La nostra storia


2001-2002: SCRIVERE SUL FRONTE OCCIDENTALE

          All’inizio c’è Scrivere sul fronte occidentale, un convegno autoconvocato di scrittori, artisti e intellettuali nel novembre del 2001, nel clima di generale turbamento che contraddistingue quell’anno (la vittoria della destra alle elezioni, la repressione violenta del dissenso di centinaia di migliaia di cittadini radunati a Genova durante il G8, gli attentati dell’11 Settembre a New York).
          Già dalla primavera del 2001, Carla Benedetti, Antonio Moresco, Tiziano Scarpa e Dario Voltolini avevano iniziato a organizzare un incontro pubblico sull’intreccio fra cittadinanza e scrittura, ma gli eventi lo rendono ancora più urgente. Antonio Moresco scrive la lettera di convocazione [LINK]. Tiziano Scarpa propone di chiamarlo Scrivere sul fronte occidentale. Contribuiscono all’organizzazione del convegno Laura Bosio, Gabriella D’Ina, Giuseppe Genna, Giulio Mozzi, Piersandro Pallavicini.
          L’incontro si svolge a Milano, al Teatro dell’Arte, il 24 novembre del 2001. Intervengono: Andrea Bajani, Carla Benedetti, Marosia Castaldi, Mauro Covacich, Marco Drago, Donata Feroldi, Ivano Ferrari, Federica Fracassi e Renzo Martinelli di Teatro Aperto, Giuseppe Genna, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Marina Mander, Giorgio Mascitelli, Giuliano Mesa, Raul Montanari, Antonio Moresco, Giulio Mozzi, Federico Nobili, Paolo Nori, Antonio Piotti, Piersandro Pallavicini, Christian Raimo, Marco Senaldi, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Dario Voltolini.
          Un libro con lo stesso titolo raccoglie gli interventi dei partecipanti al convegno. Verrà pubblicato da Feltrinelli nel 2002 [LINK], a cura di Antonio Moresco e Dario Voltolini, suscitando una violenta stroncatura ideologica da parte del supplemento letterario del quotidiano “il manifesto”, con articoli di Andrea Cortellessa e Enzo Di Mauro. [LINK]


2002-2005: NAZIONE INDIANA

          Per non disperdere le energie di pensiero e invenzione che si sono riunite in occasione di Scrivere sul fronte occidentale, Carla Benedetti, Antonio Moresco e Tiziano Scarpa pensano di creare un sito in rete: qualcosa di più agile e duraturo di un convegno, che si protragga nel tempo, caratterizzato da uno spirito di apertura e di libera messa in gioco delle proprie idee, e che permetta di saltare il filtro dei mediatori culturali. E stilano una sorta di decalogo degli “stili di comportamento” che dovrebbero ispirare questa nuova avventura comune. Si fanno alcune riunioni, a cui partecipano anche Federica Fracassi e Renzo Martinelli di Teatro i, Helena Janeczek, Giuseppe Genna, Giulio Mozzi, tutti provenienti dall’esperienza di Scrivere sul fronte occidentale.
          È il 2002, si è alla vigilia del cosiddetto Web 2.0. Si comincia a parlare di blog, un dispositivo che permette anche ai non smanettoni di pubblicare in rete, senza passare attraverso un webmaster. Giuseppe Genna, che è l’unico in quel momento ad avere qualche competenza informatica, realizza il blog e ne disegna il logo, ma si ritira improvvisamente dal gruppo la sera prima dell’esordio del blog.

          Il 21 marzo 2003 va in rete Nazione Indiana. Il nome del blog è stato suggerito da Antonio Moresco: fa riferimento a quello speciale modo di sentirsi uniti dei popoli nativi del Nordamerica, ciascuno autonomo e indipendente, ma pronti a fare fronte comune nelle emergenze e nelle questioni gravi. [LINK] Il blog è concepito come uno spazio collettivo, in cui ogni membro pubblica autonomamente, senza alcun filtro redazionale, sulla base del rispetto degli stili di comportamento [LINK] e di una piena fiducia reciproca, firmandosi sempre con nome e cognome, in controtendenza rispetto alle abitudini praticate e teorizzate in rete in quegli anni.
          Si definiscono i comparti del blog che ospiteranno le “categorie” dei pezzi pubblicati, a ogni sezione si dà un nome:
          “Allarmi”: urgenze, indignazioni, questioni gravi.
          “Carte”: scritti già pubblicati altrove o interventi letti a convegni.
          “Diari”: esperienze, commenti all’attualità.
          “Mosse”: proposte, progetti, segnalazioni di eventi.
          “Vasicomunicanti”: confronti e contagi, sconfinamenti di campo.
          Sono i giorni in cui gli Stati Uniti scatenano la guerra in Iraq. E sono anche gli anni di grande fermento dei blog. Il Web 2.0 sta nascendo. Singoli individui e gruppi possono aprire agevolmente in pochi minuti un sito personale e autopubblicare ciò che vogliono, dai diari personali alle valutazioni geopolitiche, dalle recensioni ai reportage, facendo controinformazione indipendente e critica di costume, mettendo a disposizione preziosi archivi di testi e immagini.
          Nazione Indiana è un blog collettivo di scrittori, intellettuali e artisti, che accoglie contributi esterni e mira ad accrescere i suoi componenti. A poco a poco entrano nel gruppo molti altri autori (Sergio Baratto, Jacopo Guerriero, Raul Montanari, Sergio Nelli, Aldo Nove, Christian Raimo, Andrea Raos, Michele Rossi, Giorgio Vasta, Piero Vereni…) che vengono accolti da subito alla pari, senza gerarchie né distinzione tra fondatori e nuovi collaboratori. Nel 2003 un giovane napoletano di passaggio a Milano contatta Tiziano Scarpa: è Roberto Saviano, che inizia a collaborare con Nazione Indiana dal giugno del 2003, entrando nel gruppo. Alla prima riunione a cui partecipa, in casa di Carla Benedetti a Milano (le riunioni si fanno a casa dell’uno o dell’altro), Saviano arriva con un fascio di quotidiani campani e racconta dettagliatamente ai partecipanti il “Sistema” imprenditoriale e giornalistico che regge l’economia di camorra: i presenti restano ad ascoltarlo per ore, turbati ed emozionati. Sarà ancora alle riunioni di Nazione Indiana che Roberto Saviano conoscerà Helena Janeczek, la quale proporrà il manoscritto di Gomorra alla casa editrice Mondadori.
          Nel 2004 Nazione Indiana guadagna altri membri, fra cui Gianni Biondillo, Gabriella Fuschini, Franz Krauspenhaar, Antonio Sparzani.


          Giornalismo e verità e letture sceniche

          Ma Nazione Indiana non vuole essere soltanto un luogo di incontro informatico disincarnato. Oltre alle riunioni dal vivo, all’elaborazione condivisa di idee, si fa sempre più urgente il bisogno di sconfinare, di uscire dalla Rete. Da questa esigenza scaturiscono innanzitutto una serie di letture sceniche organizzate con la collaborazione del “Teatro i”: Groppi d’amore nella scuraglia di Tiziano Scarpa, Macello di Ivano Ferrari, L’insurrezione di Antonio Moresco, e Storia di Genji, il principe splendente di Murasaki Shikibu nella traduzione di Maria Teresa Orsi, condotta per la prima volta sull’originale giapponese. E poi altri tre progetti, tutti autofinanziati come ogni iniziativa del gruppo.
          Il primo è un film sull’Italia. Ogni membro di Nazione Indiana, con la regia di Giovanni Maderna, farà una videointervista a una figura che ritiene significativa nella storia italiana contemporanea. Alcune di queste interviste vengono effettuate (Antonio Moresco intervista Alberto Grifi, Carla Benedetti intervista Silvana Mauri) ma il progetto alla fine non viene completato.
          Il secondo è il convegno Giornalismo e verità, a cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e Roberto Saviano, tenutosi il 19 febbraio del 2005 al “Teatro i” di Milano: coinvolge una dozzina di giornalisti d’inchiesta e direttori di collane editoriali. È anche una delle prime uscite pubbliche di Saviano, che partecipa con l’intervento Camorra e imprenditoria criminale, riproponendo ciò che aveva raccontato alle riunioni di Nazione Indiana. Saviano mostra e commenta testate giornalistiche, ingrandimenti di titoli, articoli, foto. È la prima versione di quella che negli anni successivi diventerà una conferenza-spettacolo, che Saviano porterà nei teatri e in televisione, e infine riverserà in un libro-dvd intitolato Le parole contro la camorra (Einaudi, 2010).
          Il terzo progetto è un incontro-confronto sulla “restaurazione culturale”.


          La restaurazione e l’abbandono di Nazione Indiana

          L’intento che muove questa iniziativa è quello di affrontare l’involuzione in atto nella nostra epoca, che non è solamente sociale e politica (come molti riconoscono) ma anche culturale. Un ritorno all’ordine, che attraversa tutti i campi dell’esistenza, compresa la cultura.
          Una delle linee di discussione tocca anche l’editoria, partendo dalle analisi di André Schiffrin e dalle esperienze italiane. [LINK]
          L’incontro si tiene al Salone del Libro di Torino nel maggio 2005, a cura di Benedetta Centovalli. Intervengono: Carla Benedetti, Italo Cossavella, Sergio Fanucci, Loredana Lipperini, Antonio Moresco.
          Come testo preparatorio per l’incontro, Antonio Moresco si era incaricato di scrivere un pezzo che riassumesse quanto era stato elaborato collettivamente nelle riunioni di Nazione Indiana. Questo scritto, intitolato “La restaurazione”, compare su Nazione Indiana ad aprile [LINK]; subito dopo sul blog vengono pubblicati moltissimi interventi, anche di scrittori esterni a Nazione indiana, alcuni dei quali esprimono critiche sull’iniziativa e sull’idea stessa che vi sia una restaurazione culturale. [Giuseppe Caliceti LINK; Antonio Moresco LINK; Carla Benedetti LINK; Giulio Mozzi LINK].
          Anche alcuni membri di Nazione Indiana, tra cui editor e collaboratori di case editrici, si dichiarano non convinti dell’impostazione e dei contenuti de La restaurazione. La discussione si sviluppa pubblicamente, sul blog, con grande franchezza. In una parte del gruppo si fa strada l’idea che dentro Nazione Indiana sia diventato difficile intraprendere iniziative radicali.
          Antonio Moresco scrive una lettera di commiato da Nazione Indiana. Lasciano il gruppo una decina di persone, fra cui i primi ideatori e fondatori del blog, che non rivendicano alcuna esclusiva sulla testata né sul sito che hanno creato: ne hanno sempre garantito una gestione paritaria fra membri vecchi e nuovi, e continuano ad applicare lo stesso principio anche in quest’ultima occasione. Ricominceranno da zero, come hanno fatto tre anni prima. Nazione Indiana, un blog ormai conosciuto in tutta Italia, viene lasciato in proprietà e gestione a chi vuole continuare a farne parte e a coloro che vi entreranno in seguito.


2005-OGGI: IL PRIMO AMORE

          L’11 settembre del 2005 si tiene la prima riunione de Il primo amore.
Il titolo prende ispirazione dal diario omonimo di Giacomo Leopardi, che descrive il suo primo innamoramento scoprendo con stupore di avere dentro di sé una forza che non avrebbe mai immaginato di possedere. Il nome del gruppo, proposto da Antonio Moresco, esprime l’intenzione di affrontare argomenti e potenze primarie, su cui è organizzata la vita individuale e di società. Ne fanno parte: Sergio Baratto, Carla Benedetti, Benedetta Centovalli, Gabriella Fuschini, Giovanni Maderna (che poi lascerà il gruppo per motivi personali) Sergio Nelli, Tiziano Scarpa e Dario Voltolini. Una nuova fondamentale acquisizione del gruppo è quella di Giovanni Giovannetti, fotografo e giornalista militante, oltre che fondatore della casa editrice Effigie. È nella sede della casa editrice che, da quel momento in poi, si terranno prevalentemente le riunioni. Gradualmente, a questo gruppo originario si aggiungeranno Andrea Amerio, Maria Cerino, Serena Gaudino, Teo Lorini, Marco Rossari, Anna Ruchat, Andrea Tarabbia.
          Il 25 gennaio del 2005 Il primo amore va in rete. La testata riporta una scritta autografa di Giacomo Leopardi. La prima iniziativa – e il primo post – è un appello e raccolta internazionale di firme per chiedere la riapertura del processo Pasolini. [LINK].
          Questa volta non si tratta di un blog nel senso proprio del termine, perché il gruppo ha deciso di fare a meno del dispositivo dei commenti, per impiegare le energie in altre forme di discussione e di intervento. Con l’aiuto di Giovanni Giovannetti e della sua casa editrice, si decide di pubblicare una rivista su carta, o meglio, un “giornale di sconfinamento” come è indicato nel sottotitolo. Ogni numero avrà una parte dedicata a un tema, una seconda denominata “Orbite”, e una terza di segnalazioni e recensioni.


          Il primo amore su carta

          Nella parte monografica della rivista ci si propone di toccare di volta in volta un’urgenza o un tabù della nostra epoca, il cui “fuoco” viene espresso da un titolo.
          Si comincia con un numero intitolato La rigenerazione, sul bisogno di rinascita e rinnovamento che si sente fortissimamente nell’Italia berlusconiana e nel mondo. Si assesta su una cadenza più o meno semestrale. Nelle riunioni si propongono i temi dei numeri, si leggono e discutono editoriali, interventi interni e contributi esterni. La rigenerazione arriva in libreria nell’aprile del 2007. Ogni numero è strutturato con un fitto dialogo interno fra testo e immagini: le fotografie svolgono un racconto parallelo accanto alle parole.

          Nell’ottobre 2007 esce Il dolore animale, sulla sofferenza di uomini e bestie, sugli animali sottoposti ad allevamento intensivo, sui popoli che si spostano migrando.
          Il vitello d’oro, pubblicato nel febbraio 2008, affronta il nodo delle merci, la devozione generale per il denaro e la moda, il feticcio della cosiddetta logistica nell’impiego delle risorse pubbliche.
          Il quarto numero è del settembre 2008: definisce l’Italia attuale e la sua situazione politica e sociale come La fabbrica della cattiveria.
          Il numero cinque si intitola Che fare?: partendo dal racconto di esperienze politiche individuali, da casi collettivi clamorosi, da scandali locali e generali, prova a suggerire delle vie d’uscita.
          Con il numero sei del novembre 2009, Il miracolo, il mistero e l’autorità, è la volta della religione e del suo potere sui momenti cruciali dell’esistenza.
          L’ottavo numero, del febbraio 2011, si intitola Le opere di genio, e tratta della ostinazione quasi eroica che gli esseri umani mettono nelle loro creazioni, nonostante la transitorietà della vita.
          Il gruppo diffonde la rivista organizzando incontri e discussioni pubbliche.


          I “Comizi” e Tribù d’Italia

          Dall’elenco appena fatto manca il numero sette della rivista cartacea, perché merita un discorso a parte e apre una nuova fase per il gruppo. I primi otto numeri della rivista arrivano complessivamente a millecinquecento pagine di parole e immagini: l’attività redazionale, editoriale e distributiva richiede molto impegno, ma fin dai tempi di Scrivere sul fronte occidentale il gruppo ha sempre avuto a cuore anche una presenza pubblica dal vivo, non solo in rete o su carta. Con questo spirito vengono organizzati i “Comizi del Primo amore”: si scelgono alcuni brani di autori del passato, scrittori e pensatori come Dostoevskij e Simone Weil, e li si leggono in pubblico senza commento, prestando servizievolmente voce ai loro scritti, preferibilmente in piazza, su una pedana o palchetto, con un set che richiami la classica situazione del comizio politico.
          Dopo alcune uscite, l’idea viene proposta al Festivaletteratura di Mantova, che ospita l’iniziativa e la fa propria, proponendola anche nell’edizione successiva.
          Ma le presentazioni della rivista e i “comizi” non bastano. C’è bisogno di unire le forze, di mettersi in contatto con le varie associazioni, riviste, gruppi di volontariato culturale e sociale che sono attivi in Italia. Viene organizzato un incontro a Castiglioncello, intitolato Tribù d’Italia, a cui partecipano decine fra associazioni culturali e di volontariato, gruppi teatrali, riviste, autori e artisti, singoli individui attivi nel campo della creazione e dell’intervento sociale. Per due giorni ci si conosce, ciascuno descrive la propria attività, gli scopi, le situazioni concrete in cui opera, le difficoltà che si trova ad affrontare. Si propongono possibili azioni comuni.
          Le parole pronunciate dal vivo in quell’incontro finiscono nel settimo numero della rivista cartacea Il primo amore, pubblicato nel maggio 2010, che mantiene il titolo Tribù d’Italia. Si avvia un piccolo blog di servizio con lo stesso nome. Ma le conseguenze di Tribù d’Italia, più che una rete che agisca collettivamente, sono i rapporti fra gruppi che si sono conosciuti in quell’occasione e si coinvolgono reciprocamente per singole iniziative. Ascoltarsi di persona è servito non solo a scambiarsi informazione ed esperienza, ma anche, in seguito, a chiedere collaborazione in occasioni specifiche, come per esempio nell’incontro Vediamoci a Scampia, organizzato dal Centro Hurtado di Napoli nel maggio del 2010, a cui partecipano anche persone e gruppi che erano presenti a Tribù d’Italia: Il primo amore vi tiene un “comizio” con le parole di Leopardi.


          Cammina cammina

          Ma sarebbe un peccato accontentarsi e disperdere quel potenziale collettivo emerso nell’incontro Tribù d’Italia di Castiglioncello. E d’altronde, ripetere periodicamente un convegno di puro scambio verbale non sembra soddisfacente. Perciò, in una riunione fra alcuni gruppi di Tribù d’Italia, nell’inverno del 2010, Antonio Moresco propone un’impresa che sul momento appare un po’ folle: un gesto simbolico e concreto, ideale e pratico, che coinvolga intelligenza e corpo, singoli e gruppi. Una camminata, da Milano a Napoli, “per ricucire l’Italia con i nostri passi”. Si individua il percorso, si prospettano le tappe: nella prima parte, fino a Roma, si scenderà lungo la via Francigena dei pellegrini, poi si proseguirà fino a Napoli lungo le antiche vie Appia, Atellana e Micaelica. Fra gli altri, Tiziano Colombi e Serena Gaudino danno un generoso apporto, mentre Giovanni Giovannetti copre l’intero percorso garantendo la continuità organizzativa e logistica. Ma sono tante le persone che, unitesi all’ultimo momento e conosciute lungo la via, si impegneranno nelle tante incombenze quotidiane: solo per citarne alcune, Beatrice Bertolo, Luisa Izzo, Erica Locatelli, Maurizio Netto, Chiara Rossi, Fabiola Zanetti.
          Si parte il 20 maggio 2011. L’idea incontra il supporto di alcuni media, il quotidiano “la Repubblica” ne parla nel suo sito. Arrivano adesioni, le persone si aggregano, percorrono insieme un tratto di strada, da pochi chilometri a intere settimane, dormendo in conventi, ostelli e palestre. In tutto, partecipano circa settecento camminanti. Durante i giorni del cammino vincono le elezioni comunali Giuliano Pisapia a Milano e Luigi De Magistris a Napoli. Il primo manda un messaggio di sostegno e plauso ai camminanti. Il secondo li riceve a Napoli nella tappa finale, il 4 luglio. Nella tappa di Roma, il 21 giugno, i camminanti vengono accolti al Quirinale dal consigliere per la comunicazione della Presidenza della Repubblica, Pasquale Cascella, che fa loro dono di un tricolore del Presidente della Repubblica.
          Qualche mese dopo, Cammina cammina viene raccontata al Festivaletteratura di Mantova con un incontro, un manifesto-pieghevole pieno di foto, e l’annuncio di una nuova iniziativa: Stella d’Italia.


          “I fiammiferi” e Stella d’Italia

          Nella seconda parte del 2011 Il primo amore avvia una collana di piccoli libri, dal formato agile, chiamati “I fiammiferi”. I primi titoli (di Antonio Moresco, Giovanni Giovannetti e Tiziano Colombi) trattano di incandescenza della scrittura, di malaffare politico nell’Italia del Nord, di capoluoghi leghisti che hanno dimenticato di avere come patroni dei santi che emigrarono dal Nordafrica, appartenenti alle stesse popolazioni che ora mal sopportano.
          Nel febbraio 2012, Il primo amore si è costituito in associazione culturale.
          Tra maggio e luglio 2012, insieme a Tribù d’Italia e a molti altri gruppi e associazioni, Il primo amore ha organizzato Stella d’Italia, un cammino collettivo in cinque bracci diretto a L’Aquila, partito da Messina, Venezia, Genova, Santa Maria Leuca, Roma. Il nome deriva dalla forma del tracciato complessivo che idealmente somiglia a una stella.

          Redazione