La fabbrica della cattiveria


La fabbrica della cattiveria
«Il tasso di cattiveria sta crescendo sempre più. Sulla cattiveria si stanno costruendo rendite elettorali e fortune politiche e antipolitiche.
Le macchine economiche, mediatiche, sportive e di altro tipo funzionano facendo venire fuori il peggio dalle persone e dal paese. Ovunque esasperazione, invidia, risentimento, livore, paura. L’Italia di questi anni è la fabbrica della cattiveria.
Perché in questo numero della rivista parliamo di cattiveria? Perché usiamo questa definizione un po’ infantile di «cattiveria» e non utilizziamo invece altre parole che hanno un più affermato pedigree culturale: crudeltà, violenza, ecc…?
Lo facciamo perché ci sembra più proporzionale e più giusto che molti dei fenomeni di questi anni siano privati della nobilitazione rovesciata che queste altre parole si sono conquistate nel discorso della modernità, per riportare le cose alla dimensione infantile e priva di trascendenze culturali della cattiveria.

I singoli, come le società, sono disposti a riconoscere dentro di sé la presenza della crudeltà, della violenza, e a dare ad esse una valenza «naturale» e positiva nello sviluppo della vita, aiutati in questo dalle scienze, dalla filosofia, dalla letteratura, dalla psicanalisi, dalle teorie economiche, politiche e sociali, dall’etologia ecc… Sono molto meno disposti a riconoscere la presenza dentro di sé di certe piccole, impresentabili inclinazioni cui sono stati dati nomi più infantili e meno culturalmente protetti, come è appunto quello di «cattiveria».

Questa parola italiana deriva in linea diretta dal latino captivus, prigioniero, e sta a indicare chi è fatto prigioniero in guerra e vive in servitù, come dice il vocabolario etimologico Ottorino Pianigiani del 1907, secondo il quale l’esclusione dalla lingua italiana del latino malus e l’uso in sua vece di cattivo trae forse la sua origine «da una confusione d’idee particolare, che richiama alla mente le invasioni barbariche del Medio Evo, la innumerevole quantità di prigionieri, le loro lacrime, la loro disperazione, che trascorre in rabbia, in ferocia. Tutta l’istoria di quei tempi nefandi sta racchiusa nella voce Cattivo». Secondo il Cortelazzo Zolli il latino captivu(m) è passato attraverso l’espressione latina cristiana captivus diaboli, «prigioniero del diavolo» al significato di «malvagio» (altra parola pressoché cancellata dal linguaggio).

Eppure la cattiveria non è certo scomparsa dalla vita personale e sociale, come è invece quasi scomparsa dalla lingua. È significativa la torsione di senso che questa parola ha subito nel corso del tempo, fino ai nostri giorni. Oggi, nel linguaggio adulto, questa parola e i suoi derivati vengono usati per lo più in forme impersonali e improprie, come ad esempio: il cattivo stato dell’economia, il cattivo stato dei conti pubblici, o della salute, ecc… Sembra che quasi soltanto i bambini continuino a usarla in senso personale e forte («Cattivo! Sei cattivo!»…) e che solo per merito loro non sia scomparsa come altre parole del passato che sono a poco a poco cadute in disuso, che sono state cancellate o censurate attraverso uno spostamento di significato per un’azione collettiva all’interno del campo di forze della lingua. Con questa parola i bambini continuano ancora oggi a indicare qualcuno che si comporta male, che fa il male, qualcosa che considerano molto brutto, qualcosa di inaccettabile, di ingiustificabile.»


È in libreria il numero 4 della rivista Il primo amore, dove parliamo della “fabbrica della cattiveria”.
Questo è l’indice:

La fabbrica della cattiveria
Antonio Moresco La fabbrica della cattiveria
Sergio Baratto Un Paese soffocato dalla propria merda
Luigi Zoja Almachio e il demone
Elio Veltri Cosa Global. Mafia finanza e affari
Teo Lorini Schei + sicurezza. Le due esse del laboratorio veronese
Maria Roselli Le menzogne dell’amianto
Maria Moresco Una fabbrica della cattiveria

Orbite
Carla Benedetti Disumane lettere
Andrea Tarabbia Sade o l’effervescenza del sangue
Simone Cattaneo Peace and love
Roberto Scarpa Non valgo niente se non parlo contro
Massimiliano Parente L’evidenza della cosa terribile
Romolo Bugaro La macchina della cattiveria
Giampiero Marano Dante contro di noi
Alessandra Saugo Sassolino Tre piccole crisi isteriche
Tomaso Kemeny Ebdomadario rapsodico
Franco Arminio Cronache dal Paese della cicuta
Alessandra Bonetti Notizie dall’lrlanda

A voce
Tiziano Scarpa Conversazione con Gianfranco Bettin
Dario Voltolini Dialogo per e-mail con Luca Pastello

La fascia di Kuiper
Sergio Nelli e Tiziano Scarpa, Vite di Collodi – Francesco Venturi, Il crematorio di Parise – Sergio Nelli, Apprendistato per lo sterminio – Teo Lorini, Mangiacani – Teo Lorini e Andrea Tarabbia, I cacciatori della bestia 666


Il primo amore – Giornale di sconfinamento
Anno II – Settembre 2008 – n. 4
ISBN 978-88-89416-95-2

Comitato di direzione:
Sergio Baratto, Carla Benedetti, Benedetta Centovalli, Gabriella Fuschini, Giovanni Giovannetti, Teo Lorini, Antonio Moresco, Sergio Nelli, Tiziano Scarpa, Andrea Tarabbia, Dario Voltolini

Redazione:
Gianni Scolari e Andrea Tarabbia

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