Quando Van Gogh diventò pittore

di Giovanni Montanaro



C’è un anno poco conosciuto nella vita di Van Gogh, che corrisponde al momento decisivo della sua vita. Quello in cui diventò pittore. In Tutti i colori del mondo, Giovanni Montanaro racconta quell’anno eccezionale dal punto di vista di una persona, se possibile, ancora più anticonformista del giovane predicatore dotato per il disegno di nome Vincent. La sua protagonista narratrice è Teresa, figlia di una pazza barbona morta durante il parto. La ragazza è vista con diffidenza perfino a Gheel, un paese del Belgio dove nell’Ottocento lo Stato dava sussidi alle famiglie perché ciascuna tenesse in casa e accudisse un matto. Non voglio riassumere la trama del romanzo, su cui trovate informazioni e commenti appassionati qui e qui. Riporto le frasi che ho scritto per la quarta di copertina: “Teresa mi ha commosso. Le succedono le cose più sconvolgenti: la chiaroveggenza, la persecuzione, la metamorfosi. E le succede Van Gogh.” Qui di seguito potete leggere alcuni brani del romanzo, scelti da Giovanni Montanaro per Il primo amore. [T. S.]

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Caro signor Van Gogh, non sono sicura che leggerete mai questa lettera. Non so se avrò il coraggio di chiudere la busta e spedirvela. E non so neppure se vi ricordate di me, se qualcosa del mio viso, della mia voce, vi è rimasto nella memoria. Lo spero, ma in fondo non ne sono sicura, anche se ho l’impressione che dentro di voi ci sia qualcosa di tutti quelli che avete incontrato, di tutte le cose che avete visto, e fatto. Il vostro indirizzo lo conosco, me lo sono fatto dire: dottor Gachet, ex collegio delle Fanciulle, rue de Vassenots, Auvers. Lo sapete anche voi, molte lettere si cominciano e basta; non si ha il coraggio di mandarle per timore di essere fraintesi, di non essere capiti, di chiedere aiuto. Perché è sempre difficile, quando si ha la volontà ma anche la paura di ricordare. Lo sapete pure voi, che di lettere ne avete scritte tante; anche se a me non ne avete mai scritta una. Io, sia come sia, comincio.

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È andata davvero così, signor Van Gogh. Così mi hanno sempre raccontato. Ne sono sicura, anche se sono tanti anni che non sento più queste storie. In questo modo è cominciata la mia vita, in mezzo al vento. Un bel modo per venire al mondo, no? E poi sono cresciuta, nella natura arida della Campine. Una terra che non dà nulla, in cui le rondini si fermano il meno possibile. Ma i colori della Campine mi piacevano. Erano poetici. Mi tornano spesso in mente; l’arancio delle volpi, il biancogiallo della schiuma della birra, il rosso dei tulipani, i bruchi trasparenti che diventano farfalle variopinte. Era la domanda che mi facevo sempre da bambina: come può da un tronco marrone venire fuori una mela gialla? Come può un arbusto verde dare delle bacche blu? A cosa servono così tanti colori?

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Perché vi sto scrivendo? Me lo chiedo spesso. Certe volte questa domanda mi viene nel mezzo di una frase, e mi fermo, mi imbarazzo, appoggio la penna, e penso che sono stata una stupida, a cominciare questa lettera. No, non posso farcela, non la finirò mai. Magari nemmeno vi ricordate di me. Penso che dovrei stracciarla, accartocciarla, come facevate anche voi. Ma poi mi dico che no, che non mi sono sbagliata sul vostro conto. Che ho bisogno di scrivervi. Ho la speranza che mi rispondiate. Perché voi potete capirmi. Ne sono certa, signor Van Gogh. Devo ricordare chi ero. A Gheel, io davo le storie. Se voglio essere di nuovo quella di più di dieci anni fa, la ragazza di quindici anni con i capelli neri, se voglio tornare indietro, ricominciare da capo, devo tornare a raccontare le storie. La mia, prima delle altre. Tutti hanno diritto a una storia, no? Non ci sono solo i re e le regine, le prime ballerine e i proprietari dei giornali, i grandi ammiragli e i comandanti degli eserciti; per il mondo sono più importanti i seminatori, i tessitori, i minatori, quelli che bruciano le stoppie, quelli che macinano il grano, gli operai, le prostitute, le donne che passeggiano nei parchi pubblici, i cipressi che si incendiano al tramonto. Sono quelli che fanno il mondo. Che lo rendono meraviglioso e un po’ triste.

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Vedete, anch’io ho la mia gomma pane, e anche lei ha cancellato tante di queste parole che ho già scritto di fretta, perché le rileggo e certe volte mi sembrano quelle giuste, ma poi suonano vaghe, imprecise; sono quasi quello che sento davvero, ci confinano, sono più o meno quello che voglio dire, ma non esattamente. Certe volte ci accadono cose troppo grandi, che non stanno dentro le parole, che spandono dappertutto come una fontana che versa in un secchio già pieno. Forse un giorno tornerò all’inizio, strapperò tutto anch’io, o invece distruggerò la mia lettera parola dopo parola, inesorabile, con dedizione e perfidia, perché ogni frase mi tagli, mi faccia una ferita. Ma adesso la mia gomma pane si è concentrata su una sola parola. Basterebbe un gesto e cambierebbe tutto, signor Van Gogh. Se solo togliessi una parola. Innamorarmi. È una parola impegnativa, non trovate? Non ve l’ho mai detta, e ancora oggi non ho la forza di dirla e basta, cerco di spiegarla, di ragionarci sopra, nel tentativo di diminuirla, di renderla meno importante, perché mi spaventa. Dopo tanti anni, dopo quello che è successo, è ancora una parola incerta. Forse è cambiato tutto. Forse allora era il dubbio di essermi innamorata di voi; oggi è solo il dubbio che non possiate amarmi per quella che sono.

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Ma su quella tela c’eravate voi, non solo il mondo che ci stava intorno. Dentro quella tavolozza abitava il signor Van Gogh. E quando sceglievate un arancio era il colore dei capelli di vostro fratello, e il verde era un coleottero che avevate inseguito e tenuto stretto tra le dita, azzurro-verde gli occhi di vostra madre, grigio il viso di un minatore dentro la miniera, blu la notte che vi siete alzato dal letto per venire a Gheel, nera la chiesa in cui vostro padre teneva il suo sermone, bianca la camicia di vostro fratello il giorno in cui è stato assunto, e scura la Senna torbida, chiara la sera in cui vi siete innamorato la prima volta, gialla la vostra cerata.

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Tutti i colori del mondo, Feltrinelli, pp. 144, 14 euro. Giovanni Montanaro (Venezia, 1983) è scrittore e avvocato. Ha scritto racconti e testi per il teatro, e ha pubblicato i romanzi La croce Honninfjord (Marsilio 2007) e Le conseguenze (Marsilio 2009).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 14 marzo 2012