Conversazione con Ivano Ferrari

Irene Palladini



Ivano Ferrari Mi pare che il tuo rapporto con il tema del naufragio sia fortemente mediato da I canti di Maldoror di Lautréamont per l’intensa attrazione verso il disumano e per la visione molto concreta, materica direi quasi, della deriva, senza facili concessioni a una retorica tutta accensioni spiritualistiche…

È proprio così, I canti di Maldoror sono stati per me una lettura molto formativa, anche per l’intensa attrazione verso il disumano, l’impurità e la densità materica delle cose. In Lautréamont permane una distanza di sicurezza tra il naufragio e lo spettatore. Nella mia poesia questa distanza, invece, è del tutto abolita.

Mi pare che da Macello a Rosso Epistassi si acuisca la percezione di una deriva tutta storica. La franca sostanza del degrado rappresenta, in questo senso, una svolta cruciale. Certo, in Macello ci sono riferimenti alla storia e alla cronaca, ma credo che abbiano, per così dire, i caratteri di una funzione quadro. Ne I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo, poi, il naufragio è interamente vissuto e rappresentato in una dimensione collettiva. È così?

Mi pare che sì, certo, si possa ipotizzare questa apertura a una dimensione storica. Se in Macello il naufragio nasceva dall’esperienza, tutta privata, del mattatoio di Belfiore, con La franca sostanza del degrado, invece, ho registrato un naufragio collettivo e i fatti manipolati dalle parole. I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo, poi, rappresentano profondamente una deriva storica. Il titolo riecheggia, con stridente contrasto, il bellissimo testo di Reed I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Per me l’11 settembre non ha cambiato niente. Tutto è rimasto identico a prima, specie per chi non conta niente. Resta solo lo scontro virile tra due nemici. Ma dall’11 settembre ho cominciato la mia revisione della storia, con il senso di impotenza di chi assiste a un naufragio.

Nella poesia Il tempo è muto Ungaretti scrive: “Che nel mistero delle proprie onde/ Ogni terrena voce fa naufragio”. Oppure è ancora possibile, superstite lupo di mare, riprendere il viaggio, dopo il naufragio?

La poesia è terreno di naufragio, eppure, se pulita dai contorni retorici che la offuscano, fornisce gli elementi per resistere. Registrare il naufragio non implica una resa, ma permette di trovare forme di resistenza, nella speranza che uno possa, prima o poi, reagire. Naufragare nella poesia può anche essere bellissimo. È uno sprofondamento, un inabissamento che implica una potente rigenerazione. Nelle poesie che scrivo, tuttavia, il naufragio si fa più acuto perché presuppone la fissità, negando ogni possibilità di partenza. Perché restare fermi se si può essere immobili? Io registro ed elenco il naufragio in me e attorno a me nella più assoluta immobilità. Qualsiasi isola si dovesse mai palesare dinanzi ai miei occhi … No, io non farei come Robinson… Non mi organizzerei la vita. Resterei immobile. Dunque non so riprendere il viaggio, dopo il naufragio, come un superstite lupo di mare.

Mantova, 13 settembre 2010








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 15 novembre 2011