino Bompiani. E’ stata testimone partecipe di più di mezzo secolo di cultura italiana. Un’amicizia profonda e struggente l’ha legata a Pier Paolo Pasolini negli anni della giovinezza. Un sodalizio durato tutta la vita l’ha legata allo scrittore Ottiero Ottieri, morto pochi anni fa. Nel dolore per la scomparsa di una persona straordinaria e anche, per me, di una tenera amica, la ricordiamo pubblicando le pagine finali del suo libro (C.B.)

Il ricordo e la curiosità

Come i destini, anche le vecchiaie sono diverse. La vita si è allungata con centomila varianti. E’ appurato, per dirne una, che neanche l’idea del sesso si spenge quando si è vecchi. Quello che invece può spengersi è il gusto di vivere, ed è proprio il gusto di vivere che allunga la vita.

La vecchiaia può anche essere partecipazione attiva alla vita degli altri, narcisismo, sensualità. Se hai la fortuna di restare abbastanza sana, se il destino non ti colpisce con una malattia precoce che ti rende disabile, la vecchiaia può avere centomila varianti, anche la frivolezza, persino la civetteria. Ci sono donne che si rifanno fino alla more, per il piacere di piacere. Il narcisismo può esprimersi in tanti modi e in tanti gradi: può essere il gusto di essere al centro di omaggi, perfino di corteggiamenti, il piacere di essere amati dai figli e dai nipoti al netto della differenza generazionale, di essere chiamati al telefono, di essere ancora considerati utili a qualcuno o a qualcosa.

Voltaire diceva che la frivolezza aiuta a vivere. Io non sono stata molto frivola. Un mio analista diceva, a questo proposito, che non sono frivola perché non ho mai avuto il senso di me, dei miei confini. Ma non è solo questo. Devo dire che gli analisti mi irritano quando cercano di definirti, perché non tengono conto delle infinite morti che ci lasciamo alle spalle, non considerando abbastanza che ognuno alla fine cerca il suo modo per sopportare il ricordo e il dolore. A volte, per difendersi bisogna lasciare che i morti riposino in pace e non pensarli più, pensarli meno, aprire i sepolcri alla luce ed eliminare i ricordi sgradevoli.

Ma se leggo il libro di uno scrittore che ho conosciuto, che vive nelle sue pagine, mi viene da piangere al pensiero che non posso più comunicare di persona con lui, mi rattrista di non essere più chiamata dalla strada e di non poter più aprire la finestra per vedere chi è. E mi sento sola.

C’è una solitudine molto intima, molto interiore che può cascarti addosso così, insieme al ricordo, ed è un sentimento inspiegabile. Lo dice anche Pontiggia. E’ la solitudine del morente, è la massa di ricordi che ti piegano la schiena e sembrano non servire più a nessuno e a niente. Tanti ricordi, in una vita molto intensa, possono essere un grande ingombro che hai addosso e non sai dove posare a meno di scriverli, ma bisogna averne il tempo e la voglia.

In me, oltre al ricordo, c’è anche la curiosità per la vita degli altri. Io ce l’ho di certo questa curiosità, ed è quasi vorace. Ma so anche bene che l’incontro con l’altro resta quasi sempre provvisorio, casuale, impensabile.

Anch’io del resto non ho mai avuto il tempo di pensarmi. E non ho ancora pensato alla vecchiaia. La mia vita è stata un galoppo, un flusso indistinto e faccio molta fatica a fissare delle date. Posso dire solo che la mia esistenza è sempre stata piena d’amore, ma come un’eterna lotta, un combattimento, una conquista, sempre segnata da un invincibile senso della responsabilità verso le persone che mi sono vicine. Faccio da tanto tempo un sogno che ritorna spesso. Salvo un bambino ignudo e affamato, abbandonato per strada, è una creatura da proteggere e da nutrire. Questo sogno forse è stato il filo rosso della mia vita.

Adesso non ce l’ho più il senso del tempo. Forse mi accorgo del tempo vedendo i figli che invecchiano.

Mi addolora che i figli invecchino, perché è impensabile che non siano più adolescenti, bambini. Con tutti i cambiamenti di direzione, disperazione e vitalità che hanno inondato la mia vita insieme a Ottiero, ho il privilegio e la sfortuna di avere una memoria da elefante, anche se spesso confondo le date, anche se poi cerco di liberarmene. E’ che sono ingombra di ricordi e questo sfinisce l’anima e l amente. A volte vorresti perderli per sempre questi ricordi; a volte , invece, vorresti recuperare tutto. Ma le cose che hai vissuto in prima persona sono solo tue e ti sembra inutile trasmetterle: gli innumerevoli traslochi, la fame, il gelo, i bombardamenti, gli ammici persi. Diventano tutte cose incomunicabili: sono cose che hanno colpito nel petto te, riguardano solo te, vissute nella tua lotta del giorno per giorno.

Adesso ho pochissime forze, ma non posso certo dire di avere una vecchiaia tragica. Mi mancano le forze, sì, ma ho la fortuna di non aver avuto malattie mortali. Sono sfinita, in un corpo sfinito. Ma gli amici li ho avuti, e li ho sempre, carissimi. Gli scrittori della casa editrice, e poi tanti altri. Sono questi i piaceri che sopravvivono: gli amici, i vecchi e anche i nuovi, i figli , i nipoti. Ora vivo d’amore per loro, ma nello stesso tempo sento la paura, perché li so in un mondo disordinato, scombinato e balordo, minaccioso come non mai di guerra e di catastrofi.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 23 giugno 2006